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Pro
- Atmosfera riuscita e ambientazioni convincenti.
- Non è una semplice operazione nostalgia.
- Buona struttura delle aree e backtracking ben gestito.
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Contro
- Gameplay piuttosto derivativo.
- La storia non sempre riesce a sorprendere.
- Alcune imperfezioni tecniche.
Il Verdetto di SpazioGames
Ci sono sicuramente margini di miglioramento, soprattutto sul fronte del gameplay, che in più di un'occasione dà la sensazione di riproporre soluzioni già viste in altri esponenti del genere. Anche la storia avrebbe potuto osare qualcosa in più, ma riesce comunque a sostenere l'avventura senza diventare un semplice pretesto per mettere in scena qualche sequenza splatter.
Non è necessario essere fan di per apprezzarlo, ed è probabilmente questo il complimento più importante che posso fargli. La licenza aiuta a costruire un immaginario riconoscibile e a dare al gioco una precisa identità, ma non è l'unica cosa che tiene in piedi il progetto. Al netto di qualche limite, Revival riesce infatti a funzionare anche semplicemente come survival horror, ed è proprio questo a renderlo un titolo che posso consigliare non soltanto agli appassionati dell'opera di Clive Barker, ma anche a chi cerca un'esperienza horror lineare e senza troppe pretese di rivoluzionare il genere.
Non sono mai stato uno di quelli che aspettavano da anni un videogioco di Hellraiser. Conosco l'importanza dell'universo creato da Clive Barker, conosco Pinhead e i Cenobiti e so perfettamente quanto abbiano influenzato l'immaginario horror, ma non parto da una posizione di particolare affezione nei confronti della saga.
E forse, alla fine, è stato un vantaggio. Perché Clive Barker’s Hellraiser: Revival l'ho affrontato per quello che è: un nuovo survival horror in prima persona che utilizza un universo molto riconoscibile come base narrativa e visiva.
La domanda, quindi, non era quanto fosse riuscito a farmi emozionare come appassionato di Hellraiser, ma molto più semplicemente se fosse riuscito a funzionare come videogioco.
La risposta è sì, anche se con qualche distinguo. Revival non è un titolo destinato a rivoluzionare il genere e, sotto diversi aspetti, è persino piuttosto conservativo. Ma è anche un prodotto che ha una direzione precisa, sa costruire una buona atmosfera e soprattutto riesce a utilizzare la propria licenza senza trasformarla nel suo unico motivo di esistere.
Una storia lontana dal cinema
La storia mette nei panni di Aidan, coinvolto in un incubo che prende forma quando la Configurazione della Genesi entra nella sua vita e, soprattutto, quando Sunny viene trascinata in una dimensione dalla quale riportarla indietro non sarà esattamente una passeggiata.
Da qui parte un viaggio che attraversa ambientazioni decisamente poco rassicuranti, creature deformi, sette, luoghi degradati e situazioni nelle quali il confine tra piacere, dolore e violenza diventa volutamente difficile da distinguere.
La cosa che ho apprezzato è che il gioco non prova a raccontare nuovamente uno dei film della serie. Non ne avrebbe avuto bisogno. La licenza viene utilizzata come punto di partenza e questo permette agli sviluppatori di costruire una storia originale, anche se non particolarmente sorprendente. Alcuni passaggi sono abbastanza prevedibili e i personaggi non sempre riescono ad avere la profondità necessaria per lasciare davvero il segno.
Ma la narrazione svolge il proprio compito e, soprattutto, lascia spazio a quello che conta maggiormente in un horror di questo tipo, ossia l'ambientazione.
La prima cosa che mi ha colpito giocando a Revival è proprio il modo in cui riesce a costruire disagio. Non necessariamente paura, perché sono due cose diverse.
Ci sono ambienti nei quali la semplice esplorazione riesce a creare più tensione di uno scontro e momenti in cui il gioco preferisce lasciarti osservare ciò che hai intorno invece di lanciarti immediatamente contro un nemico.
Ed è proprio in queste situazioni che Revival secondo me dà il meglio. Quando invece deve affidarsi al combattimento o a una sequenza d'azione, il risultato è più familiare e perde parte di quella personalità che riesce a costruire durante l'esplorazione.
Un survival horror senza rivoluzioni
Se siete abituati al genere, il funzionamento generale di Hellraiser: Revival vi sarà immediatamente familiare. Il gioco è in prima persona e alterna esplorazione, combattimenti, enigmi e momenti nei quali è preferibile evitare i nemici anziché affrontarli direttamente. Le risorse non sono infinite, le munizioni vanno gestite con una certa attenzione e anche le armi da utilizzare contro i diversi avversari richiedono qualche valutazione.
Non mi ha particolarmente sorpreso, insomma. Ho ritrovato diverse soluzioni già viste in altri survival horror, soprattutto nella gestione delle risorse e nella struttura degli ambienti. Ci sono evidenti richiami a Resident Evil, ma anche elementi stealth e alcune meccaniche che appartengono ormai al vocabolario comune del genere.
Il problema è che Revival raramente prova a reinterpretare queste meccaniche, bensì le utilizza. Lo fa bene nella maggior parte dei casi, ma senza cercare necessariamente di lasciare il segno.
La Configurazione della Genesi è probabilmente l'elemento più interessante in questo senso. Non è soltanto un oggetto importante per la storia, ma viene integrata nella progressione e negli enigmi. Avrei però preferito che gli sviluppatori avessero osato maggiormente proprio su questo fronte, perché rappresenta uno degli elementi che avrebbero potuto distinguere davvero il gioco dagli altri horror in prima persona.
Quando tornare indietro non è un problema
Una delle caratteristiche che ho trovato più piacevoli è la struttura delle ambientazioni. In un periodo nel quale sembra che ogni gioco debba necessariamente avere una mappa enorme e una quantità spropositata di attività secondarie, Revival sceglie una strada decisamente più tradizionale.
Le aree sono relativamente compatte, spesso collegate tra loro, e il backtracking è parte integrante dell'esperienza. Personalmente non l'ho trovato particolarmente pesante, anzi, in un survival horror ha ancora senso. Ritornare in una zona già visitata permette di riconoscere immediatamente gli spazi, ma anche di cambiare la percezione che abbiamo di quel luogo quando sappiamo che potrebbe esserci qualcosa ad aspettarci.
È una soluzione vecchia, ma secondo me non superata. La campagna si aggira sulle 10-15 ore, in base a quanto si decide di esplorare e a quanti contenuti secondari si vogliono recuperare. Una durata che considero adeguata per il tipo di esperienza proposta, anche perché evita di allungare artificialmente una formula che difficilmente avrebbe retto trenta o quaranta ore.
La violenza non è un semplice effetto speciale
Qui vale la pena fare un discorso separato, perché Revival è un gioco decisamente esplicito. Il gore è abbondante e alcune situazioni possono essere piuttosto difficili da digerire. Non c'è particolare interesse nel nascondere la violenza dietro un'inquadratura o nel suggerire invece di mostrare. Si vede, e parecchio.
Per quanto non sia personalmente un elemento che considero sufficiente per giudicare la qualità di un horror, in questo caso la scelta ha una sua coerenza. La violenza fa parte dell'identità stessa del mondo raccontato e non sembra inserita soltanto per ottenere una classificazione per adulti o per creare qualche momento di shock facile.
Quando funziona, contribuisce all'atmosfera. Quando invece il gioco insiste troppo, il rischio è quello di rendere alcune situazioni quasi assuefatte al proprio stesso eccesso.
Una buona prova tecnica
Su PS5, Hellraiser: Revival offre una buona esperienza anche dal punto di vista tecnico. La modalità performance permette di giocare a una buona fluidità e questa scelta è particolarmente importante durante le fasi più concitate e negli inseguimenti. Visivamente il gioco punta soprattutto sulla costruzione degli ambienti, sull'illuminazione e sulla rappresentazione delle creature.
Non siamo davanti a un titolo che ridefinisce gli standard grafici della generazione, ma nemmeno a un prodotto che abbia problemi evidenti nel sostenere la propria atmosfera.
Ho apprezzato soprattutto il lavoro sul sonoro. In un horror la componente audio può fare una differenza enorme e qui contribuisce a mantenere quella sensazione di tensione che il gioco cerca di costruire. Rumori ambientali, suoni provenienti da zone che non possiamo vedere e momenti di silenzio sono spesso più efficaci di una colonna sonora invadente.
Qualche imperfezione rimane, soprattutto confrontando alcune sequenze più curate con altre meno convincenti, ma nulla che abbia compromesso la mia esperienza su PS5.
Il vero problema è che avrebbe potuto osare di più, ed è probabilmente questo il pensiero con cui sono arrivato alla fine di Hellraiser: Revival. Mi è piaciuto, ma avrei voluto qualcosa in più.
Non perché sia un brutto gioco, anzi. Il problema è quasi l'opposto. Ha una buona ambientazione, una licenza che gli permette di avere un'identità precisa e alcune idee che avrebbero potuto essere sfruttate molto meglio.
Il gameplay, invece, rimane abbastanza ancorato a formule che conosciamo già. La storia svolge il proprio lavoro, ma difficilmente resterà impressa per la scrittura. Gli enigmi funzionano, ma raramente sorprendono. Il combattimento è efficace, ma non particolarmente memorabile.
È un survival horror lineare, relativamente compatto, molto violento e con una forte identità visiva. Non vuole trasformarsi nell'ennesimo enorme gioco a mondo aperto e non ha bisogno di riempire ogni minuto con attività secondarie.
Non sono entrato in questo gioco da fan di Hellraiser e non ne esco convertito alla causa. Ma ne esco con la sensazione di aver giocato a un horror solido, capace di sfruttare una licenza importante senza appoggiarsi esclusivamente al suo nome.
E considerando quanti adattamenti cinematografici arrivano oggi sul mercato semplicemente perché hanno un marchio riconoscibile sulla copertina, non è affatto poco.