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Immagine di Death Stranding, la lotta alla cultura dell’hype muore sotto un evento mediatico magistrale

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Death Stranding, la lotta alla cultura dell’hype muore sotto un evento mediatico magistrale

Tutti uniti per un trailer

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Avatar di Valentino Cinefra

a cura di Valentino Cinefra

Ex Staff Writer @SpazioGames

Pubblicato il 03/06/2019 alle 09:51 - Aggiornato il 01/07/2019 alle 10:07
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Il Verdetto di SpazioGames

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Hideo Kojima e Death Stranding hanno annientato del tutto ogni discorso sul non cedere all’hype, su come sia un fenomeno che l’industria insegue, crea, e sfrutta, a volte a danno dei consumatori, e che smettendo di dargli valore potremmo costruire un mercato videoludico migliore. Questo è un male? Onestamente, è difficile dirlo. Vedere tutto il mondo videoludico, e non solo, così appassionato come non mai ad un videogioco è cosa rara. Quando un medium di intrattenimento ha ancora la forza di generare situazioni del genere significa che è in salute, che c’è attenzione e che, soprattutto, non si è ancora spenta la scintilla creativa. Forse, una volta tanto, questa era una guerra che bisognava perdere.

Disponibile su: PC, PS4, PS5

Informazioni sul prodotto

A prescindere da come sarà Death Stranding, il machiavellico Hideo Kojima ha già vinto tutto quello che si poteva vincere. D’altronde, chiunque riesca a tenere incollato mezzo mondo (ma forse anche più di mezzo) per 24 ore davanti a Twitch ha già ottenuto qualcosa di molto importante. Ci si batte spesso, soprattutto noi giornalisti, analisti e divulgatori, per cercare di diminuire il potere dell’hype, quello che fa preordinare videogiochi che poi si rivelano diversi da quanto promesso – la famosa “cultura del pre-order” che l’industria videoludica ha imposto da molti anni a questa parte – eppure tutti eravamo davanti a Twitch, ieri, per scoprire cosa succede con Death Stranding. Compreso il sottoscritto che, come forse ricorderete, non è di certo il primo sostenitore del criptico, ultimo lavoro di Kojima-san.

Perché Death Stranding è ormai un marchio, un evento che tutti inseguono, anche persone che marginalmente vivono il mondo dei videogiochi ma che, in questo caso, sono tornato ad interessarsi di nuovo al medium. E questo è uno status importante da riconoscere, a prescindere da quanto si possa apprezzare o meno l’opera in questione. Difficile ricordare un evento del genere nel recente passato, non volendo scavare ancora più indietro quando non c’erano piattaforme di streaming e la capacità di creare eventi del genere. Perché buona parte del successo di tutto ciò è dovuto proprio alla formula con cui si è deciso di mostrare Death Stranding in quest’ultima occasione.

Help us reconnect

Tutto è iniziato con uno stream su Twitch, in cui un’immagine fissa raffigurante delle mani impresse su una finta fanghiglia nera (richiamo all’immaginario già noto di Death Stranding) nasconde un loop di immagini che, all’aumentare delle mani, mostra sempre più parti dello schermo, e quindi del filmato sottostante. Un evidente teaser per annunciare che, di lì a poco, avremmo visto finalmente un nuovo trailer (probabilmente l’ultimo?). Semplicemente per estetica, è un’idea che è già iconica.

Contestualmente, sono partite le reazioni da parte di pubblico e addetti ai lavori. Gli account social di PlayStation continuavano a chiedere ai giocatori di connettersi, anzi, di aiutare a riconnettersi, un “help us reconnect” che ha addirittura indotto molti a credere che le mani sullo schermo aumentassero proporzionalmente agli spettatori, anticipando quindi l’avvio del trailer. Non è stato ovviamente così (anche se, mai dire mai, quando si parla di Kojima), ma lo stesso in moltissimi hanno continuato a credere che si fosse raggiunto questo ulteriore livello di interazione tra industria e pubblico.

In fondo stiamo parlando di un autore che ha sempre avuto caro il tema della meta-referenzialità nelle sue opere, che ha tenuto nascosto al mondo il vero protagonista di Metal Gear Solid 2 fino all’ultimo, ha creato la narrazione di uno studio di sviluppo fittizio per The Phantom Pain, e il cui ultimo grande colpo in questo senso prima di Death Stranding è stato l’annuncio di Silents Hills attraverso l’ormai nota montatura di P.T. in occasione della gamescom del 2014. Siamo abituati, quindi, ad una persona che conosce le regole del gioco è sa come usarle a suo favore. Questo, oltre al suo curriculum, fa sì che Death Stranding fosse già un titolo da attendere a prescindere dalla sua prima apparizione. L’evento delle ultime ore è solo la proverbiale ciliegina sulla torta.

Perché, al di là di quello che potrà essere o non essere il titolo, si fa sempre più fatica a sindacare ciò che Hideo Kojima sta portando avanti. Certo ci sono ancora delle perplessità, chiaramente volute, riguardo il tessuto narrativo e la forma definitiva del gameplay, ma l’ultimo trailer ci ha mostrato da solo molto di più di quanto non si sia visto finora. Visto il pedigree dell’autore, Death Stranding potrebbe essere letteralmente l’opposto di quanto sappiamo, ma a questo punto sono dettagli che poco importano. In molti si sono ritrovati sconvolti una volta trovatisi ad approcciare con la produzione, tra un Mads Mikkelsen che si è ritrovato a volte confuso dalla visione di Kojima, e un Jordan Vogt-Roberts (insieme al game designer sta lavorando al lungometraggio su Metal Gear Solid) che ha dichiarato entusiasta che non saremmo mai pronti per Death Stranding, ed è chiaro che in queste ore si è scritta una pagina importante della storia videoludica recente.

Talmente elevato è l’hype che, come era prevedibile, l’opinione pubblica si sta dividendo e si confronta. Tra gli inevitabili e probabilmente insuperabili (purtroppo) opposti di chi dichiara che Death Stranding sia già un capolavoro o un fallimento, c’è chi nel mentre è riuscito ad ipotizzare il coinvolgimento di David Lynch, chi si interroga timidamente sul videogioco ma dichiara di volerlo preordinare comunque e chi, con un adorabile candore, ammette di non aver capito ancora nulla ma che non vede l’ora di comprarlo, e tanto altro.

Ci sarebbe da capire, volendo, per cosa esattamente non dovremmo essere pronti. Ma al momento, non importa. Abbiamo assistito ad un momento di collettività del mercato videoludico raro e, probabilmente, unico finora. In fondo, anche lo stesso Hideo Kojima che accompagna il lancio del trailer con un’accorata lettera in cui sottolinea le importanti tematiche riguardo il rapporto tra esseri umani, la perdita e la riconciliazione dei contatti tra ognuno di noi, non è qualcosa che si vede tutti i giorni. Decine di migliaia di persone sono state assorbite da Twitch, dai content creator, dai contenuti prodotti dalla stampa di settore, o semplicemente dalle chiacchiere con amici, colleghi ed appassionati di videogiochi.

Proprio a creare quelle stesse connessioni che Sam dovrà creare in Death Stranding.

Hideo Kojima e Death Stranding hanno annientato del tutto ogni discorso sul non cedere all’hype, su come sia un fenomeno che l’industria insegue, crea, e sfrutta, a volte a danno dei consumatori, e che smettendo di dargli valore potremmo costruire un mercato videoludico migliore. Questo è un male? Onestamente, è difficile dirlo. Vedere tutto il mondo videoludico, e non solo, così appassionato come non mai ad un videogioco è cosa rara. Quando un medium di intrattenimento ha ancora la forza di generare situazioni del genere significa che è in salute, che c’è attenzione e che, soprattutto, non si è ancora spenta la scintilla creativa. Forse, una volta tanto, questa era una guerra che bisognava perdere.

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