Cinema 4 min

Narcos, la recensione della terza stagione

Solo pochi giorni fa vi abbiamo raccontato in anteprima di come la terza stagione di Narcos fosse partita in maniera decisamente inaspettata, complice una qualità produttiva capace di soprendere sin dal primo minuto (specie in virtù dell’abbandono forzato del protagonista morale della serie, quel Wagner Moura capace di dare vita a un Pablo Escobar da antologia). Ora, la serie televisiva statunitense creata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro è tornata su Netflix nella sua interezza – dieci episodi visionabili liberamente dagli abbonati al servizio streaming  – e non ci resta altro da fare che scoprire se la narco-democrazia del Cartello di Cali è in grado di cancellare i sanguinosi trascorsi del “Patrón del Mal”.

Soldi o piombo, a voi la scelta
Come accennato in precedenza, Narcos 3 fa un salto in avanti di alcuni anni, in un tempo in cui Bill Clinton è presidente degli Stati Uniti d’America e la morte di Pablo Escobar ha creato un netto riposizionamento tra il narcotraffico e le forze di polizia. Tanto che il Cartello di Cali, al vertice della piramide poteriale in Colombia, ha tutta l’intenzione di trattare una resa con le forze dell’ordine. Gilberto Rodriguez, suo fratello Miguel, Pacho Errera e Chepe Santacruz credono che attingere quanto più danaro possibile dai loro giri loschi sia l’ultima mossa utile prima di “legalizzare” il loro giro d’affari, in cambio di una resa. Questo, crea ovviamente degli scompensi nei restanti cartelli malavitosi, i quali non vedono di buon occhio la decisione presa da Gilberto e soci. Quello che ne verrà, sarà una vera e propria guerra di quartiere, in cui la DEA – incluso il personaggio di Javier Peña interpretato da Pedro Pascal – dovrà far fronte a tutti i suoi agganci e “gole profonde” pur di riuscire a bloccare, uno dietro l’altro, i nuovi regnanti del narcotraffico. Ma si sa, in questi casi il doppiogioco è la variabile impazzita che non permette di prevedere ciò che avverrà in futuro.
Ed è proprio sulla tensione papabile costante di eventi e situazioni che Narcos 3 gioca tutte le sue carte: con Pablo Escobar fuori dalle scene, la presenza ingombrante di un “mostro” di carisma come il personaggio interpretato da Moura andava rimpiazzata con qualcosa di altrettanto funzionale e deciso. Invece di optare per un facile rimpiazzo – come accaduto ad esempio nella serie dedicata a El Chapo – gli sceneggiatori hanno fortunatamente deciso di seguire la reale cronologia degli eventi occorsi in quegli anni (in ogni caso, non senza qualche licenza poetica) scegliendo la strada della verosimiglianza storica. E se all’inizio le differenze con le precedenti due stagioni potranno non far sentire a casa lo spettatore, orfano della figura monumentale di Escobar, vi assicuriamo che dalla seconda metà in poi la narrazione ne guadagna in coerenza e scorrevolezza. Tutto in Narcos ha un perché, e la mole di personaggi presenti si intreccia così bene e in maniera così fluida da far pensare che la morte di Pablo sia stata in realtà una manna dal cielo dal punto di vista della qualità della produzione.



Sono qualcosa di peggio, sono un narcotrafficante

I personaggi, dicevamo: l’aver perso sia Wagner Moura che Boyd Holbrook (l’agente della DEA Steve Murphy) vuol dire aver guadagnato un bel po’ di spazio per alcuni nuovi ingressi nel cast assolutamente da non sottovalutare. Si va dal quartetto dei Gentiluomini di Cali, come il bravo Alberto Ammann nei panni dell’ambiguo Pacho, passando per Damián Alcázar e Francisco Denis, rispettivamente Gilberto e Miguel Rodriguez. Infine, il bravo Pêpê Rapazote nel ruolo dell’instabile e un po’ folle Chepe (sue sono infatti le sequenze più forti e violente dell’intera stagione, come ad esempio quella all’interno di un salone di bellezza). Pedro Pascal e il suo Javier Peña sono sopravvisuti ai tagli da parte degli sceneggiatori, sebbene il poliziotto un po’ arrogante che lavorava sempre sulla sottile linea della legalità visto nelle precedenti due stagioni stato rimpiazzato con un uomo affaticato, che necessita di rinforzi americani e colombiani per arrivare al suo scopo. L’agente Peña non è infatti più disposto a scendere a patti con la malavita, decidendo di perseguire duramente i cartelli del narcotraffico, seppur tra mille tribolazioni e doppigiochi alle sue spalle.
Molte delle attenzioni sono però rivolte a un nuovo personaggio, capace di diventare la chiave della vicenda e degli eventi che ne conseguono attorno alla metà di questa terza serie di Narcos: stiamo parlando di Jorge Salcedo, interpretato da Matias Varela, capo della sicurezza del Cartello di Cali, impegnato costantemente nel mantenere al sicuro sua moglie e le sue figlie prima che il boss per cui lavora scopra che egli è in realtà una talpa della DEA. La sua presenza assicura una costante vena di tensione palpabile, ogniquavolta si abbia la sensazione che la sua copertura stia per saltare. Ottima anche la scelta di affiancare due giovani agenti speciali alla figura Javier Peña, Chris Feistl (Michael Stahl-David) e Daniel Van Ness (Matt Whelan), che vanno ad affiancare l’altrettanto marcata interpretazione di David Rodriguez (Arturo Castro), il figlio più grande – e violento – del boss Miguel. Insomma, una cast multiforme e decisamente ricco, che per tutti e dieci gli episodi non farà altro che dipanare una matassa sempre interessante e mai noiosa di eventi e situazioni. Salvo forse il cosiddetto “rush finale”, nel quale tutti i nodi vengono al pettine in una maniera decisamente troppo sbrigativa: avremmo preferito infatti che alcuni personaggi risolvessero le loro questioni prendendosi i giusti tempi narrativi, sebbene probabilmente sarebbero serviti altri dieci episodi (o magari un’intera stagione extra) prima di calare il sipario, una volta per tutte. Nonostante questo, Narcos chiude il suo terzo atto nella migliore maniera possibile.

Non ha perso un grammo del fascino originale
Ottimo ritmo e tensione costante

Un epilogo troppo frettoloso

8

La morte di Pablo Escobar ha permesso a Narcos di esprimere tutto il suo potenziale, diventando una serie incentrata prima di tutto sul mondo del narcotraffico e dei suoi schiavi piuttosto che sulle vicende di un singolo re della droga, seppur carismatico. E il risultato, al netto di questa terza stagione, è ben sopra ogni più rosea aspettativa. La speranza è che Netflix chiuda con una quarta serie – quella conclusiva – ancora più ricca e e coinvolgente, che non scivoli nel déjà vu. Nell’attesa, prenotiamo il nostro biglietto di sola andata per il Messico.