Loro 2, la recensione della seconda parte del film su Berlusconi

Recensione
A cura di Gottlieb - 2 Maggio 2018 - 0:00

Se la prima parte di Loro ci aveva lasciato qualche dubbio sul messaggio che Paolo Sorrentino volesse lanciare con il suo film dedicato all’Italia e agli italiani che tra il 2006 e il 2010 hanno avuto Silvio Berlusconi come fulcro della loro vita, la seconda parte ha fugato ogni dubbio. Con una durata di un film medio, il che avalla la scelta di spezzare in due una visione che avrebbe forse rischiato di essere pedante, il regista napoletano confeziona un’opera dal rumore assordante, soprattutto nel suo silenzio finale.

Loro 2, la recensione della seconda parte del film su Berlusconi

New Town
Se Loro 1 si era soffermato pesantemente sul contestualizzare l’Italia e gli italiani che anelano di poter arrivare al cospetto del Presidente, con il secondo capitolo Sorrentino ci porta più a contatto con l’uomo Berlusconi. Non c’è più l’estetica cinematografica della prima parte: i colori della città, l’ebbra vita tra prostitute e scopate estemporanee in giro per la penisola, la ricerca di una via secondaria per il successo da parte dei qualunque del nostro paese cedono il passo ad altro. La relazione con Veronica è oramai pronta alla caduta nel baratro, mentre i rapporti politici vanno necessariamente ricostruiti per poter riottenere il ruolo di Presidente del Consiglio: persa la fiducia degli italiani, quei 25.000 che hanno preferito voltare le spalle al Cavaliere, la strategia sarà quella di riuscire a convincere sei senatori a cambiare bandiera. In questo quadro molto grottesco, Sorrentino ritrova un Berlusconi venditore, che torna alle sue origini, rivede il suo futuro in quello che è stato il suo passato: un imprenditore capace, oggettivamente parlando, di leggere il copione della vita e di vendere alle persone i sogni che stanno cercando. In questi momenti il regista premio Oscar si dimostra il grande dialoghista quale è: nella sua capacità di infilare le parole, i concetti, le esasperanti sequele di proposte sillabiche di Silvio, Sorrentino dimostra come la sua estetica del dialogo sia unica. A parlare sembra ci sia proprio Berlusconi, quello vero, mosso abilmente da un burattinaio che mette in scena dei momenti grotteschi, che culminano in quell’incontro per il quale Scamarcio ha tanto lavorato in Loro 1. In delle scene che vanno a onorare il lavoro compiuto da Scorsese in The Wolf of Wall Street, soprattutto nella similitudine della vendita al telefono, compare quell’immagine unica di un uomo che arrivato nel momento forse più difficile della sua carriera tenta di risalire rifacendosi al passato, agli inizi.

Loro 2, la recensione della seconda parte del film su Berlusconi

Il terremoto
In quei frangenti con Scamarcio (che riprende il personaggio realmente esistito di Gianpaolo Tarantini, imprenditore di Taranto che organizzava eventi in Sardegna e poi condannato nel 2011 per spaccio di droga) a contatto tra due mondi completamente diversi, per età e per ideali, tra le olgettine e il Premier, Sorrentino trova il proprio compimento. Da emblema vivente dell’arte del centro-sinistra, il regista, in maniera incredibilmente oggettiva e senza mai lasciarsi andare a quell’odio politico che potrebbe corrodere la sua produzione cinematografica, mette in scena la dicotomia tra il giovane e il vecchio: Berlusconi ha lo stesso alito, non maleodorante né puzzolente, del nonno di una delle olgettine, quello di un vecchio. Sul volto del cavaliere compare il patetico, il fuori luogo, l’irrilevante necessità di essere giovane anche a settanta anni e quella ossessione per la pelle liscia e candida delle giovani donne che lo porterà allo scandalo, alla querelle con Noemi e all’inevitabile calo del sipario sulla sua relazione con Veronica. Proprio quel dibattito accesissimo con la consorte è una delle parti più dirette dell’intera pellicola: non c’è più quell’aspetto terribilmente gaudente del Berlusconi che desidera le feste e lo sfarzo nella sua vita in Sardegna, residenza di stato e palcoscenico lussurioso di Loro, ma un Silvio che insegue l’affetto coniugale. Nell’intero scenario, però, Sorrentino è attento a tenere in piedi quel gioco di collaboratori fidati che orbitano attorno a Berlusconi, che ne gonfiano l’ego e che lo riportano a in cielo, a status di divinità, ogni qualvolta il Premier rischia di tornare umano: oltre alla fedele riproposizione, nel nome e della fedeltà dimostrata, di Ennio Doris, interpretato sempre da Toni Servillo, i Sergio Morra, i Santino Recchia, i Fabrizio Sala continuano a mettere in scena quell’universo talmente grottesco da non sembrare quasi credibile. Eppure nel profondo del nostro cuore sappiamo che il berlusconismo questo aveva creato.
Non importa a quale schieramento politico apparteniamo: il lavoro di Sorrentino è oggettivo, onesto, composto e attraversa la corruzione e i sotterfugi con la medesima tranquillità con la quale riesce a donarci un’immagine veritiera di quello che è stato il più grande venditore dell’ultimo secolo in Italia, oltre che l’uomo più ricco del nostro paese. Un personaggio eccentrico, che sa unire il serio con il faceto, pretende di potersi presentare all’ONU corredato di battutine, ma che allo stesso tempo si libera di Mike Bongiorno perché è un uomo che ha solo ricordi dentro di sé, mentre Berlusconi, l’uomo del fare, vuole solo avere progetti e il futuro nella sua testa. Il futuro che si palesa anche nelle disgrazie, perché Sorrentino non dimentica L’Aquila e il terremoto, ricostruito forse non nel più naturale dei modi, ma comunque in modo che possa trasmettere un messaggio di generosità che era propria del Cavaliere di quegli anni: d’altronde essere altruisti è la più alta forma di egoismo. 


– Dialoghi perfetti, da piece teatrale
– Un finale assordante sulle accezioni di Loro


– Il grottesco non è per tutti
– Netta divisione tra prima e seconda parte


8.0

Loro è un ottimo film, con una sceneggiatura di pregio e una regia di altrettanta qualità. Difficilmente si collocherà, per valori cinematografici, nell’Olimpo delle produzioni di Sorrentino, che con La Grande Bellezza ha chiaramente segnato il suo benchmark per la vita e per la carriera, ma resterà un’operazione mediatica di valore molto più grande de Il Divo. Se con la rappresentazione di Andreotti Sorrentino aveva voluto demistificare una figura della quale, purtroppo, non sveleremo mai i segreti più oscuri, creando un’immagine ombrosa e svalutando quella dello stratega intellettuale, con Berlusconi il tentativo principale è stato quello di raccontare la gaia vita di un uomo dedito a sfarzi e divertimenti, mettendo in secondo piano la potenza imprenditoriale, la forza economica e la lungimiranza progettuale. Non è comunque un aspetto negativo, anzi: d’altronde quello che è a oggi il miglior cineasta italiano vivente era stato ben chiaro, volendo raccontare la storia di Loro e non di Lui. Loro, quelli che contano, non siamo altro che noi che guardiamo Berlusconi come l’uomo che più ha influenzato il nostro Paese negli ultimi decenni. E questo è lo specchio di ciò che siamo.




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