A Hat in Time, il platform che omaggia (soprattutto) l’era GameCube

Recensione
A cura di Valentino Cinefra - 25 Ottobre 2017 - 0:00

Non potevo non essere almeno attratto da un titolo che, per stessa dichiarazione degli sviluppatori, è un platform che rappresenta una dichiarazione d’amore ai videogiochi dell’era GameCube (e non solo). A Hat in Time, sviluppato da Gears for Breakfast e primo titolo pubblicato da Humble Bundle, è un platform le cui ispirazioni sono ovvie fin da subito, e risiedono nelle avventure dell’idraulico più amato di sempre. Super Mario 64, Super Mario Sunshine (soprattutto), ma anche un pizzico dei Galaxy per Wii, Banjo-Kazooie e Psychonauts. Fa parte di quel genere di platform, come Yooka-Laylee, in cui il movente principale del motore ludico piuttosto che la sfida estrema è il collezionismo, l’andare a caccia di oggetti di ogni tipo negli anfratti più impensabili della mappa.
Proprio quando pensavo di ritrovarmi di fronte ad un clone poco ispirato, A Hat of Time mi ha invece sorpreso positivamente per un level design ispirato e tante trovate originali. Il titolo è già disponibile su PC, ed uscirà su PS4 ed Xbox One in un non meglio precisato “più avanti in autunno”.

Alla ricerca del tempo perduto

A Hat in Time ci mette nei panni di una giovane ragazza, capitano della propria astronave, la quale viene derubata di tutti i suoi Time Pieces (clessidre che rappresentano il carburante della nave) da un mafioso in stile italiano durante una irruzione all’interno del veicolo. Soprassedendo sul fatto che una nave spaziale abbia una comune finestra, il problema di A Hat in Time è che il primo mondo in cui si iniziano a muovere i primi passi fa di tutto per farvi premere Alt+F4 con ferocia. Si tratta di un isolotto, Mafia Town, in cui gli abitanti sono tutti identici, ovvero dei mafiosi pelati con gessato stile mafia anni ’30, in una serie di banalità non indifferenti tra “il sugo di mamma” e tutto ciò che i cittadini del mondo credono e immaginino sia l’Italia. Il gioco è doppiato interamente in inglese, e neanche le linee di dialogo di questi primi frangenti fanno qualcosa per coinvolgere a pieno il giocatore. Le inflessioni sono fin troppo forzate, così come i dialetti che il gioco usa per caratterizzare i personaggi. Nei primi frangenti di gioco si fa la conoscenza di un’altra viaggiatrice, che poco dopo si rivelerà invece l’antagonista del gioco, e proprio la sua voce è la più fastidiosa.
Fatta l’abitudine, però, e superati questi primi scogli, il level design fatiscente del primo mondo lascia spazio ad ambienti di ben più ampio respiro, che spaziano tra le classiche ambientazioni naturalistiche ed esperimenti ben più eclettici. Il secondo mondo, ad esempio, vede la nostra piccola protagonista all’interno di uno studio cinematografico, in cui due cineasti si contendono il premio Oscar della situazione. In questo frangente si portano a compimento dei livelli per l’uno o l’altro regista, i quali verranno valutati con un punteggio finale a seconda del grado di completamento, il cui punteggio viene assegnato al computo totale del regista di riferimento in una classifica totale. Uno di questi livelli rielabora il classico Assassinio sull’Orient Express, dove la protagonista dovrà recuperare prove ed indizi per cercare di indovinare chi è l’omicida che viaggia a bordo del treno. Tutto il livello è tinteggiato con un filtro seppia, le musiche ricordano vagamente le sonorità anni ’30, e la stessa eroina è vestita con un impermeabile alla Sherlock Holmes. Il livello pone l’attenzione sulle dinamiche stealth, visto che ad un certo punto, dopo l’assassinio, tutti sospetteranno di tutti e sarà necessario indagare (leggi: completare il livello e scovare i collezionabili) senza farsi scoprire dagli altri passeggeri. Questo è solo uno dei mondi iniziali, ma A Hat in Time fa di tutto per sorprendere spesso il giocatore, come trasportarlo in un mondo horror che ricorda Nightmare Before Christmas, in cui una entità demoniaca ruberà l’anima alla protagonista per riconsegnarla solo al completamento di alcuni incarichi. Superato l’impatto iniziale, francamente poco lusinghiero, è tutto un altro mondo, letteralmente.

Clessidra is the new Stella

L’ispirazione (sempre ben esplicitata dagli sviluppatori, va detto) verso le avventure “mariesche” sono chiare anche nel gameplay, pur con i suoi guizzi inediti. Proprio come in Super Mario Sunshine (e ancor prima Super Mario 64) ogni mondo è diviso in atti, ed ogni atto nasconde una clessidra da scovare e raccogliere al compimento di un obiettivo ben preciso, che fa la funzione della Stella o del Sole Custode che sia.
Ogni run ci vedrà impegnati nello stesso scenario che viene modificato più o meno pesantemente. Nella discutibile Mafia Town, ad esempio, uno degli atti ci vede impegnati a chiudere dei giganteschi rubinetti collegati al vicino vulcano, i quali stanno gettando magma su tutta l’isola. Ad ogni incursione, collegata agli atti come detto, nei vari mondi si scopre sempre qualcosa di nuovo, magari un passaggio che prima era ostruito, oppure un percorso secondario che nasconde un segreto di qualche tipo. L’esplorazione ed il fascino della scoperta sono alla base di A Hat in Time, come nella miglior tradizione dei platform, con l’aiuto di una serie di cappelli dai poteri speciali. La protagonista all’inizio potrà contare solo su una appariscente tuba in grado di trovare l’obiettivo attuale in linea d’aria, ma successivamente se ne potranno creare di altri raccogliendo i gomitoli sparsi per i livelli. Ogni cappello ha un potere come la possibilità di effettuare uno sprint con annesso salto potenziato, la creazione di pozioni esplosive, la possibilità di eseguire uno schianto a terra devastante, e così via. I copricapi possono essere ovviamente cambiati in corso d’opera, ed anzi spesso è proprio richiesto del tempismo per passare dall’uno a l’altro durante l’esplorazione. In ogni mondo c’è inoltre una strana creatura aliena che vende delle spille da attaccare sul cappello, le quali garantiscono dei power-up. Alcuni sono molto pratici come quella che attira i collezionabili nelle vicinanze, ma ci sono anche spille singolari come quelle che riducono ad uno i punti vita (da quattro) per chi cerca sfide di un certo livello, ed una che trasforma i dialoghi dei personaggi secondari in mugugni.
Il gioco quindi prosegue tra incursioni nei livelli, i quali si sbloccano attraverso varie sezioni della nave che richiedono un tot di clessidre per far sì che le porte si aprano, proprio come le stelle per le stanze del castello di Peach in Super Mario 64. Si aggiungono al computo anche una serie di livelli segreti sbloccabili tramite i cosiddetti Time Rift, i quali vanno individuati nelle mappe partendo da una foto come unico indizio. I Time Rift permettono di giocare dei livelli in ambientazioni astratte, caratterizzati da fasi di platforming nudo e crudo che ricordano moltissimo i livelli segreti di Super Mario Sunshine.


Tanti collezionabili che incitano all’esplorazione
Le caratterizzazioni dei mondi spaziano su argomenti insoliti
Fasi di platforming ben riuscite


Tecnicamente un po’ sotto tono
I primi momenti di gioco sono faticosi da digerire


7.5

Nelle fasi iniziali, A Hat in Time sembra un’esperienza derivativa e poco originale. Tuttavia, superato il primo mondo il titolo di Gears for Breakfast si appropria subito di una sua identità. Pur omaggiando a più riprese i suoi illustri colleghi del passato, l’avventura procede molto spedita in cinque mondi perfettamente caratterizzati e dall’estetica godibilissima (peccato per il comparto tecnico sotto tono), pieni di collezionabili e segreti da scoprire. A Hat in Time è il classico gioco che si lascia giocare con estremo piacere, che predilige il senso della scoperta e l’esplorazione alle fasi di platforming punitive ed impietose, che pur non mancano di tanto in tanto.




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