A volte ci rendiamo conto della realtà solo quando ce la sbattono in faccia e quella realtà, per la divisione gaming di Microsoft, è arrivata in questi giorni, sotto forma di una lettera aperta firmata dalla neo-CEO Asha Sharma e da Matt Booty.
Una lettera onesta, trasparente e chiara per l'industria, i competitor, per i dipendenti e per i fan. Non nasconde nulla, non tralascia niente ed è un'ammissione di colpa inaspettata che onestamente non mi aspettavo di vedere. Tra l'altro, una lettera che arriva dopo un ottimo showcase e una lineup di assoluto livello per i prossimi mesi.
Il bilancio dei primi 100 giorni della nuova gestione di Sharma non è un semplice aggiornamento per gli azionisti o una pacca sulla spalla per la community; è una spietata, cruda e necessaria autopsia di un decennio di gestione scellerata. Ed è, al contempo, il manifesto fondativo di una rinascita che richiederà lacrime, sangue e sacrifici enormi.
Leggendo tra le righe (ma nemmeno troppo) del comunicato apparso su XBOX Wire, emerge una verità che per anni la community videoludica ha rifiutato di vedere, preferendo rifugiarsi in comodi alibi. L'editoriale (assolutamente personale) che state leggendo nasce proprio da questa epifania collettiva: forse abbiamo sbagliato a puntare il dito contro Microsoft in tutto questo tempo, forse chi ha sbagliato è chi non ci saremmo aspettati.
L'assoluzione (in parte) di Microsoft e la colpa dei "Gamers"
Per anni, media, analisti e semplici appassionati abbiamo cullato un bias cognitivo rassicurante. Abbiamo pensato che Satya Nadella e i "colletti bianchi" ai vertici di Microsoft fossero i cattivi della situazione. Eravamo convinti che la grande big tech imponesse paletti stringenti, costringendo leader amati come Phil Spencer e Sarah Bond a prendere decisioni impopolari per massimizzare i profitti, snaturando il brand XBOX. Dopotutto, è la natura delle corporazioni: spremere le divisioni fino all'ultima goccia.
Ma i dati esposti da Asha Sharma ribaltano completamente questa narrazione. La verità, sussurrata con eleganza ma esposta con chiarezza, è che Microsoft ha tenuto in piedi la baracca in modo quasi miracoloso. Negli ultimi cinque anni, escludendo la titanica acquisizione di Activision Blizzard King, l'azienda ha iniettato oltre 20 miliardi di dollari in investimenti continui per contenuti, piattaforme e sussidi hardware.
E qual è stato il ritorno di questo fiume di denaro affidato alle mani di Spencer e Bond? Un calo dei ricavi annuali di quasi mezzo miliardo di dollari e un margine di rendiconto sprofondato a un misero 3%. In qualsiasi altra divisione di Microsoft, un buco nero finanziario del genere avrebbe portato alla chiusura immediata del dipartimento.
Phil Spencer e Sarah Bond non sono state le vittime di un consiglio di amministrazione spietato che credevamo, ma bensì gli artefici di un disastro non solo economico, ma profondamente identitario.
Abbiamo elogiato per anni un dirigente con la t-shirt dei videogiochi sotto la giacca, convinti che la sua passione bastasse a proteggere il brand, ignorando che sotto la sua guida la fortezza stava crollando pezzo dopo pezzo.
Luci e ombre di Phil Spencer
È intellettualmente disonesto, tuttavia, cancellare con un colpo di spugna il buono che è stato fatto. Se XBOX esiste ancora oggi, molto lo si deve proprio al lavoro encomiabile svolto da Phil Spencer tra il 2014 e il 2018.
Ha preso tra le mani le ceneri fumanti della disastrosa Xbox One di Don Mattrick e ha soffiato loro sopra nuova vita. L'intuizione della retrocompatibilità universale, la geniale acquisizione di Mojang (Minecraft), la creazione concettuale del Game Pass e la riapertura del portafoglio per acquisire nuovi talenti: sono tutti meriti storici innegabili.
Ma la parabola di Spencer si è spezzata sotto il peso dell'ambizione. Dopo l'acquisizione di Bethesda, la nascita dell'etichetta "Microsoft Gaming" e l'infinita odissea burocratica per ABK, qualcosa si è rotto. La dirigenza si è trovata a dover gestire troppi studi, troppe strategie parallele (cloud, PC, console, mobile) e troppi soldi, finendo per non eccellere in nulla.
Con Xbox Series X|S, la leadership ha sbagliato quasi tutto ciò che si poteva umanamente sbagliare. Ha alienato la propria fanbase, trasformando il concetto di "esclusiva" in una parola tabù, privando l'ecosistema di quell'identità elitaria che è vitale per la sopravvivenza nel mercato hardware.
E poi c'è il Game Pass. Asha Sharma precisa che il servizio è tornato a crescere, e noi sappiamo bene che per anni è stata l'unica ancora di salvezza del brand. Il Game Pass non era il problema e questo è giusto ribadirlo.
Il problema è stata la hybris gestionale recente. La scelta di inserire un colosso divora-budget come Call of Duty nell'abbonamento al Day One, accompagnata da aumenti di prezzo vertiginosi e rimodulazioni caotiche dei tier di abbonamento, ha causato un'emorragia inimmaginabile di utenti fedeli e di profitti. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, certificando il fallimento della filosofia "abbonati a tutti i costi".
Il Reset di Asha Sharma
Oggi, Asha Sharma si trova a dover fare il "lavoro sporco". Il reset annunciato nella lettera non è una vaga promessa di marketing, ma un piano d'emergenza esecutivo. L'obiettivo è chiaro, netto, quasi brutale nella sua semplicità: tornare allo spirito e al modello di business di Xbox 360.
Nei primi 100 giorni della sua gestione, sono stati implementati più aggiornamenti e correzioni di rotta che negli interi due anni precedenti. Il canale Player Voice è stato attivato per ascoltare una community che era stata ignorata a favore dei fogli di calcolo.
Ma soprattutto, il concetto di "esclusiva" è tornato prepotentemente al centro di tutto. L'annuncio che Gears of War: E-Day e Clockwork Revolution rimarranno ancorati all'ecosistema XBOX è la fine ufficiale della disastrosa politica multipiattaforma.
Tuttavia, come ricorda la stessa CEO, "bisogna avere ottimismo e realismo". E il realismo ci impone di guardare in faccia le conseguenze disastrose della passata gestione e della crisi globale dei componenti.
Project Helix e la crisi hardware
Il punto #3 della lettera di Sharma è forse il più agghiacciante dal punto di vista del mercato attuale. Stiamo attraversando una crisi dei componenti senza precedenti. I prezzi per lo storage e le memorie sono quintuplicati rispetto a due anni fa. Microsoft, a causa delle scelte miopi dell'ultimo lustro, ha accusato il colpo più di chiunque altro, trovandosi incapace persino di produrre il numero di console richieste dal mercato.
Questa ammissione fa crollare istantaneamente il castello di carte delle speculazioni su Project Helix. Per mesi, i rumor avevano dipinto la prossima generazione di Xbox come una macchina premium, costosissima, un "PC travestito da console" aperto a store esterni come Steam o Epic Games, rumor che poi hanno trovato conferma anche nelle stesse parole di Asha Sharma qualche mese fa. Alla luce dei costi folli dell'hardware, quella strada secondo me è semplicemente morta.
Se XBOX vuole sopravvivere e tornare a generare margini di profitto, Helix dovrà essere l'esatto opposto. Assisteremo probabilmente a un ridimensionamento: da costoso prodotto per feticisti dell'hardware a console classica, chiusa, ottimizzata e accessibile per le tasche di tutti.
L'idea di aprire le porte a store esterni verrà con ogni probabilità accantonata: XBOX non può permettersi di sovvenzionare un hardware su cui i giocatori comprano software da Gabe Newell senza lasciare il 30% di commissione a Redmond. Secondo me è probabile che si tornerà al modello chiuso, al concetto puro di "console".
Il conto da pagare
Ma il reset di un'azienda da 100 miliardi di dollari non avviene senza mietere vittime. Il punto #4 della lettera ("ci siamo trovati sovraestesi... non abbiamo finanziato adeguatamente i nostri franchise") è il preludio al momento più buio di questo processo di guarigione.
Quello che accadrà nei prossimi mesi sarà inevitabile e doloroso. Il buco nero finanziario generato negli ultimi cinque anni richiederà una ristrutturazione draconiana. Dobbiamo prepararci psicologicamente all'annuncio di svariati licenziamenti, probabilmente nell'ordine delle migliaia di unità. L'immenso e ingestibile portfolio di Xbox Game Studios e Bethesda verrà razionalizzato.
Studi storici ma commercialmente claudicanti rischiano l'estinzione o l'assorbimento forzato. Realtà come Arkane Studios, Double Fine, Compulsion Games, World's Edge e persino Turn10 (dopo un deludente ritorno di Forza Motorsport) sono seriamente a rischio. L'azienda non ha più la liquidità e il margine per tollerare studi che impiegano cinque anni per sfornare titoli che non spostano l'ago della bilancia delle vendite hardware o degli abbonamenti.
Parallelamente, assisteremo a una profonda mutazione dell'offerta videoludica. La meravigliosa parentesi dei giochi sperimentali, dei titoli autoriali e di nicchia come Pentiment, Hi-Fi Rush o Grounded, finanziati grazie all'assegno in bianco del Game Pass prima maniera, è destinata a chiudersi.
Per rientrare dei 20 miliardi spesi, Asha Sharma avrà bisogno di artiglieria pesante. Meno "giochini" indie da premiare ai festival, e più titoli capaci di muovere milioni di copie fisiche e digitali. Tutte le risorse verranno convogliate sui grandi franchise: Halo, Gears, Doom, Fable, Fallout.
La medicina amara per un futuro necessario
Il margine di profitto di Xbox, lo ammette la stessa azienda, continuerà a crollare fino alla fine del 2026, trascinato a fondo dall'onda lunga degli errori passati. Sarà un anno di transizione brutale, in cui i fan dovranno dimostrare una maturità non indifferente.
Tuttavia, l'operazione trasparenza di Asha Sharma è non solo ammirevole, ma disperatamente necessaria. Mettere sul tavolo "le dure verità che non ci faranno vincere se nascoste" significa trattare la propria community come un gruppo di adulti, e non come bancomat ambulanti da abbindolare con trailer in CGI montati a regola d'arte.
Tra 100 giorni, XBOX sarà un'azienda radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi, con il management destinato a cambiare dopo il ritiro ufficiale di Phil Spencer. Più snella, più cinica, probabilmente molto più piccola in termini di team di sviluppo attivi (anche se non è detto, visto che comunque Sharma ha parlato di acquisizioni mirate per il futuro), ma immensamente più focalizzata sul suo obiettivo primario: fare la console e farla bene.
Potremo lamentarci della perdita di alcuni studi talentuosi, potremo storcere il naso davanti all'addio della filosofia del "gioca ovunque", ma in fondo sappiamo tutti che tutto questo era l'unica cura rimasta per estirpare il malanno gestionale che stava uccidendo la divisione.
Avere un brand XBOX forte, orgoglioso della propria identità e ferocemente competitivo è un'esigenza assoluta per l'intera industria dei videogiochi. Una PlayStation senza avversari si traduce in hardware da 900 euro e blocco creativo.
La rinascita della scatola verde, per quanto lastricata di sacrifici e tagli dolorosi, è l'unica garanzia che abbiamo per un mercato vivo, dinamico e vantaggioso per i consumatori di tutto il mondo.
Non ci resta che attendere e vedere se la nuova cura reggerà l'impatto con il futuro.