Il bello (e il brutto) dei premi è che alla fine vince uno solo. Ma il racconto di un’annata non sta mai solo nel vincitore: vive anche nei giochi che arrivano a un passo dal podio, che portano a casa valanghe di nomination, che dominano altre cerimonie… e che però, la notte dei The Game Awards, guardano il trofeo del GOTY da lontano.
In questo pezzo restiamo su un terreno condiviso: consideriamo come riferimento i Game Awards di Geoff Keighley, il “super-evento” che, nel bene e nel male, è diventato il metronomo del discorso mainstream sui GOTY. Da qui, ripercorriamo gli ultimi dieci anni circa per raccontare i giochi che, per numeri, peso specifico e reazione del pubblico, avrebbero potuto – forse dovuto – alzare quel premio, ma l’hanno perso per un soffio.
Ovviamente non conosciamo i voti della giuria, quindi “per un soffio” è un modo di dire: parliamo di percezione, dibattiti, di quel sentimento collettivo del “poteva tranquillamente vincere lui”, per lo meno secondo noi.
Bloodborne (2015)
Nel 2015, The Witcher 3: Wild Hunt si porta a casa il Game of the Year ai The Game Awards e inaugura ufficialmente il suo mito: sei nomination, tre vittorie, e l’immagine ormai scolpita di Geralt come simbolo dell’RPG moderno.
Accanto a lui, però, in quella cinquina c’è Bloodborne. L’action RPG di FromSoftware non ha la stessa imponenza enciclopedica del titolo CD Projekt, non ti sommerge di quest e mappe, ma ridefinisce in modo chirurgico il combat design, il level design circolare, il ritmo stesso con cui viviamo un mondo ostile. Dove The Witcher 3 vince per ampiezza, dialoghi e world building, Bloodborne risponde con un concentrato di visione e coerenza estetica che pochi giochi hanno saputo replicare.
Quell’anno era quasi inevitabile che il GOTY premiasse la produzione più “totale” e popolare. Ma se guardiamo a quanto Bloodborne ha influenzato il modo in cui pensiamo i soulslike, a come ancora oggi vive nelle discussioni (e nelle richieste di un remaster impossibile), è difficile non considerarlo un vincitore morale. Un GOTY che semplicemente non è mai stato inciso sulla targa.
DOOM e Inside (2016)
Nel 2016 il premio se lo prende Overwatch, lo hero shooter Blizzard che riesce a diventare fenomeno culturale e a vincere quattro statuette, compreso il GOTY.
Ma a guardare la lista dei candidati, trovi un anno che oggi ha il sapore di “sliding doors” continuo: DOOM, Inside, Titanfall 2, Uncharted 4. Nomi che, ognuno a modo suo, rappresentano eccellenza pura nel loro campo. DOOM re-immagina lo sparatutto old-school con una ferocia moderna e un level design quasi danzato. Inside è l’esempio da manuale di come si possa raccontare tantissimo senza dire praticamente nulla, solo con immagini e interazione. Uncharted 4 chiude un’era PlayStation con una raffinatezza produttiva che ancora oggi regge il confronto.
Overwatch meritava il suo momento, ma guardando a quanto DOOM e Inside continuino a tornare nelle discussioni sul “come si fa game design”, è facile immaginare una realtà alternativa in cui almeno uno dei due si porta a casa il GOTY.
Horizon Zero Dawn (2017)
Il 2017 è l’anno in cui The Legend of Zelda: Breath of the Wild si prende tutto: tre premi, tra cui Gioco dell’anno e Miglior direzione, e il ruolo di manifesto di una nuova idea di open world.
Nel suo stesso anno di grazia, però, nasce Horizon Zero Dawn. Guerrilla, dopo una vita passata a perfezionare il fucile di Killzone, si reinventa con un action RPG open world in cui robot-dinosauri si muovono su un fondale di natura rigogliosa e civiltà collassate. Horizon fa quello che i grandi debutti dovrebbero fare: introduce un’eroina forte e sfaccettata come Aloy, mette sul tavolo un lore affascinante e una direzione artistica che riesce a distinguersi in mezzo a un mare di mondi post-apocalittici.
Il problema è che si trova a competere con un Zelda che riscrive il concetto di libertà interattiva e diventa subito “il” gioco di riferimento della generazione. Anche i numeri parlano chiaro: Breath of the Wild è tra i più premiati dell’anno, mentre Horizon, pur ricchissimo di nomination, rimane spesso secondo.
Se Breath of the Wild non fosse uscito nel 2017, difficilmente oggi staremmo ancora discutendo su chi avrebbe meritato il GOTY.
Red Dead Redemption 2 (2018)
2018 è forse l’anno simbolo del “perso per un soffio”. I The Game Awards incoronano God of War come Game of the Year, ma è Red Dead Redemption 2 a chiudere la serata con il maggior numero di premi complessivi. Entrambi partono da otto nomination, entrambi incassano riconoscimenti in categorie pesantissime.
God of War è il rebranding perfetto: prende una serie iper-adolescenziale e la trasforma in un racconto maturo, padre-figlio, incastonato in un level design semi-open dove ogni metroidvania vorrebbe abitare. Red Dead Redemption 2, d’altra parte, è una dichiarazione di intenti sulla lentezza, sull’idea di simulare un West sporco, pesante, senza compromessi sulla regia e sul dettaglio.
Col senno di poi, la scelta della giuria ha un senso chiarissimo: premiare la “sintesi” perfetta di blockbuster narrativo e design sistemico. Ma se guardiamo al dibattito successivo, alle classifiche dei “migliori giochi di sempre”, RDR2 è uno dei casi più belli di gioco che non ha bisogno della targa GOTY per stare nell’Olimpo. E che, numeri alla mano, avrebbe avuto tutte le carte in regola per vincere quella sera.
Death Stranding (2019)
Il 2019 è l’anno in cui Sekiro: Shadows Die Twice si porta a casa il Game of the Year ai The Game Awards, ma il vero protagonista del dibattito è un altro: Death Stranding. È il gioco che domina il pre-show per mesi, che spacca in due la critica, che trasforma ogni trailer in un evento e ogni intervista a Kojima in materiale da autopsia collettiva.
Death Stranding arriva ai TGA carico di aspettative e polemiche: c’è chi lo considera un capolavoro assoluto e chi lo bolla come “simulatore di corriere” dopo mezz’ora di gioco. Eppure, al netto dei meme, è difficile negare quanto sia stato uno dei titoli più coraggiosi e personali mai messi al centro di una produzione AAA. In un mercato che corre verso il “più veloce, più esplosivo, più pieno”, Kojima mette al centro la lentezza, il peso di ogni passo, il concetto di connessione come meccanica e come messaggio.
L’America spezzata che percorri con Sam Bridges non è solo un fondale per le missioni di consegna, ma un enorme dispositivo emotivo; ogni corda lanciata, ogni scala lasciata a uno sconosciuto, ogni strada costruita in cooperativa asimmetrica diventa un gesto di fiducia in un mondo in cui nessuno si incontra davvero. È un gioco che si permette di far passare minuti interi in silenzio, con la sola colonna sonora di Low Roar e il rumore del vento, e che proprio lì trova la sua forza.
Che Sekiro vincesse il GOTY ha una logica cristallina: combat system magistrale, struttura compatta, difficoltà che esalta chi cerca la sfida pura. Ma se parliamo di “gioco simbolo del 2019”, Death Stranding è quello che ha acceso la discussione più accesa, che ha diviso e allo stesso tempo unito una community intera nel chiedersi cosa debba essere, oggi, un’opera tripla A.
Hades (2020)
Nel 2020 i The Game Awards premiano The Last of Us Part II, con undici nomination e sette vittorie: un dominio quasi assoluto, che consolida il racconto del blockbuster narrativo Naughty Dog come esperienza “definitiva” dell’anno.
Eppure, appena sposti lo sguardo oltre i TGA, trovi un’altra storia. Hades, il roguelike di Supergiant, non solo conquista critica e pubblico, ma si porta a casa una pioggia di premi Game of the Year da parte di testate e associazioni, inclusi i BAFTA, dove è lui a essere incoronato Gioco dell’anno.
Hades è l’esempio perfetto di gioco che “avrebbe meritato il GOTY” in senso tecnico: un combat loop raffinato, una struttura roguelike che riesce paradossalmente a essere narrativa, un character design che trasforma gli dei dell’Olimpo in meme viventi senza mai cadere nel ridicolo. È anche la prova di come i premi possano raccontare realtà diverse: per i The Game Awards vince TLOU2, per tantissimi altri Hades è “il” gioco del 2020. Due verità che convivono, e che spiegano bene il senso di questa lista.
God of War Ragnarok (2022)
Saltiamo al 2022, l’anno del duello forse più acceso degli ultimi tempi: Elden Ring contro God of War Ragnarök. Il risultato finale lo conosciamo: GOTY per Elden Ring, mentre Ragnarök si porta a casa il maggior numero di premi (sei vittorie su undici nomination, un record), compresi Miglior narrativa, Miglior action/adventure e Miglior performance per Christopher Judge.
Qui il discorso è cristallino, da una parte c’è il gioco che perfeziona una formula, dall’altra quello che, nel bene e nel male, la rivoluziona. Elden Ring è il punto di arrivo della poetica FromSoftware, l’open world che dimostra come si possa essere enormi senza snaturare la filosofia del “non ti spiego niente, impara da solo”. God of War Ragnarök è la dimostrazione di quanto si possa spingere una produzione narrativa AAA senza perdere ritmo, spettacolo e cura del dettaglio.
Se pensiamo ai GOTY come premio alla “novità” storica, è quasi inevitabile che la spunti Elden Ring. Ma se guardiamo alla qualità complessiva, alla densità di momenti memorabili, alle interpretazioni e alla cura sistematica, Ragnarök è il caso emblematico di gioco che non ha nulla da invidiare al vincitore e che, in un altro contesto, sarebbe stato un GOTY indiscutibile.
Alan Wake 2 (2023)
Nel 2023 Baldur’s Gate 3 fa saltare il banco: nove nomination, sei vittorie, GOTY ai The Game Awards e una valanga di riconoscimenti in praticamente ogni classifica possibile. Alan Wake 2, però, gli sta alle calcagna con otto nomination ed è il grande protagonista in categorie come direzione artistica e narrativa.
Il thriller esoterico di Remedy è uno di quei giochi che sembra quasi “troppo particolare” per un GOTY mainstream: sperimentale, metanarrativo, profondamente legato al linguaggio televisivo e al concetto di “universo condiviso” dello studio. Eppure, ha tutto: una messa in scena impressionante, un uso quasi ostentato della regia live-action, un combat system ripensato che lavora in sinergia con l’orrore psicologico.
Se Baldur’s Gate 3 non avesse avuto quell’impatto quasi storico, ovvero riportare i CRPG isometrici al centro del discorso pop, Alan Wake 2 sarebbe stato un candidato fortissimo al trono. Invece resta “l’altro capolavoro del 2023”, quello che tanti giocatori indicano come GOTY personale nonostante la vittoria schiacciante del fantasy di Larian.
Insomma, guardandoci indietro, la sensazione è sempre la stessa: il GOTY dei The Game Awards è un’istantanea, non una verità assoluta. Premia un mix di fattori che vanno dalla rivoluzione di design al consenso della giuria, passando per il peso della campagna marketing e per quanto un gioco sia “leggibile” dal grande pubblico.
I giochi che avrebbero meritato il GOTY ma lo hanno perso per un soffio sono spesso quelli che, col passare degli anni, continuano a crescere nella memoria collettiva: Bloodborne che rimane prigioniero di PS4 ma domina l’immaginario soulslike; Horizon Zero Dawn schiacciato dall’anno di Zelda; Hades che diventa il re delle classifiche alternative; God of War Ragnarök e Alan Wake 2 che si portano a casa il titolo di “GOTY del cuore” per tantissimi giocatori.
Ed è forse questa la morale: il premio ufficiale finisce in una teca, ma il vero Game of the Year è quello che continuiamo a discutere, a citare, a reinstallare anni dopo. E lì, tra le pieghe della memoria dei giocatori, questi “secondi classificati” hanno spesso vinto da un pezzo.