C'è una voce che circola da giorni (mesi), alimentata da insider e corroborata dal silenzio strategico di Capcom: un remake del primo Devil May Cry sarebbe in sviluppo. Nessuna conferma ufficiale, nessun trailer, solo rumore di fondo, come spesso accade prima che qualcosa di grosso venga annunciato.
E la cosa interessante non è se il remake esiste o meno, la cosa interessante è che, a ben guardare, sarebbe una delle mosse più logiche che Capcom potrebbe fare in questo preciso momento storico.
Non un capriccio per nostalgici (come me), non un esercizio di stile per accontentare i veterani della serie (come me), ma una scelta "industriale" sensata, motivata da numeri, da tendenze di mercato e da una finestra di successi inanellati uno dietro l'altro che si sta aprendo sotto i nostri occhi.
Il diavolo veste Capcom
Partiamo dai dati, perché i dati non mentono. Devil May Cry 5, pubblicato nel 2019, ha superato la soglia degli 11 milioni di copie vendute: un traguardo che ne fa il capitolo più venduto di tutta la saga e uno dei giochi action più di successo dell'ultimo decennio. L'intera serie ha ormai superato le 38 milioni di unità distribuite a livello globale.
Ma la cosa ancora più significativa è il timing di questa crescita: buona parte delle vendite più recenti di DMC5 non è arrivata grazie a un nuovo capitolo o a un aggiornamento di piattaforma, bensì grazie a un fenomeno completamente esterno al medium videoludico.
Il 3 aprile 2025, Netflix ha lanciato la serie animata Devil May Cry, prodotta da Adi Shankar e animata dallo studio sudcoreano Studio Mir. L'accoglienza è stata divisiva tra i puristi della saga, ma i numeri hanno parlato chiaro: quinta posizione nella classifica globale Netflix nella prima settimana, rinnovo per una seconda stagione annunciato nel giro di sette giorni, e un aumento vertiginoso delle vendite del franchise.
DMC5 su Steam ha registrato un incremento del traffico pari a quaranta volte il volume precedente al lancio della serie. Quaranta. Non quattro. Quaranta. La seconda stagione è uscita poche ore fa, l'12 maggio 2026, ulteriore dimostrazione che il brand è in piena salute e continua ad acquisire nuovi spettatori. E nuovi spettatori, prima o poi, diventano potenziali giocatori.
Eppure, proprio in questo contesto di esplosione mediatica, emerge con forza il problema strutturale che da sempre affligge la saga dal punto di vista del game design: il primo Devil May Cry, uscito nel 2001 su PlayStation 2, è invecchiato in modo impietoso rispetto a tutto ciò che è venuto dopo.
Hideki Kamiya trasformò qualcosa che doveva essere RE4 in un'esperienza completamente nuova, e il risultato fu rivoluzionario per l'epoca. Ma quella rivoluzione, nel 2026, parla una lingua che molta parte del pubblico contemporaneo non sa più leggere.
Chi arriva dalla serie animata di Netflix, o chi ha iniziato il proprio percorso con DMC5, si trova davanti a un capitolo che non è soltanto antico dal punto di vista grafico: è antico nella sua logica di interazione. Il combattimento è limitato rispetto agli episodi successivi, la progressione è rigida, la narrativa è appena abbozzata.
Questo non significa che il gioco originale non abbia valore, anzi: la sua atmosfera da gothic horror, il design dell'isola di Mallet, la caratterizzazione seminale di Dante come figura quasi antieroe hanno un fascino che resiste ancora oggi. Ma quel fascino è inaccessibile alla maggior parte dei nuovi fan senza una guida, senza pazienza, senza una certa predisposizione archeologica. E questo è un problema per Capcom, non soltanto per i giocatori.
La lezione dei remake Resident Evil
Ma c'è qualcuno che ha già risolto esattamente questo tipo di problema, e si chiama ancora Capcom. La strategia dei remake di Resident Evil è stata, nell'ultimo decennio, una delle operazioni editoriali più ben calibrate dell'intera industria. Resident Evil 2 Remake del 2019 ha venduto oltre 16 milioni di copie, trasformando un titolo del 1998 in uno dei giochi horror più venduti della generazione.
RE3 Remake sfiora gli 11 milioni. RE4 Remake ha già superato i 12 milioni di copie. La formula è stata applicata con coerenza: mantenere l'identità, aggiornare il linguaggio, abbattere le barriere di accesso senza tradire l'anima del prodotto originale.
Il RE Engine, il motore proprietario di Capcom, ha dimostrato di essere uno strumento straordinariamente versatile per questo tipo di operazione, capace di restituire atmosfera e peso stilistico con una fedeltà visiva che altri motori faticano a eguagliare.
Ora, sostituire Resident Evil con Devil May Cry nell'equazione non è un'operazione banale, ma nemmeno impossibile da immaginare. Anzi: il primo DMC condivide con i primissimi RE quella radice ancestrale di survival horror travestito da action, e un remake che ne valorizzasse la componente gotica e claustrofobica, aggiornando il sistema di combattimento verso gli standard moderni pur senza raggiungere la fluidità ipercinetica di DMC5, avrebbe tutte le carte in regola per riuscire. Non uno snaturamento, insomma. Un'operazione di restauro intelligente.
C'è poi un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori più attenti: Hideki Kamiya, il creatore originale di Devil May Cry, ha lasciato PlatinumGames nel 2023 ed è rientrato nell'orbita di Capcom. Ufficialmente è impegnato sul progetto Okami, ma nessuno ha mai escluso che le sue responsabilità all'interno della casa di Osaka possano essere più ampie.
La presenza del padre fondatore della saga nel momento in cui circolano voci su un remake del suo capitolo inaugurale è quantomeno suggestiva. Non una prova, sia chiaro, ma un dettaglio che aggiunge consistenza a un quadro già di per sé coerente.
Il momento è, oggettivamente, quello giusto. DMC6 non è ancora stato annunciato, e sei anni dopo DMC5 l'assenza si fa sentire. Netflix sta portando nuovi pubblici al brand, e la stagione 2 della serie animata ha appena debuttato al momento in cui scrivo.
Il franchise è in uno stato di salute paradossale: mai così visibile, mai così privo di un nuovo capitolo giocabile. Un remake del primo episodio risolverebbe questo problema in modo elegante: offrirebbe ai nuovi fan un punto di ingresso narrativo cronologicamente coerente, darebbe ai veterani un motivo per tornare, e traghettarebbe la serie verso il prossimo episodio originale con una base utenza ampliata e rinnovata.
Il rischio del conservatorismo
L'unico pericolo reale, in questo scenario, è quello opposto alla nostalgia: il conservatorismo da parte di Capcom. Già si sentono voci che chiedono un remake fedele all'estremo, con telecamera fissa e controlli d'epoca mantenuti come se fossero reliquie sacre da non toccare. Sarebbe un errore.
La grandezza dei remake di Resident Evil sta proprio nel coraggio di reinterpretare, non nel replicare. Un remake di DMC1 che si limitasse a riverniciare i poligoni del 2001 non avrebbe senso industriale né artistico. Avrebbe senso soltanto se prendesse la struttura portante dell'originale, la sua atmosfera irripetibile, il suo Dante più giovane e meno sbruffone, e li traducesse in un'esperienza contemporanea che possa dialogare con chi non ha mai tenuto in mano un DualShock 2.
Il remake di Devil May Cry 1, se esiste davvero, ha tutte le condizioni per essere una delle uscite più significative della seconda metà del decennio. Ha il supporto di un ecosistema mediatico attivo, ha i numeri della serie che ne giustificano l'investimento, ha un motore di sviluppo all'altezza e ha una lacuna narrativa nel catalogo moderno che chiede di essere colmata.
Quello che deve avere, soprattutto, è il coraggio di essere davvero nuovo pur restando riconoscibilmente se stesso. Come quel giovane cacciatore di demoni che nel 2001 entrò in castello con una pistola in mano e una smorfia sul volto, e cambiò per sempre la storia degli action.