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Come nel 2020 il videogioco ci ha salvati

A volte nella vita ti accorgi di quanto sia importante la libertà solo quando ti rendi conto di averla persa.

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Come nel 2020 il videogioco ci ha salvati
Avatar di Marcello Paolillo

a cura di Marcello Paolillo

Editor-In-Chief @SpazioGames

Pubblicato il 23/12/2020 alle 15:20
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Il 2020 sta ormai per giungere al termine. Penso che le parole spese su questo anno nefasto siano state abbastanza, visto che il ventiventi rimarrà nella storia più per i motivi sbagliati che per le (poche) occasioni di giubilo. Ogni volta che esco (poco) di casa mi domando quante persone avrei potuto conoscere, salutare, abbracciare, anche solo andando al bar o partecipando a un evento stampa. Questo perché i nostri bisogni sono stati letteralmente cancellati a favore di una priorità più grande e preziosa: la salute. L'emergenza sanitaria ha infatti cambiato - soprattutto in peggio - la nostra quotidianità, persino quella di chi scrive e lavora con il videogioco.

Certo, come voi ho fame di serenità e divertimento, ma siamo - e saremo - la generazione che dovrà mettere a posto questo disastro, sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Non c’è un’alternativa a questa vita, ora come ora. Prendere o lasciare. Tuttavia, qualcosa potrebbe averci salvato da questo collasso psicologico, o quanto meno alleviato un periodo di costrizione psicologica che avrebbe potuto fare più danni di quanti in realtà non ne abbia fatti. Quel qualcosa sono proprio i videogiochi. Questo articolo non vuole essere però l'ennesima analisi di mercato, né un'attenta considerazione di come l'industry si sia presa la pandemia in faccia (tra smart working e rallentamenti nella distribuzione). È una lettera da videogiocatore e videogiocatore, scritta con il joypad (e il cuore) in mano.

Il profumo della libertà.

Passo indietro: è il mese di marzo. La mia quarantena è iniziata esattamente come la vostra, in momento in cui il 2020 era a tutti gli effetti ancora ai nastri di partenza. Da una manciata di giorni siamo chiusi in casa, non vediamo i nostri amici e – in una situazione più estrema – neanche la nostra famiglia (chi studia o lavora fuori casa sa benissimo di cosa sto parlando). Non ho mai avuto un cane, non faccio jogging e non ho figli, quindi per grazia divina non ho avuto bisogno di un'autocertificazione che giustificasse i timidi spostamenti al supermercato a pochi metri da casa. I ristoranti, i bar e i piccoli negozi si stanno organizzando per le consegne a domicilio, una pratica che – nel momento in cui scrivo – è ancora in uso (e lo sarà ancora per molto). I primi striscioni con su scritto che “andrà tutto bene” stanno iniziando ad apparire sui balconi di mezza Italia, senza sapere ancora che “tutto bene” forse non andrà.

Di lì a poco, inizia a farsi strada la consapevolezza che la partita è ancora dannatamente lunga, che le regioni stanno per chiudersi e le mascherine alzarsi. Che andare a buttare la spazzatura diventerà l'apericena del venerdì sera, che il silenzio nelle strade prima affollate sarà la colonna sonora delle nostre giornate, una dietro l'altra. Perché, quando il destino bussa alla porta, non puoi fare altro che aprire l'uscio a testa bassa. Quando senti di essere un leone in gabbia e vorresti solo il tuo posto nel mondo, ma quel mondo sembra avere altri piani per te.

Niente distanziamento.

Ed è proprio in questo momento che entra in scena il videogioco. Nel caso abbiate vissuto Death Stranding (ultimo capolavoro di Hideo Kojima) saprete benissimo come la tecnologia, in qualche modo, abbia assunto lo scopo primario di “collegare” le persone, specie in questa epoca buia. I videogame hanno aiutato moltissimo in questo contesto. Hanno collegato le persone ma le hanno anche collegate in una maniera del tutto inedita. La differente percezione del tempo ha permesso di percepire in maniera diversa il videogioco stesso: non più un passatempo, ma una valvola di sfogo fondamentale, l'uscita di emergenza per la nostra mente.

Più tempo per giocare vuol dire anche più tempo per riflettere e, quindi, arricchirsi. Non una galera, ma il bisogno che ha lo spirito di uscire a prendere una boccata d'aria, in barba alle restrizioni e ai DPCM di un manipolo di politicanti ancora più spaventati (e disorganizzati) di noi: ed ecco quindi che le strade di Midgar diventano per qualche settimana la nostra nuova casa, Tifa, Barret e Aerith i nostri nuovi amici. Oppure, le vie decisamente meno accoglienti di Raccoon City, dove un'altra emergenza pandemica – questa volta, fortunatamente, di fantasia – sta trasformando tutti in zombie, così come il viaggio di Ellie alla ricerca di una forma di amore e libertà che, forse, non arriverà mai, oppure le battaglie all'arma bianca del guerriero Jin Sakai sull'isola Giapponese di Tsushima.

O ancora, salire a bordo di un aereo e volare via lontani, atterrando sulla nostra personale isola dei sogni dove ci aspettano nuove amicizie, scoperte e opportunità. Perché l'uscita di Animal Crossing: New Horizons durante il lockdown lo ha reso quasi una terra promessa per molti giocatori, un posto (l'unico) dove ci si poteva incontrare, abbracciandosi, facendo arrivare un messaggio a chi il videogioco ancora non lo conosce, o peggio, non lo capisce. Videogiocatori che cercano di rimanere, in qualche modo, esseri umani.

Restiamo lontani oggi per abbracciarci più forte domani.

Dopotutto, da che mondo è mondo ogni videogioco parla di cose che spesso mancano a ciascuno di noi, siano esse persone, luoghi o semplici sentimenti. Capita poi che tutte e tre le cose vengano a mancare all'unisono, e ogni certezza traballa. La vita stessa inciampa. La cosa bella - per non dire straordinaria - è che l’Organizzazione Mondiale della Sanità assieme ad alcune tra le principali compagnie internazionali (come ad esempio Blizzard e Riot Games) ha lanciato una nuova campagna con l’hashtag #PlayApartTogether con l’intento di incoraggiare le persone a seguire le raccomandazioni sul distanziamento sociale, rimanendo a casa e a giocare ai videogiochi, sia da soli che con gli amici collegati alla rete.

Curioso come, solo alcuni mesi prima, l’OMS aveva dichiarato la dipendenza dai videogiochi una malattia, inserendo il cosiddetto "gaming disorder" tra le forme di dipendenza della società contemporanea. La pressione del mondo accademico e scientifico - in totale disaccordo con l'avventata classificazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - è stata quindi una sorta di ideale prologo a un'emergenza pandemica senza precedenti nel nuovo millennio. Una coincidenza piuttosto imbarazzante.

Forse, all'inizio di questa storia ho però sbagliato anche io. Ero convinto che avremmo capito tutto in fretta e che, finita l’epidemia, saremmo tornati alla vita di prima. L’idea di invulnerabilità è però svanita quasi subito, soppiantata dall'angoscia del domani. Io stesso ho cominciato a videogiocare per evadere da una cameretta fin troppo stretta e, dannazione, ora è necessario continuare a farlo. Sono settimane che siamo bombardati da numeri e affermazioni che sembrano non aver senso alcuno in un contesto prettamente umano, poiché soggetti a tante (troppe) variabili. La narrazione stessa di questa pandemia si basa su distanziamenti, mascherine, date e tempi di riapertura, contagi, numero di tamponi, regioni colorate. E lacrime. Quindi, ogni volta che ce ne sarà bisogno - e finché questo maledetto virus non sparirà per sempre dalla faccia della terra – non diteci nulla se decideremo con grande educazione di andarcene in posto lontano (seppur virtuale, come quello di un videogioco). Fateci sognare di essere ancora liberi.

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