Natale e videogiochi sono due parole che, messe insieme, sembrano fatte apposta per farci regredire di qualche decennio, per farci inciampare in quella zona fragile della memoria dove l’odore di plastica nuova conta più della risoluzione e di qualsiasi ray tracing.
Ogni anno, puntuale, il Natale torna a bussare alla porta dei videogiocatori ricordandoci che prima di essere utenti, consumatori o abbonati siamo stati bambini. E che da qualche parte, sotto strati di cinismo e backlog infiniti, quel bambino esiste ancora.
Io l’ho incontrato di nuovo il giorno in cui ho scoperto che Babbo Natale e la Befana non esistevano. O meglio: il giorno in cui ho smesso di far finta che esistessero. Perché la verità, come spesso accade, non è arrivata con uno schiaffo ma con una carezza. Una lettera.
Il Natale che cambiò tutto
Una lettera scritta dai miei genitori, lasciata lì con la stessa solennità con cui oggi si lasciano i tutorial skippabili all’inizio dei giochi: puoi ignorarla, ma se la leggi capisci tutto.
Era una lettera dolce, disarmante nella sua semplicità. Nessuna grande rivelazione drammatica, nessun “sedetevi, dobbiamo parlarvi”. Solo parole oneste, quasi timide, in cui mamma e papà confessavano di essere stati loro, per anni, Babbo Natale. Di aver nascosto i regali, deciso quali dolcetti aggiungere. Di aver recitato una parte per amore, come si fa nei migliori giochi di ruolo, quando accetti una missione secondaria non perché dia esperienza ma perché sai che è giusto farlo.
Ricordo ancora alcune frasi, non perché fossero scritte bene, ma perché erano vere. “Lo abbiamo fatto per vederti felice”. Parole che oggi, rilette con gli occhi di un adulto immerso in un’industria che monetizza ogni emozione, suonano forti.
Il regalo, quell’anno, era un Game Boy in bianco e nero. Non il colore, non il modello avanzato, non la versione Color o Pocket. Il Game Boy, punto. Schermo verdognolo, batterie che duravano meno di una sessione di gioco moderna e una croce direzionale che sembrava scolpita nella roccia. Un oggetto che oggi definiremmo limitato, e che invece allora era infinito.
Era la transizione definitiva dall’infanzia alla consapevolezza, mediata da uno schermo monocromatico e da cartucce che non salvavano sempre come avrebbero dovuto.
Il Natale, nei videogiochi come nella vita, è sempre stato questo: una sospensione dell’incredulità. Un momento in cui accettiamo di credere a qualcosa di più grande, anche solo per il tempo necessario a sentire meno freddo. È il motivo per cui ancora oggi ci emozioniamo davanti a certe musiche, a certi menu iniziali, a certi avvii. Perché ci riportano lì, a quando bastava premere start per sentirsi invincibili.
L’industria lo sa benissimo. Sa che Natale è sinonimo di bundle, edizioni speciali, trailer e slogan che parlano di famiglia mentre vendono hardware e software. Eppure, nonostante tutto, continua a funzionare. Perché sotto la patina commerciale resta quel nucleo autentico: il videogioco come regalo perfetto.
Non perché costoso, non perché alla moda, ma perché capace di occupare tempo, attenzione e immaginazione. Tre cose che, da adulti, diventano sempre più rare.
Il Game Boy ricevuto dopo quella lettera non cancellò la magia, la rifondò. Ogni partita diventava una scelta consapevole. Non c’era più un vecchio con la barba a decidere se fossi stato buono o cattivo. C’ero io, con le mie responsabilità, e un mondo virtuale pronto a giudicarmi solo per come giocavo.
Forse è per questo che oggi, quando si parla di Natale e videogiochi, mi infastidisce un certo tono nostalgico di plastica, quello che riduce tutto a “si stava meglio quando si stava peggio”. Non è vero. Si stava semplicemente diversamente. E quel diversamente aveva il suono delle pile che rotolavano sul tavolo e l’odore della carta da regalo strappata troppo in fretta.
La lettera dei miei genitori, a distanza di anni, resta uno degli atti più onesti che abbia mai ricevuto. Non hanno difeso una bugia, non hanno allungato l’illusione per convenienza. Hanno fatto quello che fa un buon game designer quando sa che è arrivato il momento di togliere le rotelle: ti lasciano cadere, ma restano lì a guardarti rialzare. E ti danno uno strumento, non una promessa. Nel mio caso, un Game Boy.
Oggi i bambini scoprono la verità in modi diversi. Social, chat, meme su TikTok. Nessuna lettera, spesso, nessuna ritualità. E forse è questo che rende certi Natali più vuoti: non perché manchino i regali, ma perché manca la transizione. Quel passaggio delicato in cui qualcuno ti dice: ora tocca a te. Ora sei parte del gioco.
Natale e videogiochi continuano a intrecciarsi perché parlano la stessa lingua. Quella della sospensione, dell’attesa, del desiderio. Accendi una console come accendi le luci sull’albero: sperando che qualcosa brilli, anche solo per un attimo. E quando non succede, quando il gioco delude o il Natale passa senza lasciare traccia, resta comunque il ricordo di quando bastava poco. Di quando un Game Boy in bianco e nero poteva sembrare il futuro.
A te e famiglia
Babbo Natale non esiste, è vero. Ma esistono i genitori che scrivono lettere. Esistono i regali pensati, non solo comprati. Esistono i videogiochi che arrivano nel momento giusto e ti insegnano più di quanto sembri. E soprattutto esiste quella versione di noi stessi che, davanti a uno schermo tremolante, ha capito per la prima volta che la magia non sparisce: cambia forma.
Forse crescere è proprio questo. Scoprire che dietro ogni mito c’è qualcuno che ha lavorato nell’ombra per renderti felice. E decidere, un giorno, di fare lo stesso. Anche solo regalando un videogioco a Natale, sapendo che non salverà il mondo, ma potrebbe accendere qualcosa.
Proprio come fece, tanti anni fa, quel piccolo oggetto rettangolare di colore grigio e con lo schermo verdastro. E una lettera, semplice e definitiva, che mi ha insegnato che la verità, se raccontata bene, può essere il regalo più grande di tutti.