Recensione 6 min

Soul Hackers 2 | Recensione – Ingredienti noti, sapore differente

Un pizzico di SMT, un pugnetto di Persona

Il binomio Atlus-Sega rappresenta un toccasana per gli appassionati di giochi di ruolo di matrice giapponese, considerando quanti prodotti di nicchia sono giunti in occidente solamente grazie ad esso. Questa volta è il turno di Soul Hackers 2, seguito di una delle tante serie spin off del franchise Shin Megami Tensei nonché seguito (in)diretto di un prodotto di culto uscito ben venticinque anni or sono (e su Sega Saturn, per giunta!).

Soul Hackers 2

Piattaforma:
PC, PS4, PS5, XONE, XSX
Genere:
gioco-di-ruolo
Data di uscita:
26 Agosto 2022
Sviluppatore:
Atlus
Distributore:
SEGA

La curiosità era quindi non solo lecita ma anche naturale, visto che il titolo originale portava in scena contenuti maturi ed una peculiare unione tra cyberpunk e spiritismo, elementi che ritroviamo intatti in questo secondo capitolo.

Abbiamo passato diverse decine di ore in compagnia della versione PS5 per voi (la trovate su Amazon): non vi resta che continuare a leggere la nostra recensione per sapere se e quanto il gioco ci è piaciuto.

The end is the beginning is the end 

A metà tra il filone cyberpunk che aveva caratterizzato anche il capostipite ed il misticismo tipico della produzioni Atlus, la trama di Soul Hackers 2 ruota attorno all’imminente fine del mondo – un mondo non troppo diverso da quello attuale, e quindi collocabile nel futuro prossimo, in cui l’umanità continua a percorrere, indifferente e strafottente, la strada del culto dell’ego e del capitalismo più sfrenato.

In questo contesto, osservato dal punto di vista del Giappone, due entità dalle fattezze femminili vengono inviate tra gli umani da Aion, un’intelligenza artificiale senziente ed onnisciente che ha previsto i venturi eventi funesti.

Scopo delle due eroine è evitare la morte di due specifici individui, Ichiro Onda e Arrow, a seguito delle quali si scatenerà un’inarrestabile catena di eventi che porterà l’umanità a scomparire per mano di una oscura setta di evocatori di demoni, la Cerchia Fantasma, capeggiata da Maschera di Ferro, il main villain del gioco che ondeggia tra una buona caratterizzazione e qualche luogo comune di troppo.

Sì, quello è proprio Pazuzu, se ve lo state chiedendo.

Senza entrare troppo nello specifico e rovinare la sorpresa di una vicenda che non lesina qualche colpo di scena ben congegnato, possiamo dire di essere rimasti più che soddisfatti dalla scrittura e, soprattutto, dalla caratterizzazione del cast di personaggi, tra i quali, a nostro avviso, spicca il diabolico Saizo.

Sarà per la libertà derivata dall’età adulta dei protagonisti, che ha permesso di trattare temi talvolta spinosi, sarà il consueto senso di minaccia incombente che caratterizza molta della produzione della software house nipponica, ma la trama di Soul Hackers 2, nonostante qualche macchiettismo di troppo tipico di talune produzioni provenienti dal Sol Levante, riesce a farsi seguire con interesse fino alle battute finali, quando il climax si fa a nostro avviso un po’ troppo frettoloso.

Non siamo dalle parti delle migliori produzioni Atlus, come anche per altri aspetti del gioco, come vedremo nei paragrafi successivi; eppure, se paragonato alla media delle produzioni odierne, il tessuto narrativo di Soul Hackers 2 riesce ad emergere.

Complice anche un buon adattamento in lingua italiana, le vicende coinvolgono per gran parte della durata dell’avventura, motivando il giocatore ad affrontare un altro dungeon un po’ troppo simile a quello precedente pur di sapere come si evolvono le relazioni tra i personaggi e lo scontro tra la già citata Cerchia Fantasma e Yatagarasu, l’organizzazione che le si oppone e di cui alcuni dei membri del nostro gruppo fanno parte.

Quasi dimenticavamo di sottolineare come, nonostante il numero due nel titolo, Soul Hackers 2 sia perfettamente fruibile da tutti coloro (e presumiamo siano la maggioranza) che non hanno mai giocato il capostipite, fungendo più da soft reboot della serie che da vero e proprio sequel – mossa comprensibile considerando la durata dello iato tra questa uscita e quella precedente.

Il chara design è giapponese fino al midollo, ma ci è piaciuto comunque molto.

Un combat system che non passa mai di moda

Togliamoci subito il dente cariato: il problema più grosso della produzione Atlus è la piattezza del dungeon design, ancora più evidente se si confrontano i labirinti con quelli del titolo originale e della sua riproposizione su 3DS di qualche anno or sono: le scorciatoie, le trappole, la caselle che consentivano di avanzare in un solo senso di marcia e le stanze segrete che abbondavano in quel titolo rimangono solo un lontano e pallido ricordo, sostituite da corridoi piatti e monotematici, alternati a qualche area leggermente più ispirata qua e là.

Da questo punto di vista si sarebbe potuto fare decisamente di più, e l’esplorazione dei dungeon ne avrebbe beneficiato enormemente: considerando che le città rimangono luoghi dove recarsi solo per rifocillarsi e fare scorta di oggetti utili in battaglia e durante eventuali missioni opzionali, è proprio nei dungeon che si svolge la stragrande maggioranza delle sezioni di gameplay, che, come tali, avrebbero dovuto essere orchestrate meglio.

Invece, l’onere di salvare la baracca finisce tutto sulle spalle del sistema di combattimento – che, fortunatamente, non sbaglia un colpo, pur nella sua estrema classicità: se le basi sono quelle note a tutti, con un combat system a turni puro in cui i protagonisti sono i demoni evocabili e fondibili più che i nostri quattro personaggi schierati, gli scontri in Soul Hackers 2 propongono un po’ troppo poco di nuovo per essere annoverati tra i più riusciti della ultratrentennale carriera di Atlus.

I cardini del combat system sono quelli a cui gli appassionati dei prodotti dello sviluppatore giapponese sono abituati: i demoni reclutabili, che possono essere fusi e schierati in battaglia con il loro bagaglio di abilità uniche, le debolezze nemiche, che scandiscono l’incedere della battaglia e sulle quali costruire le proprie vittorie, e gli attacchi Tregenda, l’unica aggiunta di rilievo che Soul Hackers 2 porta in dote.

Si tratta di attacchi di gruppo che vengono attivati quando, scoperta una debolezza nemica, la si sfrutta in tutti i turni possibili, con l’effetto di infliggere numerosi danni al gruppo nemico: utilissimi tanto per concludere in breve tempo gli scontri più facili quanto per avvantaggiarsi in quelli più tosti, questi attacchi sono da padroneggiare nel più breve tempo possibile, essendo una delle chiavi di volta per affrontare al meglio i dungeon di Soul Hackers 2.

Come altre volte, è difficile muovere delle vere critiche al combat system messo in piedi da Atlus: gli amanti dei sistemi in semi-real time potrebbero storcere un po’ il naso, eppure il bilanciamento raggiunto dopo tre decenni di sperimentazione tra equipaggiamento personalizzabile, demoni da schierare ed abilità uniche dei personaggi del party è ancora inattaccabile, e il motivo principale per cui vi consigliamo di dare una possibilità a Soul Hackers 2 è rappresentato proprio dal flow delle battaglie e dalla loro profondità, oltre che dall’eccellente livello di personalizzazione dell’esperienza di gioco.

Il consiglio per goderne a pieno, come al solito, ed a meno che non siate dei neofiti del genere, è di innalzare il livello di difficoltà, così da rendere davvero memorabili alcune delle boss fight, ben congegnate ed impegnative senza mai risultare frustranti.

L’impressione generale, arrivati ai titoli di coda, è che Atlus abbia, per una volta, giocato sul sicuro, saccheggiando le (ottime) idee dei suoi titoli di maggior successo degli ultimi anni per infondere nuova vita in un franchise dormiente da quasi un quarto di secolo e che, nonostante questo, speriamo di rivedere presto sugli schermi collegati alle nostre console, magari con qualche spunto originale in più.

E, intendiamoci, non c’è nulla di male in questo approccio – soprattutto considerato il budget a disposizione, certo non trascendentale, e l’appeal del marchio, limitato si soli fan della prima ora dell’universo allargato di Shin Megami Tensei (o, come chi vi scrive, a chi videogiocava già nel 1997), tanto è vero che il voto in calce a questa recensione è ampiamente e meritatamente positivo e che le quaranta ore scarse spese in compagnia di Ringo, Figue e compagnia si siano rivelate assai piacevoli.

Solo che Atlus, negli ultimi anni, ha alzato considerevolmente l’asticella, regalandoci capolavori del calibro di Persona 5 Royal e Shin Megami Tensei V, e aumentando, fatalmente, le aspettative nei suoi confronti, tanto che un ottimo JRPG come Soul Hackers 2 finisce con il venir percepito come un titolo “minore”.

Ma da che parrucchiere vanno i protagonisti di certi JRPG?!?

Succinto e compendioso

Il gioco gira su una versione modificata del motore Unity, con tutto ciò che ne consegue in termini prestazionali e grafici: l’ottima direzione artistica (che annovera manga artisti del calibro di Shirow Mina, tra gli altri) riesce a mascherare la pochezza delle ambientazioni effettivamente esplorabili, tanto quanto il sapiente uso di una palette di colori accesi e acidi riesce a far passare in secondo piano qualche texture slavata nonché l’ossessivo riciclo dei modelli dei PNG secondari.

La piattezza dei dungeon, invece, che va di pari passo con il loro deludente design di cui abbiamo già parlato nel paragrafo precedente, cozza con l’abbondanza di demoni disponibili e con l’ottimo lavoro svolto sui modelli di tutti i personaggi principali, antagonisti compresi.

Non abbiamo riscontrato problematiche di sorta nella versione PS5 da noi testata, né in quanto a prestazioni (con tanto di selettore per una modalità a 60 fps) né in quanto a bug o problemi di sporcizia del codice: il prodotto è a budget relativamente basso, ma la cura riposta nei dettagli è la medesima di tanti altri titoli Atlus più blasonati.

L'esplorazione è piuttosto limitata, ma i pochi quartieri presenti sono ben resi.

Spendiamo due parole anche sulla durata complessiva, notevolmente inferiore a tanti congeneri nonché a tanti precedenti prodotti Atlus: che sia per scelta precisa o per mancanza di ulteriori fondi, il team di sviluppo ha adattato perfettamente i ritmi di gioco e della narrazione alla quarantina scarsa di ore necessarie a portare a termine il gioco (peraltro godendo di circa i tre quarti dei contenuti opzionali).

Questo vuol dire che i dialoghi tra personaggi sono meno ridondanti e lenti che in molti altri JRPG, che già dopo tre o quattro ore di gioco avrete a disposizione il cast completo di personaggi giocabili e che, con trascurabili eccezioni, il gioco è scevro da contenuti filler e mezzucci artefatti per estenderne la durata.

Qualche purista potrà trovarlo troppo breve, ma noi, provenendo peraltro dalla maratona di Xenoblade Chronicles 3, non abbiamo avuto problemi con la natura più sbrigativa di Soul Hackers 2.

Versione recensita: PS5

7,9

Soul Hackers 2

Piattaforme: pc, ps4, ps5, xone, xsx
Non è colpa di Soul Hackers 2 se Atlus lo ha pubblicato a pochi mesi da SMT V e da Persona 5 Royal, due dei titoli migliori della sua storia recente, tanto quanto non è colpa di Soul Hackers 2 se il budget ad esso destinato è stato solo una frazione dei due congeneri succitati. Atlus ha fatto una scelta consapevole e si è presa un rischio duplice, prima pubblicando un sequel (indiretto) di una serie dormiente da un quarto di secolo e poi localizzandola persino in italiano, evento piuttosto raro per chi conosce la compagnia nipponica. Il risultato è un JRPG comunque di buonissima fattura, che consigliamo agli appassionati del genere e finanche a qualche neofita, ma non il nuovo messia dei giochi di ruolo giapponesi che qualcuno avrebbe potuto aspettarsi a seguito dei recenti exploit della software house di Tokyo. Alle giuste condizioni, Soul Hackers 2 sa regalarvi tra le trenta e le quaranta ore di divertimento ed un buon livello di sfida.

Pro

  • Combat system classico ma granitico
  • Profondo e personalizzabile
  • Più breve di altri titoli Atlus, ma non troppo
  • Storia e chara design degni di nota

Contro

  • Di spunti originali ce ne sono pochi
  • Dungeon design piuttosto piatto
7,9