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Immagine di Recensione Beast of Reincarnation, un viaggio imperfetto ma sincero

Recensione

Recensione Beast of Reincarnation, un viaggio imperfetto ma sincero

Beast of Reincarnation è disponibile dal 4 agosto 2026 su PS5, Series X|S e PC, con distribuzione anche su Steam, e Game Pass: leggi la recensione.

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Avatar di Marcello Paolillo

a cura di Marcello Paolillo

Editor-In-Chief @SpazioGames

Pubblicato il 10/08/2026 alle 14:10
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In sintesi

  • Un action RPG che vale soprattutto per il rapporto tra i suoi due protagonisti.
  • Game Freak sa scrivere un legame emotivo meglio di quanto sappia costruire un mondo aperto.
  • Coraggioso nelle intenzioni, ancora acerbo nell'esecuzione tecnica e strutturale. 
  • Pro
    • Il legame tra Emma e Koo, scritto con una delicatezza rara.
    • Il sistema di parata regala scontri con i Nushi soddisfacenti.
    • Direzione artistica capace di rendere memorabile un immaginario visto altrove.
  • Contro
    • Level design che maschera da open world un'impalcatura lineare.
    • Bestiario minore risicato e riciclato.
    • Progressione dei personaggi troppo rigida, che appiattisce il combattimento.

Il Verdetto di SpazioGames

8
Beast of Reincarnation è il tipo di gioco che si finisce con sentimenti contrastanti, e non è un male in sé. Da una parte c'è uno studio che per trent'anni ha vissuto dentro un unico universo e che qui prova, con onestà, a raccontare qualcosa di adulto, cupo, malinconico. Dall'altra c'è la prova evidente che scrivere un mondo credibile e costruirlo in modo che regga al giocatore sono due mestieri diversi, e Game Freak ne padroneggia solo uno.
Il legame tra Emma e Koo funziona perché non ha bisogno di spiegarsi, e in un genere dove i compagni animali sono spesso solo un vezzo estetico, qui diventano invece il motore emotivo di tutto. Peccato che intorno a loro ci sia un mondo che promette scoperta e regala corridoi travestiti da vallate. Il combattimento, quando funziona, funziona benissimo: la parata contro i Nushi è il momento in cui il gioco trova davvero se stesso. Ma bastano poche ore per capire che quella stessa formula non evolverà più di tanto fino ai titoli di coda. Consigliato a chi cerca un'esperienza d'atmosfera, matura, con un cuore vero al centro. Meno a chi si aspetta la rifinitura di un open world moderno o una varietà di sfide all'altezza dei migliori action del genere.
Resta il fatto che vedere Game Freak rischiare così tanto, dopo decenni di Pokémon, ha un valore che va oltre il singolo voto. È un esperimento riuscito a metà, ma un esperimento sincero. E in un panorama action RPG sempre più affollato, la sincerità di Emma e Koo vale comunque il prezzo del biglietto. Non aspettatevi il capolavoro che il trailer lasciava intuire. Aspettatevi un viaggio imperfetto che, nonostante tutto, resta difficile da dimenticare. 

Sei anni di sviluppo, uno studio che da tre decenni vive quasi esclusivamente all'ombra di un solo marchio, e la scelta di uscirne proprio ora con un action RPG ambientato in un Giappone post apocalittico che con Pokémon non condivide assolutamente nulla.

Beast of Reincarnation è arrivato sotto la direzione di Kota Furushima per conto di Game Freak. Non è un titolo minore infilato tra un capitolo e l'altro del franchise principale: è la prova che lo studio giapponese vuole dimostrare di saper dirigere qualcosa di completamente diverso, e per farlo ha scelto di rischiare parecchio.

Il titolo è disponibile dal 4 agosto 2026 su PS5, Series X|S e PC, con distribuzione digitale anche su Steam, e fa parte del catalogo Game Pass fin dal day one, una scelta che abbassa sensibilmente il rischio per chi vuole solo dare un'occhiata senza investire subito nell'acquisto pieno.

I dubbi, sin dal primo trailer, sono sembrati subito leciti: dopo anni di Pokémon, Game Freak è davvero in grado di guardare oltre, per un progetto decisamente più ambizioso?

Un Giappone divorato dalla piaga

Siamo nell'anno 4026. Una corruzione chiamata Blight ha ridotto la civiltà a frammenti sparsi tra rovine e vegetazione incontrollata, alterando ecosistemi, animali e persino le anime umane, trasferite per sopravvivere in involucri meccanici chiamati golem.

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Tecnicamente il gioco è soddisfacente.

Il deterioramento di quelle anime ha generato i Malefact, creature nate dalla fusione tra corpo, natura e corruzione, mentre a dominare i territori più ostili ci sono i Nushi, entità colossali che rappresentano il vero banco di prova dell'avventura. In questo scenario si muove Emma, una sealer marchiata dalla piaga e per questo emarginata dalla società che dovrebbe proteggere, affiancata da Koo, un cane a sua volta segnato dalla corruzione.

Le connessioni con la società giapponese contemporanea non sono difficili da cogliere: le difficoltà espressive delle nuove generazioni cresciute a contatto con la tecnologia, il peso della predestinazione e del senso del dovere, la minaccia di un progresso che erode tradizione e spiritualità della natura. Emma stessa, addestrata fin da bambina all'uso della spada e costretta nel ruolo di purificatrice, incarna quel conflitto meglio di qualunque dialogo scritto per lei.

Il rapporto tra i due protagonisti è, senza girarci troppo intorno, la parte meglio scritta di Beast of Reincarnation. Non c'è retorica da buddy movie forzato: Emma comunica poco e male con gli esseri umani, e proprio per questo il legame con Koo diventa il vero centro emotivo del viaggio, costruito con piccoli gesti più che con dialoghi esplicativi.

Emma e Koo, l'unica cosa che non vacilla mai.
Attorno a loro ruota anche un micro-gameplay più lento, fatto di coltivazione, ricette da recuperare insieme a Kagura e momenti di quiete che servono soprattutto a far respirare il giocatore tra uno scontro e l'altro.

Il legame con Kagura, la piccola cuoca del gruppo, e con Brad, così come con gli altri compagni incontrati lungo il cammino, si sblocca gradualmente attraverso piccoli dialoghi e non pretende mai di diventare un sistema di relazioni complesso o un crafting impegnativo: resta un'aggiunta evocativa, pensata più per far respirare la narrazione che per aggiungere profondità meccanica, e proprio per questo funziona.

È il punto in cui Game Freak dimostra di aver capito qualcosa che a Nintendo, negli ultimi vent'anni, non ha mai davvero dovuto imparare: come si scrive una relazione che non abbia bisogno di essere spiegata a parole.

Un mondo che promette libertà, o quasi

Bastano poche ore per rendersi conto che l'esplorazione di Beast of Reincarnation appartiene a un'idea di open world vecchia di almeno una generazione. Muri invisibili, appigli visibilmente scalabili ma inaccessibili per l'assenza di un comando di salto libero, percorsi lineari travestiti da ampie vallate: il senso di libertà promesso dalle abilità di Emma, capace di manipolare la vegetazione circostante per creare liane e raggiungere piattaforme elevate, si scontra con un level design che non è mai davvero organico.

A bilanciare in parte questa rigidità strutturale interviene la direzione artistica, capace di restituire un immaginario che fonde rovine di una civiltà scomparsa, vegetazione rigogliosa e residui di tecnologia corrotta in scorci che restano impressi, anche quando il percorso che li collega è fin troppo prevedibile. Il comparto sonoro asseconda questa costruzione visiva, alternando silenzi carichi di tensione a un accompagnamento orchestrale che sottolinea con misura i momenti più drammatici, senza mai risultare invadente.

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Il combat system prende parecchio da Sekiro.

Anche gli enigmi ambientali restano su un livello elementare, quasi sempre risolti spostando oggetti o attivando interruttori insieme a Koo. Si respira la sensazione di uno studio che ha inseguito modelli produttivi enormi senza avere ancora, del tutto, gli strumenti per sostenerli.

Sul piano tecnico, il sistema di combattimento resta il motivo migliore per insistere. La parata, o just guard, è il fulcro di tutto: bloccare un colpo con il tempismo corretto accumula punti da spendere nelle abilità di Koo, creando una relazione diretta tra precisione difensiva e potenza offensiva del compagno che il paragone con Sekiro, per quanto abusato, non è casuale.

Il ventaglio di strumenti a disposizione di Emma è più ampio di quanto sembri a un primo sguardo: oltre alla spada principale, due archi permettono un approccio a distanza, mentre stati alterati come il veleno o il vincolo, capace di immobilizzare temporaneamente anche i Nushi con dei viticci per qualche prezioso secondo di colpi gratuiti, aggiungono varietà tattica ai singoli scontri.

Il problema arriva con la progressione. La crescita dei personaggi non offre ramificazioni reali, e questo appiattisce lo stile di gioco: le strategie che funzionano nel primo capitolo sono le stesse che si useranno nell'ultimo, con le katane e i relativi modificatori elementali che pesano meno di quanto il gioco voglia far credere.

B

Anche la gestione di inventario e materiali resta accessoria, poco integrata nel ciclo principale, più un riempitivo pensato per allungare artificialmente la durata di un'avventura che comunque sfiora già le trenta, quaranta ore.

Tutto bello, ma imperfetto

È sulla varietà dei nemici minori che Beast of Reincarnation mostra la crepa più evidente: gli stessi modelli, riproposti con variazioni cromatiche e statistiche, per l'intera durata del viaggio. L'intelligenza artificiale, in questi scontri, non aiuta: comportamenti imprevedibili, mostri che si incastrano nello scenario o restano immobili a subire colpi senza reagire.

I duelli contro i Nushi principali offrono idee decisamente più stimolanti, ma ereditano parte delle stesse incertezze tecniche, tra telecamera ballerina e qualche imprecisione nelle animazioni che tradisce una rifinitura non ancora completa.

Anche sul piano puramente tecnico si avvertono le tracce di uno sviluppo complesso: rallentamenti nei momenti più concitati, qualche texture che fatica a caricarsi in tempo e animazioni che non sempre reggono il confronto con la cura riservata al comparto artistico. Nulla di irrecuperabile, ma abbastanza per ricordare che la rifinitura tecnica resta l'anello più debole della catena.

Insomma, Beast of Reincarnation resta un'avventura coraggiosa e profondamente imperfetta, in bilico costante tra intenzioni concettuali solide e una resa pratica che non le sostiene fino in fondo. Il suo valore vero non sta nella struttura action né nell'esplorazione, ma nella componente narrativa e nel rapporto tra Emma e Koo, capace da solo di tenere in piedi un'impalcatura che altrove scricchiola parecchio.

Chi cerca un'esperienza da divorare in poche sedute o un mondo aperto costruito con la stessa cura maniacale di certe produzioni occidentali farà bene a ridimensionare le aspettative. Chi invece è disposto a lasciarsi guidare più dal cuore della storia che dalla perfezione del sistema che la sostiene troverà in Beast of Reincarnation un compagno di viaggio imperfetto, ma sincero.

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