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Pro
- Un diorama in movimento.
- Buona localizzazione.
- Risolve la maggior parte dei problemi di ritmo dell'originale...
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Contro
- ... tagliando però diversi contenuti.
- Struttura di per sé piuttosto ripetitiva.
Il Verdetto di SpazioGames
A chi consigliare allora questo titolo? Sicuramente a chi ha apprezzato i due precedenti rifacimenti, ma anche a quanti stiano cercando un JRPG spensierato, non eccessivamente complicato, ma che comunque non lesina sui contenuti, poggiandosi su meccaniche di gioco risapute ma anche rodate e confortevoli.
Informazioni sul prodotto
Dopo aver realizzato delle splendide figure in miniatura di tutti i personaggi principali del cast, e sull'onda della marea di intelligenti riedizioni che Square Enix ha deciso di pubblicare per rendere onore al suo sconfinato catalogo, ecco giungere sul mercato Dragon Quest VII Reimagined, versione riveduta e corretta di uno dei capitoli meno conosciuti in Europa ma anche più amati della longeva serie di JPRG creata da Yuji Horii.
Non potevamo esimerci dal raccontarvi del nostro terzo viaggio nel mondo dimenticato intorno ad Estard, avvenuto nel formato PS5, sebbene il gioco sia in arrivo anche per tutte le altre piattaforme sul mercato, escluse quelle di vecchia generazione come PS4 e Xbox One.
Se foste giovani sognatori, sempre alla ricerca di nuove avventure, vi accontentereste di un mondo composto da una singola, minuscola isola? Quanti dei nostri lettori hanno raggiunto la maggiore età e scelto di esplorare il mondo,
magari tramite un lungo viaggio o un'esperienza universitaria lontano da casa?
Dragon Quest VII parte proprio da qui: dalla costante curiosità dell'uomo, dalla sete di conoscenza che, soprattutto da giovani, si impossessa di noi e ci costringe a mettere il naso fuori dalla porta, esplorare, sporcarci le mani, lasciare il nido.
Ode al senso di scoperta
Il nostro protagonista senza nome, dalle inconfondibili fattezze create dal compianto Akira Toriyama, è il figlio del mastro pescatore di Baia Sardina, e può contare tra i suoi amici nientemeno che Kiefer, principe di Estard, e Maribel, la figlia del sindaco del piccolo borgo di pescatori di cui sopra.
La loro esistenza sul'isola di Estard scorre placida e pacifica, i cieli sono raramente solcati da nubi e tutto scorre in maniera prevedibile... e noiosa: spinti da leggende sussurrate a mezza bocca, dicerie e da una buona dose di curiosità, il nostro trio di improbabili eroi si riunisce in segreto per dedicarsi a mirabolanti avventure.
L'ultima di queste scaturisce da un frammento di una misteriosa mappa, rinvenuta dal padre del nostro alter ego in una delle sue battute di pesca, ed origina le vicende narrate nel gioco. Possibile che in un oceano sconfinato ci sia solo la piccola isola di Estard? O quella mappa racchiude in realtà un indizio sulla presenza di altri continenti, di altri abitanti, di storie mai raccontate che aspettano solo di essere scoperte?
Come molti giochi di matrice nipponica (la serie di Zelda è la prima a venirci in mente), Dragon Quest VII spinge forte sul pedale della curiosità, della scoperta fanciullesca, e mette il giocatore nei panni di un novello scopritore di mondi.
Nonostante personaggi abbastanza stereotipati, mossi peraltro da motivazioni perlopiù banali, la narrativa riesce ad incuriosire il giocatore anche in questa versione Reimagined, mettendolo nella condizione di recuperare storie raramente banali, che mettono al centro emozioni umane come il senso di giustizia, quello di colpa, la vendetta e la capacità di perdonare torti subiti.
Gli intrecci sono leggeri ma raramente triviali, e non escludiamo che alcune delle storie più tristi possano far sgorgare qualche lacrimuccia dagli occhi dei giocatori più sensibili: in una serie che non ha quasi mai fatto della qualità del plot uno dei suoi marchi distintivi, Dragon Quest VII Reimagined riesce allora a spiccare, oscurando i capitoli precedenti e ponendosi giusto un gradino sotto l'undicesimo capitolo.
Operazione di snellimento
I ragazzi di Hexadrive, coadiuvati da uno dei team interni di Square Enix, hanno lavorato soprattutto su due fronti: l'uno, evidente sin dai primi trailer, è quello che concerne l'aspetto grafico, che richiama ora più che mai un enorme diorama, con personaggi "tattili" e dalle fattezze più credibili rispetto alla versione originale del titolo ma anche a quella pubblicata su 3DS.
L'altro, meno evidente, ma sul lungo periodo assai più impattante, è quello relativo al ritmo della produzione, decisamente lento nella versione pubblicata sulla prima PlayStation e qui velocizzato, pur con tutti i limiti del caso dovuti ad una struttura fondamentalmente ripetitiva di per sé.
Se alcune delle principali critiche rivolte al gioco alla sua uscita erano relative alla lentezza dell'introduzione, alla prolissità dei dialoghi di molti personaggi non giocanti ed al fatto che fossero necessarie quattro o cinque ore per assistere al primo, vero combattimento, Hexadrive ha pensato bene di tagliare molte delle lungaggini che provenivano da un'era videoludica differente (ricordiamo che Dragon Quest VII fu pubblicato in Giappone su PS1 nell'estate del 2000), così da proporre una struttura assai più snella e rapida, che getta il giocatore nella mischia senza troppi preamboli già ad una manciata di minuti dalla splendida intro animata.
In questa stessa ottica si inseriscono i miglioramenti alla leggibilità dell'azione, come degli indicatori di missione, utili a risparmiare tempo, e la possibilità di accelerare gli scontri a turni, la cui lentezza era responsabile dell'affossamento del ritmo nell'originale.
Alla luce di queste modifiche, le oltre quaranta ore spese in compagnia del gioco
corrispondono, a grandi linee, alle settanta richieste non solo dal titolo alla sua prima pubblicazione ma anche alla versione per 3DS, che pure si era segnalata per altri pregi, come l'ottimo adattamento ad un formato, quello cartuccia, non sempre generoso con le produzioni ricche di contenuti.
Il rovescio della medaglia è rappresentato dal taglio di diversi contenuti rispetto alle due precedenti uscite, dal Ranch dei Mostri a numerose aree del mondo di gioco (ne abbiamo contate quattro, tra cui Denuvo e Providentia), sempre nell'ottica di rendere più digeribile e meno dispersiva l'esperienza di gioco, che si sarebbe altrimenti rivelata decisamente ostica per le nuove generazioni di giocatori.
Un nuovo livello di difficoltà totalmente personalizzabile, in cui è possibile decidere danno inflitto, punti esperienza e soldi guadagnati in maniera indipendente, e l'accorciamento di tutti i dialoghi non necessari all'avanzamento nella quest principale vanno nella medesima direzione, ovvero snellire un gigante che necessitava sì di un centinaio di ore per essere completato ma che, per raggiungere quella quota, impiegava molte fasi piuttosto tediose, tra backtracking, grinding e tempi morti nella ricerca della prossima destinazione
per far avanzare gli eventi.
Se ci siamo concentrati su queste novità piuttosto che raccontare il gameplay in sé è perché da quel punto di vista Dragon Quest VII Reimagined non nasconde sorprese. Parliamo di un JRPG a turni piuttosto canonico, non distante dai remake dei primi episodi della serie a cui abbiamo potuto giocare nell'ultimo biennio e decisamente vecchia scuola rispetto a prodotti contemporanei come Baldur's Gate III, Expedition 33 o, per restare in ambito nipponico, Persona 5 o il remake di Persona 3.
Nondimeno, il fascino di un'avventura spensierata, colorata, che pure non nasconde storie tristi e dai contenuti maturi, rimane immutato, e la semplicità di fondo è forse quella che cerchiamo da un mercato saturo, in cui la proposta è ricca di prodotti dalle meccaniche fin troppo arzigogolate ed inutilmente complesse.
Certo, se si cercano personaggi sfaccettati e dalle motivazioni adulte, scenari da fine del mondo ed innovazioni clamorose in termini di dinamiche di gioco, Dragon Quest VII Reimagined non è esattamente il titolo più indicato, eppure siamo sicuri che saprà scavarsi la sua nicchia di appassionati com'è già stato per gli altri titoli della serie recentemente riproposti da Square Enix.
Magnifici diorama
Al netto del modello del principe Kiefer, che ha guadagnato due o tre chili di mascella, da giocatori di entrambe le precedenti versioni di Dragon Quest VII non possiamo che dirci soddisfatti della nuova estetica abbracciata da Reimagined.
L'idea di realizzare delle splendide figure tridimensionali di tutti i personaggi principali del cast, per poi digitalizzarle ed inserirle in un mondo colorato e graziato dall'inconfondibile character design del papà di Dragon Ball si rivela vincente, e regala, quantomeno nella versione PS5 oggetto di questa recensione (che trovate scontata qui), una ventata di aria fresca rispetto ai grigi e alle fattezze realistiche di molti congeneri.
A quanti provenissero dai recenti remake dei primi tre capitoli, il bestiario e molti degli incantesimi sembreranno estremamente familiari, ma essi fanno parte dell'immaginario del franchise e, sebbene in forma leggermente diversa, tornano in tutti gli episodi della serie, dai primissimi fino all'undicesimo, in attesa di un nuovo capitolo.
E lo stesso vale per gli inconfondibili motivetti della serie, divenuti iconici col trascorrere dei decenni: il battle theme, la musichetta di quando un nuovo membro si unisce al party, quella della chiesa, dov'è possibile salvare il gioco e purificare il party da diversi stati alterati, e così via.
Dragon Quest VII Reimagined si pone allora come un'enorme enciclopedia di quello che la serie ha prodotto fin qui, e, come tale, non può che guadagnarsi il nostro pollice in alto, nonostante, per ovvi motivi, non spinga al massimo nessuno degli hardware su cui gira.