Onimusha: Warlords recensione | Il ritorno, 18 anni dopo

By |15/01/2019|Categories: In Evidenza, Recensione|Tags: |

Era il 2001 quando Capcom pubblicò su PlayStation 2 il primo Onimusha. Reduci da anni di grandi successi con Resident Evil, la casa di Osaka era ancora nel suo periodo d’oro, quello in cui difficilmente sbagliava un gioco. Anche Onimusha entrò dunque nel filone delle serie sacre, venerate e mai dimenticate dai fan, i quali hanno da sempre chiesto a gran voce altri titoli. Le richieste non sono mai state ascoltate, ma qualcosa inizia finalmente a cambiare. D’altra parte, Onimusha è il settimo franchise che ha venduto meglio nella storia della compagnia (dietro Resident Evil, Monster Hunter, Street Fighter, Mega Man, Devil May Cry e Dead Rising), raggiungendo gli otto milioni globali, motivo per cui la riproposizione in chiave moderna è un’ottima mossa – anche per tastare il polso ai giocatori.

Signori della Guerra

La saga di Onimusha utilizzava delle figure storiche reali del Giappone feudale e le mescolava con elementi fantastici, creando una commistione particolarmente azzeccata e un gusto per la narrativa senz’altro leggero ma in pieno stile Capcom di due decadi fa.

Onimusha: Warlords, prodotto da Keiji Inafune e diretto da Jun Takeuchi, era ambientato nel periodo Sengoku e seguiva le vicende del samurai Samanosuke Akechi in lotta contro i Genma, demoni con cui Nobunaga Oda (e i successivi signori feudali) avevano stretto un patto per una rapida ascesa al potere. Assieme alla kunoichi Kaede, Samanosuke doveva salvare la principessa Yuki dalle forze demoniache, che nel frattempo avevano conquistato il castello Inabayama e le zone limitrofe, con mire espansionistiche sempre più pericolose.

Con l’uso delle armi bianche e del guanto Oni potevamo combattere le minacce, superando enigmi (alcuni facoltativi, altri obbligatori) per aprirci la strada verso le aree successive. Ancora oggi, quella di Onimusha: Warlords è una formula che funziona molto bene, nonostante l’impostazione con telecamere fisse sia arcaica e sconveniente per la tipologia dell’azione messa in scena. Azione che non risulta mai essere sin troppo spinta, perché parte di Onimusha: Warlods è in fondo anche retaggio dei primi tre Resident Evil, con tutte le logiche differenze del caso.

Si guardi ad esempio ai fondali pre-renderizzati lungo cui si muovono i personaggi, all’organizzazione delle mappe e delle chiavi che qui hanno la forma degli elementi delle armi, alla costruzione dei livelli e alla conduzione di gioco. Onimusha: Warlords era insomma un signor videogioco, che avrebbe ispirato gran parte dei titoli a seguire, soprattutto con alcune sue riuscitissime meccaniche (si pensi all’assorbimento delle anime, ripreso di sana pianta, quattro anni dopo, da un certo God of War).

Nell’era PS2 c’erano ovviamente molti più limiti, ma Onimusha: Warlords riusciva a sopperire ad alcune oggettive mancanze con un ritmo pressoché perfetto e un sistema di combattimento basilare ma non semplicissimo da padroneggiare, assieme ad alcuni sparuti elementi ruolistici dedicati al potenziamento di armi e sfere elementali a esse associate.

Katane e Magia

In Onimusha: Warlords il bilanciamento delle armi era ben studiato, e se la Raizan ad elemento fulmine era l’arma con più equilibrio e valori intermedi, la Enryuu ad elemento fuoco era la più potente e la Shippuu ad elemento vento la più rapida. Anche le rispettive magie avevano un peso non indifferente all’interno degli scontri: se l’uragano della Shippuu scatenava attacchi ad area in grado di spazzare via gruppi di nemici, la sottile e diretta fiammata della Enryuu era il modo migliore per indirizzare tutta la potenza verso un singolo nemico coriaceo.

La barra gialla della vita si abbinava con quella blu per la magia, da ricaricare tramite l’assorbimento delle anime che i nemici lasciavano alla loro morte, assieme a quelle rosse che rappresentavano di fatto i punti esperienza con cui migliorare le specifiche degli strumenti d’offesa. Oltre a ciò, Onimusha: Warlords offriva un particolare sistema di parry che prevedeva di attaccare l’attimo prima di subire un attacco, così da eseguire un fendente fulmineo capace di uccidere all’istante. Con un ottimo tempismo i fendenti potevano essere concatenati, ma si trattava di occasioni piuttosto rare. Bloccare gli attacchi era possibile, così come era lecito poter eseguire delle schivate laterali, a dimostrazione del fatto che nel suo genere, Onimusha: Warlords può essere definito tra i titoli più influenti dell’epoca.

Probabilmente uno dei difetti più noti era proprio la scelta delle inquadrature fisse, che se da una parte concorrevano a creare maggiore tensione, dall’altra non consentivano di individuare subito l’esatta ubicazione dei nemici, e nemmeno era così immediato riuscire a fronteggiarli prima di subire un colpo.

Per ovviare parzialmente al problema, Capcom ha inserito in questa nuova versione rimasterizzata il supporto all’analogico, che rende più fluidi e intuitivi i movimenti. Le altre novità, che ad onor del vero non sono molte, prevedono la modalità facile disponibile sin da subito (mentre nell’originale doveva essere sbloccata), una nuova colonna sonora appositamente registrata per l’occasione, e un sistema di obiettivi in-game che prevede l’ottenimento di ben cinquantasei “onori”.

Tecnicamente Onimusha: Warlords beneficia della grafica in alta definizione con opportuni ritocchi grafici, e il supporto al widescreen in 16:9, coadiuvato da una funzionalità di scorrimento della telecamera in grado di mostrare delle aree altrimenti tagliate fuori.

+ Ancora oggi molto divertente e appagante
+ Inclusione delle "medaglie" in-game
- Rimangono un paio di vecchi difetti legati all'impostazione con schermate fisse
- Remastered portata a termine col minimo sforzo, senza l'introduzione di alcuna novità di peso

8.0

Nonostante i molti anni passati dal suo debutto, Onimusha: Warlords dimostra di essere ancora un titolo divertente e appagante. Le uniche vere criticità sono associate alla vecchia impostazione con schermate fisse e agli ovvi limiti tecnici dell’epoca, ma aver rigiocato la prima avventura ha indiscutibilmente riacceso la fiamma per la serie.
L’operazione di remastered, invece, è davvero prodotta col minimo sforzo possibile, e si configura come un revival che serve a Capcom per capire quanto è alto l’interesse per una saga ancora oggi molto apprezzata da tutti.