Ventiquattro anni trascorsi a costruire uno degli studi di sviluppo videoludico più rispettati al mondo, poi la decisione di andarsene con un senso di sconfitta che nessun comunicato stampa avrebbe potuto mascherare. Pete Hines, per decenni volto pubblico e responsabile della divisione publishing di Bethesda, ha rotto il silenzio in un'intervista rilasciata al podcast Firezide Chat, raccontando con insolita franchezza le ragioni che lo hanno spinto a lasciare l'azienda nel 2023, a pochi mesi dall'uscita di Starfield.
Al centro del suo racconto c'è una parola che torna più volte: autenticità. O meglio, la sua assenza. Secondo Hines, dopo l'acquisizione di ZeniMax Media da parte di Microsoft nel 2021 per circa 7,5 miliardi di dollari, Bethesda è diventata "parte di qualcosa che non è autentico e non è genuino". Una frase lapidaria che suona come un epitaffio per un'era, quella della casa produttrice indipendente che aveva costruito franchise leggendari come The Elder Scrolls e Fallout.
Il racconto di Hines è quello di un uomo che ha continuato a restare non per convinzione, ma per senso di responsabilità verso il proprio team.
"Mi sono fermato perché mi dicevo che quel posto aveva ancora bisogno di me", ha spiegato, "ma a un certo punto ho capito che, pur essendo necessario, non avevo più il potere di fare ciò che ritenevo giusto: proteggere le persone, mantenere quello che avevamo costruito con tanta fatica, ovvero uno studio efficiente e ben gestito." Una condizione logorante, quella di chi vede deteriorarsi qualcosa a cui ha dedicato metà della propria vita professionale senza poter intervenire.
La partenza era in realtà già programmata da tempo, ma i ripetuti rinvii del gioco di fantascienza Starfield hanno prolungato il suo impegno ben oltre le intenzioni originali. "Ogni volta che Todd [Howard, il direttore creativo] posticipava Starfield, pensavo: accidenti, resto qui altri otto mesi", ha confessato Hines con tono disincantato, precisando che Howard era l'unico a essere informato dei suoi piani di uscita. Quello che era pensato come un arrivederci programmato si è trasformato in quasi un anno di attesa in più.
Le parole più dure riguardano la cultura aziendale di chi ha acquisito Bethesda. Senza nominare direttamente Microsoft, Hines ha descritto la delusione di entrare in un'organizzazione che ammirava dall'esterno e trovare una realtà ben diversa dalle aspettative.
"Parlare è una cosa", ha detto, "ma io guardo sempre ai fatti concreti: si fa davvero quello che si dice? Oppure si pronunciano belle parole che svaniscono non appena si esce dalla stanza? Bethesda non ha mai funzionato così." Il contrasto con il metodo di lavoro che aveva contribuito a costruire era, a suo dire, stridente e quotidiano.
A rendere il quadro ancora più complesso c'è una vicenda emersa durante la battaglia legale tra Microsoft e la Federal Trade Commission americana riguardante l'acquisizione di Activision Blizzard.
Alcune e-mail rese pubbliche in quella sede suggerivano che Hines fosse rimasto sconcertato dalla decisione di permettere a Call of Duty di restare disponibile su PlayStation, mentre a Bethesda era stato chiesto di rendere i propri titoli esclusive per le console Xbox. Una asimmetria che, stando ai documenti, aveva generato incomprensioni e malumori interni.
Hines aveva anche testimoniato in tribunale a difesa della scelta di rendere Starfield e Indiana Jones esclusive Xbox, una posizione pubblica che strideva con quanto stava vivendo privatamente. Il peso di quella doppia tensione traspare chiaramente dalle sue parole. "La mia salute mentale era arrivata a un punto talmente critico che ho detto basta: non posso continuare così", ha ammesso con una schiettezza rara nel settore.
Quello che emerge dal racconto di Hines è il ritratto di una transizione aziendale vissuta dall'interno come una frattura profonda, non solo organizzativa ma valoriale. La Bethesda che aveva contribuito a costruire si fondava, secondo lui, su un principio semplice: dire quello che si fa e fare quello che si dice. L'autenticità, appunto.
Una bussola che, a suo giudizio, si è smarrita lungo la strada dell'integrazione in un gruppo da centinaia di miliardi di dollari, dove le logiche di scala e le strategie di portafoglio tendono inevitabilmente a prevalere sulle identità dei singoli studi.
La voce di Hines è quella di chi ha scelto di parlare dopo, lontano dai riflettori e dai comunicati ufficiali, e proprio per questo suona diversa dalla consueta narrativa delle transizioni corporate raccontate in chiave positiva.
Non c'è rancore esplicito nelle sue parole, ma c'è qualcosa di più sottile e forse più pesante: la consapevolezza di aver assistito, impotente, alla trasformazione di qualcosa in cui credeva.