Nel mondo delle trasposizioni videoludiche al cinema, dove i fallimenti storici superano di gran lunga i successi, l'adattamento di Resident Evil firmato da Zach Cregger si candida a diventare qualcosa di inaspettatamente interessante.
Sony ha investito 20 milioni di dollari per assicurarsi i servizi del regista reduce dal successo di "Weapons", concedendogli carta bianca totale sul franchise — una mossa coraggiosa per uno studio che punta chiaramente a resettare completamente la saga dopo le alterne fortune dei film con Milla Jovovich degli anni 2000.
I segnali che arrivano dal primo test screening sono decisamente incoraggianti. Le reazioni del pubblico sono state fortemente positive, con i presenti che descrivono un film snello, diretto e percorso da una tensione costante.
Il dato più significativo è la durata: 90 minuti netti, un runtime che nel genere horror-survival parla da solo e che si traduce in un ritmo serrato senza momenti morti. Un partecipante alla proiezione ha usato un paragone audace ma calzante, definendolo una versione horror di Mad Max: Fury Road per la sua frenesia visiva e narrativa.
Sul fronte della trama, la storia si distacca completamente dalla mitologia consolidata dei videogiochi. Al centro c'è Bryan, interpretato da Austin Abrams, un corriere incaricato di trasportare una misteriosa valigetta all'ospedale di Raccoon City proprio mentre un'epidemia letale devasta la città.
Il personaggio funziona esplicitamente come un avatar del giocatore — qualcuno che viene trascinato da uno scenario da incubo all'altro senza particolare profondità psicologica, esattamente come accade nei titoli originali Resident Evil di Capcom quando si guida il proprio personaggio tra corridoi infestati.
Dal punto di vista tecnico e registico, le prime impressioni indicano un uso predominante di effetti pratici rispetto alla CGI, con set piece in ambienti che richiamano fedelmente le architetture claustrofobiche dei giochi originali degli anni '90.
Il worldbuilding è praticamente assente — niente mitologia del Raccoon City Police Department, niente Umbrella Corporation espansa — ma i mostri iconici della saga fanno la loro apparizione, insieme ad alcuni Easter egg destinati ai fan più attenti.
La fedeltà visiva alle atmosfere dei primi capitoli della serie sembra essere la concessione principale al materiale sorgente.
Cregger ha dichiarato pubblicamente di non aver mai visto i film precedenti del franchise e di aver preso come riferimento tonale Evil Dead II di Sam Raimi, puntando su un mix di horror puro, velocità narrativa e caos controllato.
Questa scelta ha già generato discussioni nella community dei fan più hardcore di Resident Evil, che speravano in una trasposizione più fedele al lore dei videogiochi Capcom — dai personaggi iconici come Leon S. Kennedy e Claire Redfield fino alle dinamiche di gameplay survival horror.
La valutazione R garantita dai contenuti gore è però un segnale positivo per chi cerca un'esperienza adulta e non edulcorata, lontana dai compromessi commerciali che hanno penalizzato molte produzioni simili.
Per quanto la distanza dal materiale videoludico originale possa deludere i puristi, il modello adottato — semplicità narrativa, tensione costante, effetti pratici — si avvicina paradossalmente all'esperienza di gioco più di quanto facciano i blockbuster che cercano di riprodurre la lore in modo pedissequo.
Sony ha fissato l'uscita ufficiale in sala per il 18 settembre 2026. Con oltre sei mesi di distanza e il buzz positivo delle prime proiezioni test, il progetto ha tutto il tempo per costruire una campagna marketing mirata.
La vera sfida sarà convincere sia il pubblico generalista sia la fanbase storica dei videogiochi Capcom che un reboot così radicalmente svincolato dalla fonte merita comunque attenzione — e le prime indicazioni suggeriscono che Cregger potrebbe riuscirci.