Namco Museum Archives Volume 1 & 2 | Recensione – La doppietta storica

Ventidue pezzi da museo, per molti ma non per tutti: scopriamo la proposta nostalgica di Namco Museum Archives

Recensione
A cura di Gianluca Arena - 21 Luglio 2020 - 10:04

La nostalgia è un sentimento potente (e pericoloso), e, proprio come il cinema, era solo questione di tempo prima che anche il medium videoludico ne cavalcasse a pieno la veemenza. Negli ultimi anni, un po’ per l’innalzamento dell’età media dei videogiocatori, un po’ per la bravura di certi team, come M2, che si è occupata anche del prodotto che analizzeremo oggi, le raccolte di vecchi classici sono fiorite come ciliegi a primavera. Oggi parleremo di una duplice raccolta recentemente pubblicata, ovvero la Namco Museum Archives Volume 1& 2, che comprende un totale di ventidue titoli dell’epoca d’oro della software house giapponese.

 

Ventidue giochi per me posson bastare

Una fredda analisi dei contenuti, vista l’abbondanza, si rende necessaria, per quanto un semplice elenco di titoli possa risultare un po’ sterile. Nel primo volume sono contenuti i seguenti giochi: Galaxian, Pac-Man, Xevious, Mappy, Dig Dug, The Tower of Druaga, Sky Kid, Dragon Buster, Dragon Spirit: The New Legend, Splatterhouse: Wanpaku Graffiti e Pac-Man Championship Edition, il più recente e “moderno” tra tutti.

Il secondo, acquistabile a parte per la medesima cifra, si fregia invece di altri undici giochi: Galaga, Battle City, Pac-Land, Dig Dug II, Super Xevious, Mappy-Land, Legacy of the Wizard, Rolling Thunder, Dragon Buster II, Mendel Palace e Gaplus, in una selezione forse un po’ meno nota al grande pubblico rispetto a quella precedente.

Va segnalata la presenza, altrimenti impossibile da scovare, di tre titoli pubblicati per la prima volta in Occidente, in quanto esclusive giapponesi all’epoca del lancio: ci riferiamo a Mappy-Land, a SplatterHouse Wanpaku Graffiti e Mendel Palace, fino ad oggi giocabili solo tramite oscuri (e costosi) processi di importazione, o, in alternativa, viaggi fino ad Akihabara. Abbiamo apprezzato soprattutto il secondo di questi tre titoli, una versione alleggerita dei classici horror liberamente ispirati al Jason di Venerdì 13, in cui abbondano riferimenti alla filmografia di genere e freddure tutte giapponesi, tra una fase platform e quella seguente. Per molti versi, questo titolo sta alla serie principale come Kid Dracula – altra piccola gemma fino a poco tempo fa appannaggio esclusivo dei giapponesi – sta alla saga di Castlevania.

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La selezione di giochi del secondo capitolo, come i più attenti (e i meno giovani..) avranno intuito dall’elenco riportato nel paragrafo precedente, comprende meno titoli irrinunciabili, fatta forse eccezione per la conversione dell’arcinoto Galaga per Famicom, e più titoli differenti dalla norma, tra puzzle game, sequel oscuri e prodotti decisamente meno canonici.

Andiamo a scoprirli meglio in una rassegna che non può che essere rapida per motivi di spazio e di opportunità, in linea con la durata dei titoli e con il tempo che vi porteranno via.

Urge sottolineare, infatti che, provenendo direttamente dall’epoca in cui giocare non era un passatempo per tutti, questi titoli offrono esperienze piuttosto brevi se valutate con i canoni odierni, puntando tutto sulla rigiocabilità e sulla ricerca del famigerato “high score”: un paio di pomeriggi di gioco potrebbero essere più che sufficienti per vedere tutto ciò che queste due collezioni offrono.

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Tutto in regola

Non nascondiamo di aver passato, dopo una overview singola di ognuno dei prodotti, la maggior parte del tempo con il magnetico “demake” di Pac-Man Championship Edition, che rimane una piccola perla anche a distanza di oltre tredici anni dalla pubblicazione sulle console di scorsa generazione.

Se questo, da un lato, testimonia la bontà di alcuni dei prodotti inclusi, dall’altro sottolinea anche l’inadeguatezza di altri, invecchiati male e poco appetibili, soprattutto per chi si fosse avvicinato ai videogiochi con PlayStation 4 o Xbox One.
Qualche nome?Abbiamo trovato Dragon Buster orrendamente impreciso nelle dinamiche di salto, non serbavamo ricordi vividi Sky Kid e giocandolo abbiamo scoperto il perché, e ricordavamo Galaxian come un prodotto nettamente migliore di quanto in realtà non sia, forse a causa delle implicazioni legate alla nostalgia (canaglia!).

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Xevious, invece, nonostante avessimo avuto modo di rigiocarlo già una quindicina di anni or sono nella sua incarnazione per Game Boy Advance, è riuscito a spillarci ancora un intero pomeriggio, tra tentativi andati a vuoto ed errori madornali: certi giochi proprio non ne vogliono sapere di invecchiare.

Similmente, avevamo ricordi confusi di The Tower of Druaga, che ci aveva ammaliato ma anche frustrato all’epoca, e che, ancora oggi, è difficilmente proponibile senza affidarsi ad una guida, che però all’epoca non esisteva. Ah, la potenza dell’Internet!

Battle City non ci ha convinto del tutto, sebbene il suo gameplay a metà tra la strategia e il puzzle game risulti piacevolmente diverso rispetto alla media delle altre produzioni: Pac-Land richiama molto da vicino i due Dig Dug (soprattutto il secondo), e il già citato Mappy-Land, nonostante le aggiunte alla giocabilità, funziona secondo noi meno bene del prequel.

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Nota di merito, invece, per i due rudimentali action rpg contenuti nella selezione, ovvero Dragon Buster II e Legacy of the Wizard, che ricordavamo per esperienza diretta ai tempi del NES. Il primo introduce il concetto di non-linearità ed alterna dungeon obbligatori ad altri del tutto facoltativi per il giocatore, mentre il secondo, probabilmente più noto al grande pubblico, si rivela essere un riuscito mix tra un gioco a piattaforme, un gioco di ruolo e un metroidvania, con la possibilità di scegliere tra cinque personaggi giocabili, ognuno dotato di abilità uniche da sfruttare intelligentemente per avanzare lungo la campagna principale.

La dotazione in termini di miglioramenti alla cosiddetta “quality of life” dei giocatori sono quelle ormai consuete per questo tipo di produzioni: si va dalla possibilità di effettuare save state in qualsiasi momento a quella di riavvolgere il tempo (sebbene in maniera nettamente più limitata rispetto ad altri prodotti simili), passando per quella di vedere una breve anteprima del gioco prima di selezionarlo.

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L’esperienza di M2 in questo campo è evidente anche nel confezionamento di menu essenziali ma gradevoli alla vista e rapidi da navigare, e nell’aggiunta di opzioni grafiche che riproducono con buoni risultati le arcaiche (ma affascinanti!) tecnologie a tubo catodico dei televisori dell’epoca.

La lingua batte dove il dente duole

Il problema delle produzioni, se non si fosse ancora capito, è rappresentato non soltanto dalla scelta dei giochi da includere, ma anche dal prezzo richiesto, decisamente fuori parametro per il mercato attuale, soprattutto se confrontato con quello di collezioni simili, decisamente più invitanti tanto dal punto di vista quantitativo quanto da quello qualitativo.

Probabilmente per motivi prettamente economici, Namco ha scelto di raggruppare i titoli in due collezioni differenti, seppur complementari, mettendole in vendita su tutti gli store digitali (per questa recensione abbiamo provato le versioni PS4) alla ragguardevole cifra di circa venti euro l’una.

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Se, a livello meramente matematico, questo significa che chi volesse tutti e ventidue i giochi dovrebbe spendere poco meno di quaranta euro, con una media, quindi, di meno di due euro per gioco (quindi onesta, tutto sommato), il confronto con altre collezioni recenti (quelle dedicate a Streeet Fighter, ai quarant’anni di SNK, alla saga di Mega Man, a Contra, Castlevania e così via) diventa proibitivo per i prodotti Namco, per godibilità e modernità dei titoli.

Il fatto che praticamente tutti i titoli contenuti nelle due raccolte corrispondano alle conversioni casalinghe (perlopiù per il mitico Nintendo a 8-bit), di per sé deludente vista l’ampia forbice qualitativa tra le versioni proposte e quelle arcade, è però comprensibile dal punto di vista dei diritti e delle beghe legali ad essi collegati. Come già visto nella nostra recente recensione dell’ottimo Evercade, spesso i titoli usciti in sala giochi sono vincolati, anche a distanza di molti decenni, da accordi presi con distributori terzi e, come tali, difficilmente riproducibili oggigiorno senza prima contattare certi soggetti (quando ancora disponibili) e trovare con loro un accordo economico.

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A deludere, piuttosto, è la quasi totale assenza di extra degni di questo nome: nessun documentario d’epoca, nessuna raccolta di artwork e bozzetti preparatori, nessuno spot televisivo, laddove la controparte giapponese può vantare non solo un’edizione fisica ma anche la presenza dei manuali a colori digitalizzati di tutti i giochi contenuti nella raccolta.
L’occasione di inquadrare il contesto storico delle opere e farle conoscere anche alle nuove leve videoludiche viene miseramente sprecata, e Namco, regina del mercato all’epoca, si è limitata a commissionare una sterile raccolta di icone. Il minimo indispensabile, insomma: come quando, a scuola, ci si accontentava di quel cinque e mezzo confidando nei buoni voti presi nelle altre materie e nel fatto che, immancabilmente, a fine anno quella insufficienza poco grave si sarebbe trasformata in una sufficienza risicata, quasi d’ufficio.

Il problema, per Namco, è che negli ultimi anni le collezioni di qualità si sono succedute sul mercato, ricche di extra e con una cura per il materiale di partenza da far invidia agli speleologi più scrupolosi. In questo contesto, allora il rischio che l’insufficienza rimanga tale diventa concreto.

Se la vostra nostalgia è tutta dedicata a Pac-Man, vi segnaliamo che potete acquistare anche Namco Museum Arcade Pac per Nintendo Switch.

+ Alcuni titoli che hanno fatto la storia del medium...
+ Buon livello di emulazione
- ...altri assolutamente dimenticabili
- Perché non proporre una raccolta unica?
- Prezzo decisamente fuori scala
- Quasi totale assenza di extra

6.2

Non ci sentiamo di bocciare del tutto Namco Museum Archives Volume 1 & 2 perché la raccolta comprende titoli che meritano di essere (ri)giocati ancora oggi (tutte le declinazioni di Pac-Man, Xevious, Dragon Spirit e Dig Dug II, giusto per citarne alcuni), e perché il livello di emulazione è molto buono, com’è ormai tradizione per i ragazzi di M2. Cionondimeno, l’approccio commerciale ed il modello di vendita proposti da Namco ci hanno lasciato con l’amaro in bocca e riteniamo siano poco rispettosi nei confronti dei giocatori di vecchia data, alla cui nostalgia si fa appello per scucire una cifra spropositata per il mercato videoludico odierno. Se siete cresciuti con questi titoli, o siete molto più giovani ma curiosi di provare qualcosa di diverso, il consiglio è di dare una chance a questi prodotti non prima del prossimo taglio di prezzo.




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