Monster Boy and the Cursed Kingdom recensione | Come rivitalizzare una serie e farla brillare di nuovo

Quando un anno e mezzo fa recensii Wonder Boy: The Dragon’s Trap, sapevo bene che in lavorazione c’era Monster Boy and the Cursed Kingdom, progetto ben diverso dall’ottimo remake a opera di DotEmu che premiai con una lusinghiera valutazione. Se il revival di Wonder Boy III (il titolo originale lo divorai su Master System tra l’89 e il ’90, quando avevo 4-5 anni) mi fece brillare gli occhi per la grande cura e la fedeltà dimostrata all’opera originale, con il progetto di Game Atelier siamo su un altro livello: nonostante il cambio di nome per noiose questioni legate alle licenze, Monster Boy potrebbe essere considerato a tutti gli effetti un vero e proprio seguito all’interno della serie.

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Oh boy, this is Wonderful

Dopo quasi cinque anni di sviluppo e un paio di ritardi sul groppone, Monster Boy and the Cursed Kingdom ha saputo dimostrare che l’attesa è stata ben ripagata e che il piccolo team di sviluppo ha dato alla luce un’opera capace di superare le più rosee aspettative.

In un momento storico in cui i platform abbracciano quasi del tutto la filosofia punitiva, dove è necessario calcolare i salti con precisione millimetrica e dove morire significa ricominciare con un caro prezzo già pagato, Monster Boy and the Cursed Kingdom ci fa fare un tuffo nel passato con la volontà ben precisa di riportare in auge i classici di un tempo. Non solo: Con Monster Boy and the Cursed Kingdom, Game Atelier vuole dare una scossa alla serie e rinnovarla, puntando tutto su un attento design dei livelli che non lascia davvero nulla al caso, proponendo al contempo un prodotto moderno. Basti pensare, ad esempio, che per espressa volontà degli sviluppatori è possibile completare il gioco al 100% alla prima run, usando ciò che il titolo vi metterà a completa disposizione man mano, non rinunciando però al backtracking (che risulta essere intelligente e mai molesto).

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L’avventura ha forse come unico punto debole la storia, che non va mai davvero oltre le vicende della premessa. Premessa che vede il protagonista impegnarsi a risolvere un grosso guaio causato da suo Zio Nabu, apparentemente impazzito – o forse completamente ubriaco – e dedito alle trasformazioni dei cittadini in animali. Gran bel casino, non c’è dubbio, eppure il protagonista ne trarrà in qualche modo giovamento. Si capisce come Monster Boy and the Cursed Kingdom non punti esattamente su questo aspetto per dare il meglio di sé, e in effetti la serie non ha mai brillato per le sue storie e la narrazione. Poco male, perché si tratta ugualmente di un titolo in grado di presentarsi come un autentico gioiellino che non dovreste assolutamente farvi scappare.

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Forme Diverse, Stessa Bellezza

Così come accaduto per il remake del mai dimenticato Wonder Boy III: The Dragon’s Trap, anche con Monster Boy and the Cursed Kingdom c’è stata la collaborazione di Ryuichi Nishizawa, creatore della serie. Il contributo è stato prezioso e gli elementi fondamentali della saga sono lì al loro posto, rispettando la memoria dei fan e la storia di ciò che il precursore dei metroidvania ha rappresentato.

Lontano dalle pigrizie imbarazzanti della generazione procedurale, Monster Boy and the Cursed Kingdom è un perfetto esempio di ciò che dovrebbe essere mostrato a chi brancola nel buio in tema di level design: tornare nelle aree già visitate è un gran piacere, quando avrete la piena padronanza delle trasformazioni e dell’equipaggiamento; risolvere i puzzle ambientali usando un po’ di pensiero laterale o avvantaggiandosi della combinazione delle abilità dà appagamento; esplorare e scandagliare a fondo il mondo di gioco, scoprendo ogni più recondito segreto, è un’autentica gioia. Gli sviluppatori sono riusciti a creare un titolo che si rivolge a tutti, senza mai svilire la difficoltà o facendo economia sui contenuti: è un successo che nasce da una base solida chiamata “attenzione per i dettagli”, di cui francamente Monster Boy and the Cursed Kingdom ne è molto ricco.

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Considerate inoltre che all’interno della grande mappa di gioco interconnessa e pregna di diverse scorciatoie e vie alternative, le trasformazioni da cambiare al volo sono essenziali. Il gioco si apre in effetti dopo che il protagonista Jin impara a trasformarsi in serpente, riuscendo ad aderire a delle particolari pareti (come il topo in Wonder Boy III, esatto). Da lì in poi, passare da una forma all’altra sarà essenziale, sfruttando le caratteristiche degli animali in cui vi tramuterete: il maiale può fiutare delle particolari tracce mefitiche ma non ha armi, il leone può sfruttare la propria forza buttando giù delle pareti, il ranocchio può usare le nuove armi e afferrare elementi, il drago può librarsi in volo e vi tornerà davvero molto utile nella parte finale, quando potrete cercare in ogni anfratto e ottenere il massimo dal gioco.

Le musiche sono deliziose e rappresentano un mix tra vecchio e nuovo, mentre la grafica pulita e dai colori saturi, assieme alla riuscita caratterizzazione di personaggi e mondo di gioco, fanno di Monster Boy and the Cursed Kingdom l’avventura ideale da recuperare per chi se la fosse persa in mezzo alle grandi uscite di fine anno.

+ Grande prova di level design
+ Mondo interconnesso con scorciatoie e alternative, che sa come valorizzare al meglio le caratteristiche di gioco
+ Pieno di segreti, con oltre quindici ore di contenuti per chi vuole ottenere il massimo
+ Enigmi sfiziosi, conduzione di gioco intelligente e ben calcolata
- La storia, come da tradizione, è forse l'unico vero punto debole della produzione

8.9

Monster Boy and the Cursed Kingdom rappresenta senza ombra di dubbio il modo migliore per rivitalizzare la serie e rilanciarla in grande stile, rispettando tutto ciò che ha rappresentato in passato ed evolvendo la formula verso la direzione più corretta. Game Atelier non ha voluto rischiare eccessivamente e sono chiarissimi i rimandi ad alcuni vecchi capitoli, ma se il gioco avrà il successo che merita, i modi per andare oltre e fare ancora meglio sono molteplici.