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Legend of Mana | Recensione – Un’altra bizzarra perla da Square Enix

Sono passati ventitré anni, ma non molto è cambiato

Non sappiamo di preciso chi ci sia dietro la riscoperta e la valorizzazione, da parte di Square Enix, del suo immenso catalogo di JPRG a cavallo tra l’era a sedici bit e quella a 32, che segnò l’ingresso di Sony sul campo di battaglia del mercato videoludico, eppure vorremmo offrirgli da bere.

Legend of Mana

Piattaforma:
PC, PS4, SWITCH
Genere:
gioco-di-ruolo
Data di uscita:
25 Giugno 2021
Sviluppatore:
Square Enix
Distributore:
Koch Media

Che questa idea sia figlia di una riunione di gruppo, di un brainstorming del lunedì mattina o del colpo di genio di un singolo impiegato, il risultato è stato la possibilità di mettere la meni su titoli di grande valore, come i due Romancing SaGa, Star Ocean First Departure, la Collection of Mana e, ultimo in ordine di tempo, SaGa Frontier Remastered, quello che ci ha entusiasmato meno del lotto.

Oggi siamo qui a parlarvi di Legend of Mana, pubblicato qualche giorno fa su PC, PS4 e Switch, versione da noi testata.

Frammenti narrativi

Pubblicato ufficialmente in esclusiva per la prima PlayStation tra l’estate del ’99 (in Giappone) e quella del 2000 (Stati Uniti), Legend of Mana non arrivò mai sulle sponde europee, come da triste consuetudine dell’epoca, e rappresentava il quarto episodio del franchise Mana, seguito non diretto di Trials of Mana.
A distinguerlo dai molti congeneri, oltre ad una direzione artistica fuori parametro, anche un gusto per la sperimentazione, che si estendeva dalla storia ai sistemi di gioco.

L’approccio alla narrativa di Legend of Mana fu definito “peculiare” ai tempi della sua prima pubblicazione e tale rimane a tutt’oggi, perché pochi altri giochi si sono presi la libertà di sperimentare tanto con la storia e con i modi in cui essa può essere fruita dall’utente. Di fatto, nel titolo Square Enix non c’è una vera e propria storia centrale nel senso più comune del termine, quanto piuttosto tre archi narrativi che vanno a comporre un unicum, divisi in decine di quest secondarie sparse per il mondo di gioco, che il giocatore può plasmare a suo piacimento tanto nella composizione quanto nell’ordine temporale in cui affrontarne le vicende.

Casa dolce casa

Confusi? Se Switch fosse la nostra prima console, lo saremmo anche noi, ma in realtà il concetto alla base del titolo è abbastanza semplice: in un mondo (allora come oggi) in cui ogni gioco di ruolo, soprattutto se giapponese, prende per mano il giocatore e lo conduce attraverso un viaggio lineare, con precisi punti di partenza e di arrivo, Legend of Mana, figlio dell’ala più sperimentalista della software house con sede a Tokyo, lascia che a scandire tempi e luoghi fosse l’utente, piazzando dove meglio crede gli artefatti rinvenuti durante l’esplorazione ed affrontando le quest in essi racchiuse nell’ordine preferito.

Alla prima partita, soprattutto non servendosi di una guida, è possibile (anzi, probabile) perdersi almeno due terzi dei contenuti del gioco, dal momento che il completamento di uno solo dei succitati tre archi narrativi è sufficiente per aprire la strada alle fasi finali: c’è insomma tanto da scoprire e tanto da vedere per tutti coloro che avranno la pazienza di esplorare e di impegnarsi in più run successive.

Il rovescio della medaglia di cotanta libertà è rappresentato da una certa mancanza di indicazioni chiare su dove andare e come proseguire alla ricerca della prossima missione, e questo potrebbe scoraggiare i giocatori meno avvezzi ai titoli di qualche anno fa e quelli più pigri. Se giocato secondo le intenzioni del team di sviluppo, però, mossi dalla curiosità e dalla pura voglia di avventura, Legend of Mana non solo sa regalare momenti davvero alti, ma si concede al giocatore poco alla volta, come una dama timida ma, in fondo, estremamente generosa: in pochi sapranno arrivare al nocciolo, ma ne sarà valsa la pena.

A tal proposito, l’offerta ludica è suddivisa diversamente dalla maggioranza dei congeneri: piuttosto che offrire una lunga, epica quest principale da sessanta ore, Legend of Mana, grazie anche alla modalità New Game Plus, preferisce offrire singole run dalla durata media compresa tra venti e trenta ore circa, con la promessa di mostrare altri lati dell’affascinante mondo di Fa’diel ai giocatori che vorranno immergersi in esso per un’altra avventura.

Le battaglie sono semplicistiche ma non prive di un certo fascino retrò

Il gusto (ed il rischio) della scoperta

Come avrete capito, non siamo affatto contrari all’approccio fuori dagli schemi che Legend of Mana adotta tanto a livello narrativo quanto di gameplay, ma ciò che avrebbe potuto essere migliorato per questa rimasterizzazione è la generale opacità del titolo, che spiega poco o nulla di alcune delle meccaniche più importanti, facendo troppo affidamento al trial and error (o al ricorso ad una guida strategica, in rete se ne trovano diverse).

Facciamo due esempi: solo a metà del nostro primo playthrough abbiamo dedotto, dall’evoluzione delle statistiche del nostro personaggio principale, che lo sviluppo delle stesse dipende fortemente dalla tipologia di arma in uso: brandire un’ascia o una spada pesante influenzerà la forza, laddove, invece, un pugnale favorirà lo sviluppo della destrezza.

Allo stesso modo, abbiamo imparato sulla nostra pelle che dal piazzamento degli artefatti sulla mappa, e più precisamente dalla loro distanza dalla casa a cui possiamo fare ritorno tra un’avventura e l’altra, determina la difficoltà degli scontri con i nemici: più ci si allontana dall’isola che funge da hub centrale, maggiori saranno le statistiche dei mostri che andremo ad affrontare.

La quantità di dettagli degli sfondi disegnati a mano è incredibile

Pur in un contesto in cui la difficoltà non ci è mai sembrata davvero insormontabile, sarebbe bastata un’enciclopedia interna che spiegasse aspetti come questo per rendere il gioco più chiaro e più facilmente fruibile anche dai neofiti.

Qualcuno potrebbe obiettare che parte del fascino del prodotto sia insita anche nella sua imperscrutabilità, e potrebbe anche aver ragione, ma questa scelta potrebbe rappresentare una barriera d’ingresso troppo rigida per molti, e questo potrebbe avere ripercussioni negative sul futuro del franchise, che invece a noi piacerebbe rivedere sugli schermi di Switch nei prossimi anni.

Ancora oggi, la possibilità di condividere lo schermo per battagliare in due sulla medesima console è più che gradita, sebbene abbassi consistentemente il livello di sfida, e non va sottovalutata nemmeno tutta la parte del gioco che riguarda la ricerca e la schiusa delle uova, che aggiunge un tocco di collezionismo “made in Pokemon”. C’è una discreta varietà di creature da poter schierare in battaglia al proprio fianco, e il ritorno del minigioco in stile Tamagotchi, chiamato Ring Ring Land ed inizialmente limitato alla sola versione giapponese, va proprio nella direzione di ampliare e fortificare questo aspetto del gameplay, comunque trascurabile da quanti non ne dovessero subire il fascino.

Non mancheranno boss di varia natura

Similmente, potrete anche dedicarvi al giardinaggio, facendo crescere vari tipi di frutta nel retro della casa che funge da hub centrale, o alla forgiatura di armi ed armature, attività che consigliamo perchè l’unica che offre accesso ai pezzi migliori di equipaggiamento disponibili nel mondo di gioco.

Le due aggiunte più significative in termini di gameplay questa remaster le propone nel campo delle cosiddette “quality of life“: l’una consiste nella possibilità di disattivare completamente gli incontri con i nemici, alleggerendo le fasi di backtracking (che non sono poi molte, a dire il vero) e semplificando notevolmente la vita ai giocatori poco avvezzi ai giochi di ruolo di matrice action.

La seconda, però, è quella che abbiamo trovato più significativa, ovvero la possibilità di eseguire un quick save in qualsiasi momento, che, assieme al nuovo sistema di autosalvataggio (che di fatto, memorizza la partita ad ogni cambio di schermata) consente di perdere pochissimi progressi in caso di sconfitta in battaglia, e, soprattutto, su Switch favorisce partite rapide, magari in metropolitana o per brevi viaggi in treno.

23 anni e non sentirli affatto

Nessun appunto, di nessun tipo, può essere mosso al comparto artistico di Legend of Mana: quello che era, all’epoca della sua prima pubblicazione, uno dei titoli più belli dell’intero catalogo PlayStation, rimane oggi un vero e proprio manifesto di come realizzare un titolo bidimensionale.

 

A fare la parte del leone sono principalmente i magnifici sfondi pre-renderizzati e disegnati a mano, che contengono una quantità davvero esorbitante di dettagli e piccole animazioni, e che i ragazzi di M2 sono riusciti a ripulire e far splendere tanto su un televisore moderno (la prova è avvenuta su un 4K Oled da 55′) tanto in modalità portatile, dove sullo schermo di Switch si dipingono veri e propri quadri in movimento, peraltro eccellentemente ottimizzati per la visione in formato 16:9.

L’unica, piccola controindicazione di questo stile grafico è rappresentata dalla difficoltà, in certi frangenti, di accorgersi immediatamente con quali parti dello scenario è possibile interagire, problema comune a tutti i giochi che fanno largo uso di fondali pre-renderizzati.

I filmati di intermezzo, purtroppo numericamente limitati, offrono uno spettacolo visivo quantomeno al livello delle fasi di giocato, a partire da quello iniziale, che miscela un innegabile fascino retro ad un taglio evidentemente debitore nei confronti delle opere dello Studio Ghibli.

L'albero del Mana, dove tutto inizia e tutto finisce

A completare un quadretto davvero idilliaco c’è una colonna sonora strepitosa, figlia del mai troppo lodato estro della maestra Yoko Shimomura, riproposta con grande attenzione alle sonorità ed alla qualità audio, senza che eccessi di compressione ne rovinino le innegabili doti. Che scegliate la versione originale o quella rimasterizzata, è difficile che almeno uno degli allegri motivetti di cui sono entrambe composte non vi rimanga in mente una volta spenta la console.

L’interfaccia è stata parzialmente ridisegnata, per venire incontro alle esigenze dei giocatori moderni, e l’innalzamento della risoluzione non ha avuto alcun impatto sulla bontà dei modelli e delle ambientazioni, come detto a loro agio anche su schermi dalla diagonale generosa.

Si poteva forse fare qualcosa in più per quanto concerne il reparto extra, limitato ad una gradevole ma limitata selezione di immagini promozionali e bozzetti preparatori dell’epoca: la straordinarietà della direzione artistica e l’impatto che il gioco seppe avere ventitré anni or sono, pur in un mercato che stava passando in massa alle tre dimensioni, avrebbero forse meritato un ulteriore approfondimento.

Versione recensita: Switch

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7,7

Legend of Mana

Piattaforme: pc, ps4, switch
In un mercato dove l'omologazione rappresenta uno spettro costante, oggi come al tempo della sua prima pubblicazione, Legend of Mana batte con coraggio strade diverse da quasi tutti i suoi congeneri, puntando forte sulla varietà, sulla rigiocabilità e su una direzione artistica tra le più ispirate della storia di Square Enix. L'unicità e l'eccentricità di questo titolo non lo rendono di certo adatto a tutti, e potrebbero estraniare soprattutto quanti da un JRPG si aspettano prima di tutto cinematiche di impatto, storie pregnanti e personaggi tragici, ma, nonostante la generale mancanza di coesione e di direzione, questa piccola perla del catalogo Psone meritava di essere ripescata e proposta a chi era troppo giovane al tempo della sua pubblicazione. Il consiglio è lo stesso che vi abbiamo dato in occasione delle recensione dei due Romancing SaGa: se cercate un prodotto fuori dai canoni, di certo non perfetto ma fresco ed originale, allora Legend of Mana potrebbe regalarvi diverse ore di piacevole esplorazione.

Pro

  • Direzione artistica ancora sbalorditiva
  • Estremamente rigiocabile
  • Combat style immediato e accessibile...
  • Si presta a sessioni di gioco rapide, perfette per Switch

Contro

  • Manca di coesione e di chiarezza
  • ...ma anche piuttosto semplicistico
7,7