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Giada Robin la videogiocatrice, modella e cantante, ci racconta cosa ne pensa delle news sulle cosplayer

Abbiamo incontrato la famosa cosplayer italiana per una chiacchierata a tutto tondo.

«Ecco qua, anche SpazioGames adesso fa gli articoli sulle cosplayer». Probabilmente è quello che state pensando, ma c’è motivo se abbiamo scelto di preparare un’intervista con Giada Robin.

La cosplayer toscana, una delle più famose nel mondo, è prima di tutto una videogiocatrice. Oltre ad essere appassionata di anime e manga, Giada ha una storia molto simile a quella di tutti noi, o almeno di quelli molto vicini alla sua generazione.

A partire da una PlayStation da condividere con un cugino più fortunato, e poi un Game Boy dove sfondava batterie su batterie con Super Mario e i primi giochi Pokémon.

Ma soprattutto, quando le rivelo che anni fa per uno strano giro di amicizie abbiamo passato una serata a giocare a League of Legends insieme, mi racconta che il suo rapporto con il MOBA di Riot Games è molto forte. Talmente tanto da definirsi dipendente, e da aver influenzato anche i suoi primi anni da cosplayer.

«Ho passato due anni della mia vita attaccata a League of Legends. Ho capito che stava diventando troppo perché passavo troppe ore al PC. Avevo gli occhi che mi lacrimavano, avevo smesso di mangiare. Guardavo l’ora ed erano le due del pomeriggio, poi la riguardavo ed erano le otto di sera e avevo una fame cane. Poi volevo staccare, e passavo un’altra mezz’ora a discutere con qualcuno, invece di giocare.»

Il suo attaccamento al gioco si è riflettuto anche nel lavoro, perché quando le chiedo quale sia il suo cosplay videoludico preferito mi risponde “Miss Fortune” senza pensarci due secondi. Il primo di una serie di personaggi che lei ha interpretato, a tema League of Legends nei suoi primi anni di attività.

Giada Robin e la sua community

Una carriera iniziata come semplice cosplayer nel 2007 quando, all’edizione di quell’anno di Lucca Comics & Games, aveva conosciuto per la prima volta il mondo del cosplay rimanendone perdutamente innamorata.

Ma che negli anni si è trasformata fino a diventare la cosa più vicina a quella che in Giappone sarebbe una “idol”. Giada Robin adesso è una modella a tutto tondo, oltre che cosplayer, ha recitato in un film, condotto una serie di puntate di Crossover Universo Nerd ed è anche una cantante.

Oggi è una personalità che gestisce quasi un milione e mezzo di follower tra Facebook ed Instagram e, in maniera abbastanza inaspettata, li gestisce rispondendo in prima persona alla sua community.

«È stressante, ma è anche una cosa bellissima. Ti accorgi che quello che fai è seguito da tante persone, che apprezzano quello che stai facendo, e persone che in realtà ti odiano. Perché ovviamente non si può piacere a tutti.»

Un tema, quello delle reazioni, che ritorna anche nella nostra intervista con il cast di Life is Strange: True Colors, con cui abbiamo chiacchierato qualche settimana fa.

Come è facile prevedere, non è stato sempre facile per lei gestire la mole di commenti e reazioni anche negative, soprattutto in relazione alla sua notorietà crescente, passando dal “semplice” cosplay al lavoro di modella e artista a tutto tondo.

«C’è stato un periodo in cui avrei voluto mollare tutto. Poi ho capito che in realtà non dovevo dare ascolto a chi mi prendeva di mira, ma più alle persone che mi volevano bene. Alla fine quello che faccio lo faccio per gli altri, ma soprattutto per me stessa. Quando parti col dire che quello che stai facendo lo stai facendo per te stessa, allora tutto il resto viene di conseguenza.»

Sul tema del dover sembrare sempre perfetti sui social, con la sua band The Pheromone Syndicate, Giada ha pubblicato un singolo che parla proprio dell’aspetto negativo dei social network. Lo trovate qui sotto:

 

Nel contesto di una bellissima ragazza che fa la modella, è stato molto interessante vedere come Giada abbia voluto, qualche tempo fa, parlare apertamente di essere affetta da fibromialgia. Ha creato anche una iniziativa benefica per sensibilizzare sul tema, ma mostrarsi “deboli” sui social è sempre un’arma a doppio taglio.

Nonostante le tante reazioni positive e di supporto, così come ringraziamenti da chi soffre della stessa patologia o vive storie simili al suo fianco, c’è chi non ha preso bene questo tipo di racconto della sua vita:

«La mia è stata una scelta molto sentita, ho avuto il bisogno di dire questa cosa. Alcuni l’hanno presa male, non se l’aspettavano proprio. È come se qualcosa in me fosse cambiato.

Si erano fatti questa figura intoccabile… quando segui un personaggio pubblico ti fai un’idea di come possa essere, no? Questa cosa ha fatto storcere il naso, ma dall’altra parte ho avuto un riscontro positivo. Ho cercato di sensibilizzare e di dare messaggi positivi.»

I rapporti con i follower sono complicati, quindi, e non da meno lo sono quelli con le aziende.

I cosplayer e l’immagine verso le aziende

Verrebbe da pensare che una personalità come Giada Robin possa essere accolta a braccia aperte da qualsiasi azienda. Per i suoi follower, per la capacità di costruire cosplay di grande valore e, inutile girarci intorno, la sua avvenenza.

Invece, i rapporti con le aziende non sono stati sempre idilliaci.

Al di là dei primi tempi dove il cosplay non veniva compreso dalle aziende videoludiche – e, mentre oggi sono loro a cercare per prime questi talent, erano i cosplayer a doversi proporre alle varie compagnie per far capire i vantaggi di averne un ad un evento, per esempio – Giada mi confessa che più che la fibromialgia sono stati alcuni suoi set fotografici ad averle creato problemi, soprattutto con le aziende.

«Ci sono stati dei partner che a un certo punto mi hanno detto: ‘meglio che ci fermiamo qua perché quello che stai facendo su Patreon e Instagram è troppo’. Tra l’altro io non faccio contenuti espliciti, faccio solo cosplay e intimo.

C’è stato un momento in cui la parola ‘Patreon’ per molte aziende videoludiche, soprattutto in Italia, era sinonimo di ‘porno’. Mi hanno snobbata all’inizio, poi si sono riavvicinate quando hanno capito che non c’era niente di male.»

Una cosa che, mi racconta successivamente, ora sta succedendo con OnlyFans. Quando la piattaforma è stata pubblicata le cosplayer si sono avvicinate a quel mondo, molte hanno deciso di fare contenuti espliciti ed abbandonare del tutto il cosplay, oppure fare entrambe le cose.

Per lavorare con le aziende dal vivo «bisogna sempre mantenere un certo limite, non si può esagerare», per citare Giada. Un’idea che ha sempre mantenuto nella sua carriera, da quando è dovuta partire dall’estero a dialogare con le aziende videoludiche, dagli Stati Uniti all’Italia, passando per l’Europa.

La televisione e le grandi collaborazioni

Forse lo ricorderete, ma qualche anno fa andò in onda su Mediaset un programma dedicato interamente ai videogiochi. Si chiamava Gamerland, condotto da Dino Lanaro, nel quale Giada fu ospitata nel 2014.

Sette anni fa sono una vita, praticamente, per quanto riguarda il mondo dei videogiochi. soprattutto in Italia. Ma, dal racconto che lei mi fa della sua ospitata, c’è un dettaglio interessante che sembra preso da una conversazione relativa a qualcosa successo ieri.

«Mi avevano contattata perché avevano visto la mia crescita sui social, avevo appena fatto 100mila follower su Facebook. Mi chiamarono a parlare prima di JoJo perché era uscito il nuovo gioco, e io avevo fatto il cosplay di Jotaro Kujo versione femminile. Poi mi chiesero cosa ne pensavo della figura delle videogiocatrici, perché all’epoca c’era questo stigma sul tema.

È andata molto bene, ero emozionatissima. Non dico che ero una scappata di casa [ride], però avevo questa felpina a stelline che non si poteva vedere. Uno si immagina ‘vado in tv, vado dal parrucchiere e mi vesto elegante’, invece mi sono vestita a caso.»

Nel 2017, poi, è stata selezionata da Sony per una campagna promozionale su Horizon: Zero Dawn, tra l’altro uno dei suoi giochi preferiti, nel quale avrebbe dovuto preparare il cosplay di Aloy che, però, non è stato più realizzato.

«In quel periodo ho avuto una grande ricaduta di salute, sono stata male per due mesi di fila. Poi ho ripreso a fare le ferie, avevo un sacco di lavoro arretrato e quel cosplay è rimasto lì. È ancora lì, in quello stato, però mi sono detta: visto che esce il secondo capitolo, magari è la volta buona

Siete tutti testimoni, prepariamoci all’uscita di Horizon: Forbidden West.

Quando il cosplay è un lavoro al 100%

Oltre a tutte le sue attività come modella e artista, Giada anche oggi continua ovviamente con la sua attività di cosplayer come al solito – anzi più del solito, decisamente.

Quando una passione diventa un lavoro però, si sa, bisogna scendere a compromessi. Finché c’è solo passione si fa ovviamente quello che si vuole, ma quando c’è da far quadrare dei conti, o semplicemente lavorare a una crescita personale, bisogna chiaramente rivedere le priorità.

Come si fa, per esempio, a scegliere un personaggio di cui realizzare il cosplay?

«Il personaggio mi deve prendere mentalmente, non ci deve essere solo un po’ di somiglianza estetica – Aloy per esempio è una personalità molto bella. A meno che non venga chiamata da un’azienda per farlo.

Ad esempio quando era uscito da poco Hearthstone, ero stata chiamata da Blizzard per fare Jaina. In quel caso ho iniziato a giocare al gioco facendo il cosplay, ma pur avendo giocato World of Warcraft non conoscevo così bene il personaggio. Ecco, non è uno di quei personaggi a cui tengo particolarmente. Mi dispiace dirlo perché magari qualcuno si può offendere [ride], ma un personaggio mi deve piacere dentro.

È un compromesso fra quello che ti piace, che può piacere al pubblico, o che ti viene proposto dalle aziende. Se hai una serie di personaggi che puoi decidere, cerco prima di valutarlo un po’.»

A questo proposito, Giada ci svela che il suo prossimo personaggio farà felici i fan di Metroid. Parlando sempre di donne nei videogiochi che non devono chiedere mai.

L’immagine della donna e della cosplayer

Per quanto riguarda Aloy di Horizon: Zero Dawn, più volte citata da Giada, è un personaggio che ha dato una sterzata molto forte verso una diversa percezione delle protagoniste nei videogiochi. Che non sono più obbligatoriamente delle pupe, ma dei personaggi a tutto tondo, con un carattere deciso e in grado di sostenere una narrazione.

Un personaggio che, l’avrete intuito, a Giada è piaciuto molto.

«Giocando al gioco mi è piaciuta un sacco, ha rivoluzionato la percezione della donna. Sono contenta che molti maschietti abbiano apprezzato Aloy come personaggio.

Ci sono rimasta male sulle vicende, i vari flame, sul suo aspetto. ‘L’hanno fatta brutta’, ‘È cicciottella’, ‘Ha il mascellone’, mi ha lasciato un po’ così. Però sinceramente preferisco questa visione della donna che non è perfettina, la classica bomba sexy, ma è anche una ragazza vera che fa di tutto con determinazione, pur di raggiungere il proprio sogno o di salvare il mondo.»

Non potevo non chiederle, a questo punto, cosa ne pensa del modo in cui viene raccontato il cosplay attraverso i siti, specializzati e non.

Vi sarà sicuramente capitato di incappare, almeno una volta, in una notizia dal titolo ammiccante che propone il “sexy cosplay” di qualcosa o “il conturbante vestito” di un’altra cosplayer.

È un dibattito sempre molto acceso nel mondo dell’editoria, ma cosa ne pensa una cosplayer?

«Arrivano queste notizie tipo ‘Sexy cosplay di Misty di Giada Robin fa usare la Master Ball’, cose così. Io li trovo tra il divertente e l’inquietante.»

C’è un modo per raccontare il cosplay nei siti di videogiochi, senza per forza andare a fare leva sui bassi istinti, secondo Giada:

«Da una parte mi fa piacere perché mi aiuta a indicizzarmi, è un contenuto in più, mi aiuta a farmi conoscere da altre persone.

Però, onestamente, si potrebbe fare di meglio. Magari mi contatti, mi chiedi come ho realizzato il cosplay, analizzi la situazione, invece di prendere una mia foto di Instagram di due anni fa e lanciare titoli incredibili.»

Se anche voi volete chiacchierare con lei di videogiochi e di come trasformare l’arte del cosplay in un lavoro, in questi giorni potete trovare Giada Robin a Lucca Comics & Games 2021, con una serie di appuntamenti.

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