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Famicom Detective Club | Recensione – Due preziosi reperti archeologici al prezzo di uno

Dagli archivi di mamma Nintendo due perle dimenticate

A “soli” trentatré anni dal debutto giapponese, avvenuto su Famicom Disk System nel lontanissimo 1988, il franchise di Famicom Detective Club, finora sconosciuto a noi sfortunati videogiocatori europei, si appresta a sbarcare su Switch con un remake completo dei primi due episodi usciti, intitolati, rispettivamente, The Missing Heir e The Girl who stands behind.

Famicom Detective Club

Piattaforma:
SWITCH
Genere:
avventura-grafica
Data di uscita:
14 Maggio 2021
Sviluppatore:
Mages
Distributore:
Nintendo

Se la barca l’ha messa mamma Nintendo, proprietaria del franchise, tirato fuori dai suoi infiniti archivi, al timone ci sono i ragazzi di Mages, maestri del genere visual novel già ampiamente apprezzati per lavori come Steins;Gate, Chaos;Child e Robotics; Notes. Se siete curiosi di scoprire come sarà venuto il risultato finale tanto quanto lo eravamo noi non appena ricevuto il codice review, non dovete fare altro che continuare a leggere.

Misteri della campagna giapponese

Sebbene sia stata ampliata e rifinita dai ragazzi di Mages, la narrativa dietro a questi due remake è rimasta fondamentalmente identica a quella dei titoli originali, con i medesimi intrecci, colpi di scena e personaggi non giocanti a creare due misteri avvolgenti, diversi tra loro nell’esecuzione ma fortemente legati ad un concetto di fondo, ovvero quello dell’indagine sul campo, basata sulle testimonianze e sui dialoghi, assai più che sull’attenta scansione delle ambientazioni.

L'incipit di The girl who stands behind è inaspettatamente movimentato

Se la prima avventura, The missing heir, catapulta il giocatore in medias res, mettendolo nei panni di un giovane investigatore privato affetto da amnesia temporanea, senza preoccuparsi di dare contesto alle sue radici e alle sue motivazioni, la seconda, The girl who stands behind, si configura invece come un prequel, e, ambientandosi due anni prima della precedente, consente di rivivere, a ritroso, la storia del protagonista, aumentando il senso di immedesimazione.

Nonostante il ricorso abbastanza continuo, ed un po’ ingenuo nel 2021, ai topoi classici del genere, dalla già citata amnesia ai personaggi reticenti, passando per qualche deus ex machina di troppo, il percorso narrativo che conduce il giocatore ai titoli di coda tanto del primo quanto del secondo episodio (in un tempo variabile tra le quindici e le venti ore, a seconda di quanto si vorranno esplorare tutte le possibili opzioni di dialogo) risulta molto gradevole.

E questo sebbene, soprattutto per quanto concerne la prima avventura, avessimo anticipato tutti i colpi di scena ben prima del tempo: se le ore spese in compagnia del gioco sono volate via piacevolmente, allora, è merito della scrittura, dell’ambientazione e della buona caratterizzazione dei personaggi.

Come già avvenuto in tante occasioni su PlayStationVita, la casa preferita di alcune tra le visual novel più brillanti degli ultimi quindici anni, la modalità di fruizione ideale per questi prodotti risiede nel gioco in portabilità e nell’utilizzo di un paio di auricolari di qualità, capaci di esaltare le splendide colonne sonore e l’ottimo lavoro svolto sul doppiaggio giapponese, una delle novità di questi remake.

 

Certo, soprattutto se confrontati ai plot elaborati e maturi di alcune delle succitate opere di Mages (da Chaos;Child a Steins;Gate), gli intrecci di Famicom Detective Club risultano più ingenui, sicuramente figli del loro tempo, e più vicini ad un pubblico adolescenziale che non ad uno di veterani del genere. Eppure, c’è dell’innegabile fascino nell’ambientazione contadina di The missing heir, tra credenze popolari e dinastie maledette, tanto quanto nell’ambientazione scolastica (un altro classico della narrativa nipponica) che fa da teatro alle vicende di The girl who stands behind.

A completare un quadro sicuramente di pregio c’è un cast di comprimari di ottima fattura, tra cui spiccano Ayumi Tachibana, presente in entrambi i titoli, ed il Dottor Kumada, improbabile aiutante del nostro durante le indagini sulla famiglia Ayashiro, nel primo episodio.

Pur lavorando su del materiale oggettivamente di qualità, sebbene vecchio di oltre tre decadi, i ragazzi di Mages ci hanno messo del loro: la cura riposta nella caratterizzazione visiva dei personaggi, nel loro linguaggio non verbale, nelle espressioni facciali quando incalzati dalle domande del nostro alter ego è di eccellente fattura, ed aumenta consistentemente il grado di immedesimazione e di coinvolgimento nelle vicende narrate.

I giapponesi sono risaputamente innamorati dell'ambientazione scolastica

Per quanto ci riguarda, anche per motivi legati a scelte di game design specifiche, abbiamo preferito la sortita nel paranormale di The girl who stands behind, meglio ritmata e più snella, rispetto al mistero whodunnit che caratterizza The missing heir, ma, al netto dei gusti personali, siamo di fronte a due visual novel godibili e leggere nei toni, che pure non si fanno scrupolo di trattare temi come l’avidità umana, l’omicidio, il suicidio e i pregiudizi legati alle convenzioni sociali.

Non le catalogheremmo tra i migliori lavori di Mages, insomma (d’altronde c’era da salvaguardare la fedeltà al materiale di partenza), ma le consiglieremmo spassionatamente a chi ama il genere, e soprattutto a chi stava cercando la giusta occasione per avvicinarvisi, a patto di possedere una più che buona conoscenza dell’inglese, l’unica lingua disponibile a parte quella originale.

Leggere, riflettere, cliccare

Esattamente com’era già per gli originali, il gameplay di questi due titoli è minimale: parliamo di due visual novel fatte e finite, che integrano solamente in rari casi degli elementi da avventura grafica punta e clicca, perlopiù limitati all’analisi delle scene del crimine e all’interazione con determinati oggetti, come un telefono che squilla o un lucchetto da aprire.

Il grosso del tempo, quindi, lo si passa a leggere dialoghi con i personaggi non giocanti, a dedurre dalle loro deposizioni quale sia la verità e, infine, ad incastrare il colpevole in maniera logica e inoppugnabile.

Nonostante il tutto scorra in maniera piacevole, con la possibilità di girovagare per una serie di ambientazioni che, pur statiche, restituiscono bene le sensazioni, i colori e i rumori del Giappone degli anni Ottanta, la fruibilità del titolo e la naturale scorrevolezza dell’impianto narrativo sono limitate dal materiale di partenza, figlio di un game design abbastanza arcaico, che i ragazzi di Mages non si sono sentiti di stravolgere in ossequi alla fedeltà agli originali, come detto mai usciti dal territorio nipponico. Ci stiamo riferendo in particolare a due aspetti che ci hanno convinto poco, l’uno concernente le modalità di avanzamento e l’altro, secondario, riguardo all’interfaccia, fin troppo “vecchia scuola”, a nostro avviso.

Partiamo dall’avanzamento: quando funziona come dovrebbe, ovvero con un flusso naturale di dialoghi tra il nostro personaggio ed i numerosi NPC sparsi per le ambientazioni, ogni episodio di Famicom Detective Club regala momenti di grande immersione che ci hanno ricordato i punti più alti raggiunti da franchise come quello di Phoenix Wright, evidentemente debitori al titoli Nintendo.

La meravigliosa Ayumi Tachibana in tutto il suo splendore

Spesso, però, soprattutto durante The missing heir, la meno lineare e più affollata delle due avventure proposte, capita di rimanere bloccati, con l’avanzamento nascosto dietro soluzioni ottuse ed imperscrutabili, che costringono a procedere per tentativi, rovinando completamente il senso di immersione e diluendo inutilmente i tempi ed i ritmi di gioco.

Per uscire da una location, ad esempio, può essere necessario richiamare la lente di ingrandimento, inquadrare un dato oggetto nascosto nello scenario ed apparentemente non collegato agli eventi, sentire cosa il nostro ha da dire riguardo ad esso e poi parlarne con uno degli NPC, oppure porre la medesima domanda ad uno dei testimoni per cinque volte, così da ottenere finalmente una risposta dopo quattro “non saprei”.

Questi sono solo due esempi di situazioni in cui il game design originale, che ha sul groppone oltre tre decadi, denuncia la sua limitatezza, finendo con il rovinare un po’ l’esperienza di gioco che, lo ripetiamo, sarebbe altrimenti estremamente godibile.

In più di un’occasione, ci siamo trovati a scervellarci su come proseguire non per la difficoltà di un enigma o per la mancanza di prove, quanto, piuttosto, per non aver compreso le imperscrutabili necessità del software, che intendeva costringerci attraverso un qualche assurdo collo di bottiglia prima di aprirci nuove location o nuovi dialoghi e farci proseguire. Sotto questo aspetto, il remake, ottimo sotto tutti gli altri punti di vista, avrebbe forse potuto osare di più, sebbene questo avrebbe filologicamente compromesso la riproposizione uno ad uno degli originali.

Secondariamente, abbiamo trovato anche l’interfaccia a volte un po’ astrusa nella sua ricerca del minimalismo a tutti i costi: la necessità di scorrere informazione per informazione nelle schede dedicate ad ogni singolo personaggio è poco intuitiva e spesso l’assenza di semplici comandi situazionali (come “interagisci”
o “apri”) ha prolungato i tempi per arrivare ad una soluzione che appariva evidente sin da subito.

Nondimeno, speriamo vivamente di veder proseguire il trend inaugurato qualche anno fa con l’arrivo in occidente di Earthbound e proseguito, negli anni recenti, con la pubblicazione di Star Fox 2 e Fire Emblem Shadow Dragon & the blade of light, di cui questi due prodotti rappresentano il culmine, tanto per quanto concerne i valori produttivi quanto per il valore intrinseco dei titoli riportati alla luce dopo decenni di oblio.

Due remake con i fiocchi

I valori produttivi di questa operazione di remake sono incontrovertibilmente quelli delle produzioni first party Nintendo, con modelli dei personaggi dettagliati, una palette cromatica accesa ma mai troppo sopra le righe e una grande cura per i dettagli, che siano una carpa che saltella in uno stagno sullo sfondo di un dialogo o un’auto che sfreccia in strada nel bel mezzo di un interrogatorio improvvisato.

L'analisi delle scene del crimine si rivela centrale nelle indagini

In particolare, è stato svolto un eccellente lavoro sul fronte delle animazioni, fluide e naturali sebbene limitate alla bidimensionalità dei modelli dei personaggi a schermo: impossibile non notare la naturalezza con cui una sospettata si morde il labbro quando messa alle strette dalle insistenti domande del nostro investigatore privato o l’alito di vento che solleva appena la gonna della nostra partner su un dirupo in una giornata soleggiata.

Parliamo di piccoli accorgimenti, ovviamente, eppure il loro peso specifico nel rendere meno pesante e statica la lettura di centinaia di righe di testo è fuor di dubbio, con il risultato che, più di altri prodotti firmati Mages, il giocatore avverta come vivo il mondo intorno a lui, pur sezionato in una serie di menu a tendina.

Abbiamo trovato peraltro strana l’assenza di controlli tattili quando in modalità ricerca, perché sarebbe stato naturale consentire di usare lo schermo touch di Switch per toccare punti di interesse ed interagire con prove ed oggetti di vario tipo.

Questo è il primo volto che vedrete nei panni del vostro detective affetto da amnesia

Più spinoso il discorso per quanto concerne la mancata localizzazione nella nostra lingua: se, da una parte, la scelta di Nintendo può essere sensata, considerando che stiamo parlando di un genere fortemente di nicchia e di un franchise del tutto sconosciuto al di fuori del suolo giapponese, dall’altra si poteva fare forse uno sforzo in più, a patto che davvero l’intenzione della grande N sia quella di rilanciare il brand e farlo entrare a far parte della scuderia di titoli first party che tornano, ciclicamente, sulle console della casa di Kyoto.

Se a questo si aggiunge la scelta di prezzare il pacchetto a circa sessanta euro (peraltro per la sola versione digitale, visto che non è prevista alcuna edizione retail al di fuori del Giappone), ecco che l’appetibilità del titolo può scemare, soprattutto agli occhi dei meno avvezzi al genere.

E sarebbe un gran peccato, perché il lavoro svolto da Mages è, come abbiamo visto, lodevole e perché delle vendite all’altezza incoraggerebbero Nintendo non solo a portare in Occidente anche il terzo capitolo della serie, ma anche a continuare a ripescare perle del suo passato delle quali a noi europei non è mai stato concesso godere.

Se volete godervi le visual novel su Nintendo Switch, approfittate del taglio di prezzo sulla console proposto su Amazon.

7,9

Famicom Detective Club

Piattaforme: switch
Il pacchetto composto da Famicom Detective Club The Missing Heir e Famicom Detective Club The girl who stands behind ha poche colpe e parecchi pregi: se, da un lato, si fatica a trovare un pubblico di riferimento al di fuori di quello degli appassionati di vecchia data (i neofiti potrebbero essere scoraggiati dalla mancanza della localizzazione in italiano) e se ne può criticare il rapporto tra la quindicina di ore di gioco offerte ed il prezzo pieno richiesto, dall'altro non si può non apprezzare l'impegno che Nintendo e Mages hanno riposto in questi due remake, con il rifacimento completo del comparto tecnico, l'incantevole direzione artistica e l'ottima traccia sonora. Da parte nostra, nonostante qualche ingenuità nelle sceneggiature e un sistema di avanzamento non sempre chiaro, che genera qualche momento morto di troppo, ci siamo divertiti a vestire i panni del giovane investigatore privato in entrambi gli episodi, ma solo i giocatori disposti a leggere molto e con una più che buona conoscenza della lingua inglese trarranno dal prodotto Nintendo il medesimo giovamento. Adesso non manca che Mother 3. Per favore, Nintendo.

Pro

  • Operazione di restauro di ottimo livello
  • Due prodotti che l'Occidente aspettava da 33 anni in un unico pacchetto
  • Animazioni fluide e credibili
  • Colonna sonora notevole

Contro

  • Avventure un po' corte e scarsamente rigiocabili
  • Interfaccia ed avanzamento un po' troppo vecchio stile
7,9