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Diventare padre non mi ha reso pavido, mi ha reso coraggioso: papà e videogiochi

I papà sono diventati una colonna portante delle storie dei videogiochi: vediamo cosa ci dicono alcuni padri dei mondi virtuali.

“Quando ho scoperto che sarei diventato padre… ho avuto tanta paura. Paura di quello che significava. Dovevo essere presente per te e tua madre… sempre e comunque. Non sarei più potuto andare in missione e rischiare di essere ucciso. Non avrei potuto lasciarvi soli, non più. Avevo sbagliato tutto… tutto quanto. Diventare padre non mi ha reso pavido. Mi ha reso coraggioso.”

padri nei videogiochi si stanno moltiplicando. Qualcuno sostiene, probabilmente a ragione, che sia dovuto al fatto che alcuni dei grandi autori di videogiochi odierni siano diventati a loro volta padri e, faccia a faccia con la loro maturazione personale, abbiano deciso di portare temi simili all’interno delle loro opere.

Pensiamo a com’è cambiato Kratos. Ci sono decine di esempi che potremmo citare, su papà nei videogiochi. Sono figure che nella narrativa molto spesso fanno da mentore, sono tantissimi i protagonisti che guardano al modello dei loro padri. Rimanendo nel campo videoludico, pensiamo alla leggendaria Lara Croft: qualsiasi sia la sua incarnazione che preferite, in entrambi i casi è al modello di Lord Croft, che guarda.

Corvo ed Emily di Dishonored

Gli esempi si sprecano: potremmo guardare a BioShock, potremmo guardare a Dishonored, potremmo guardare all’intera impalcatura dei protagonisti di Metal Gear e al loro peculiare rapporto padre-figlio. Potremmo guardare a diversi episodi di Final Fantasy (Squall-Laguna, Tidus-Jecht, Yuna-Braska, Noctis-Regis, solo per citarne qualcuno pescando dal mazzo), potremmo pensare a videogiochi “più leggeri” nei toni e nelle atmosfere come Octodad.

I videogiochi sono pieni di papà. E oggi, nella giornata che vuole ringraziare i papà per ogni piccola grande cosa, vogliamo concederci una piccola riflessione sui papà videoludici – sul fatto che, come accadrebbe per le mamme, sono la personificazione di un tema fondamentale, essenza stessa della genitorialità: essere coraggiosi abbastanza da passare il testimone.

Attenzione! L’articolo che segue contiene enormi spoiler dai videogiochi che cita (The Walking Dead, Heavy Rain, i due The Last of Us, Death Stranding). Vi raccomandiamo di interrompere la lettura se non volete anticipazioni sui temi che trattano e i loro personaggi.

The Walking Dead – Il lascito di una persona migliore

I tie-in videoludici di famose proprietà intellettuali vanno di solito incontro a un destino infausto. Non fu il caso di The Walking Dead, a opera della fu Telltale Games. L’avventura grafica dedicata all’invasione zombie aveva dalla sua una carta vincente, rimasta nel cuore degli appassionati: il legame tra Lee e Clementine.

Clementine e Lee

Il tropo dell’uomo di poche parole affiancato da una ragazzina che deve aiutare a crescere in un mondo dove la speranza è una mera illusione è molto insito nella narrativa. Per rimanere nella cultura pop, provate a pensare anche a Sandor Clegane e Arya Stark in Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (o Game of Thrones, se preferite lo schermo alle pagine). Il rapporto tra Lee e Clementine, sebbene Lee sia una persona infinitamente più piacevole, a primo impatto, rispetto a Sandor, è lo stesso.

Il protagonista inizia il suo percorso da criminale agli arresti, si trova di fronte a una seconda possibilità e sceglie di provare a fare qualcosa per il futuro. Clementine rappresenta, in qualche modo, la sua occasione per diventare una persona migliore e dimostrarselo. Come nell’immaginario della figura paterna, Lee fa di tutto per tenerla al sicuro, fino all’epilogo. La persona che è stato, i suoi errori, ma soprattutto la sua parte migliore: Clementine li porterà con sé, e che non fosse davvero suo padre non è importante.

Buon 19 marzo ai papà per cui il legame di sangue è solo un dettaglio: ci sono cose che contano molto di più.

Heavy Rain – Cosa sei disposto a perdere per i tuoi figli?

Prendersi la responsabilità di passare il testimone comporta dei sacrifici e delle responsabilità. All’interno dei videogiochi, è difficile che ci sia un padre che lo sa meglio di Ethan Mars. Il protagonista di Heavy Rain si trova alle prese con una noiosa quotidianità che chiunque darebbe per scontata: lavoro, casa, moglie, bambini. L’essenza della routine. Quando, però, in seguito a una sua distrazione, il piccolo Jason rimane vittima di un incidente, la vita di Ethan si accartoccia.

Ethan nel prologo di Heavy Rain

Si ritrova da solo. I fantasmi di una innocente negligenza che non si perdonerà mai lo hanno allontanato non solo da sua moglie, madre dei loro bambini, ma anche dal secondogenito, Shaun. Quando passa il suo tempo con il padre, il bambino è spento, distante. Sembra non veda l’ora di andare via, è come se suo papà fosse l’incarnazione del trauma che ha fratturato la loro famiglia. E anche Ethan lo sa. Se ne prenderebbe cura, se non fosse che non riesce più a prendersi cura nemmeno di se stesso – e la terapia lo aiuta quanto basta. Vive episodi di cui ha solo periodicamente memoria. Si sente in colpa a svegliarsi la mattina.

Fino a quando il suo trauma si ripete, e quello stesso padre che si sta fustigando per non aver protetto Jason, si perde Shaun. Il bambino finisce tra le grinfie del killer dell’origami e a Ethan rimane solo un’alternativa: dimostrare cosa è disposto a fare un padre, per suo figlio, contro ogni legge data dalla razionalità.

La paternità è un tema che taglia l’intero Heavy Rain. I traumi di Ethan e il tentativo di salvare Shaun, al costo di mutilarsi e rimanere quasi ucciso lui stesso sono solo la superficie: anche l’assassino dell’origami, si scopre nel gioco, si muove spinto da un padre che è stato un trauma, un padre che non si prendeva cura dei suoi figli. Ecco che, così, mette alla prova altri padri: siete tutti così? Siete migliori del mio?

Ethan in Heavy Rain

Nella mania del killer dell’origami Heavy Rain nasconde in piena vista un messaggio chiaro: la nuova generazione ha bisogno della guida della vecchia, per avere gambe abbastanza forti da camminare da sola. E se non lo sa Ethan, chi potrebbe?

Buon 19 marzo ai papà che per i figli sono pronti a tutto.

The Last of Us – Paternità e rimorso

I temi dei due giochi citati non a caso in precedenza si intrecciano in Joel Miller. Il roccioso protagonista di The Last of Us ci viene presentato fin dalle primissime battute come un padre single di una ragazzina, Sarah. Proprio come succede a Ethan in Heavy Rain, la loro vita si divide in un prima e un dopo brutale, quando l’epidemia da Cordyceps scuote la città e gli attacchi degli infetti si fanno estremamente violenti. Nel disperato tentativo di allontanarsi, dopo aver perfino ucciso un suo vicino di casa, la notte dopo il suo compleanno, Joel raggiunge la periferia con Sarah e suo fratello Tommy.

Gli ordini dei militari che stanno cercando di riportare l’ordine, però, sono chiari: per cercare di arginare il contagio, nessuno può lasciare la città da vivo. Joel tenta disperatamente di proteggere Sarah, quando Tommy uccide il militare, ma gli spari la raggiungono. Tra le braccia del padre, l’agonia dell’adolescente mette a nudo Joel. Stereotipi vetusti e sbagliati ci parlano di padri grandi e grossi, di “uomini tutti d’un pezzo” che non devono piangere perché sennò che uomini sono: Joel è grande, grosso, taciturno e, davanti al corpo senza vita di sua figlia, piange disarmato e vuoto. Non potrebbe essere altrimenti. Al polso, l’orologio che lei gli aveva appena regalato, che non ha avuto il privilegio di tracciare il tempo che avrebbero trascorso insieme.

Joel e sua figlia Sarah in The Last of Us

Quando ritroviamo Joel vent’anni dopo, finito il prologo del primo The Last of Us, il trauma non se n’è ancora andato. Dicono che traumi del genere non se ne vadano mai, in realtà, e l’opera di Naughty Dog segue questa strada. L’evento scatenante del cambiamento è doppio, in questo gioco: il primo è la morte di Sarah, che ci racconta perché Joel sia diventato chi è diventato. Il secondo è il fatto che si trovi a compiere un lavoro fuori dal comune: consegnare una ragazzina che sembra immune al Cordyceps. Un innesco nel passato, per chi era Joel e chi è oggi, e uno nel presente, per passare da chi è Joel oggi a chi sarà domani. Che padre sarà domani, in questo caso specifico.

Ha ancora l’orologio al polso. La ragazzina, una quattordicenne chiamata Ellie, è intelligente come era Sarah. Testarda, curiosa, mescola in sé l’anima capace di meravigliarsi di chi giustificatamente non ha ancora scoperto nulla della vita alla disillusione di chi non ha mai conosciuto un mondo pre-pandemia. Per Ellie il mondo è sempre stato questo: coprifuoco, esecuzioni in strada, non avere la più pallida idea di se e come arrivare vivi, o almeno non da infetti, alla giornata successiva.

Joel ed Ellie in The Last of Us

Joel non lo vuole questo lavoro. In questa storia, l’eroe rifiuta la chiamata con tutte le sue forze. Non vuole accettare questo lavoro: nel nuovo mondo si è sporcato le mani in modi che gli leverebbero il sonno se solo si fermasse a pensarci, ma ha scoperto che sopravvivere è più importante. Dopotutto, se nel mondo ci fosse spazio per i buoni, Sarah sarebbe ancora qui. Lavora come contrabbandiere e capisce fin da subito che contrabbandare una ragazzina sotto il naso dei militari è un suicidio. Lo è così tanto che anche Tess, la sua partner in affari, rimane uccisa nel tentativo di riuscirci.

Ma Ellie, davvero, non viene infettata dal Cordyceps. È l’unico essere umano di cui si abbia notizia che è immune al virus, il che significa che c’è qualcosa in lei che rappresenta una speranza per l’umanità, una possibile cura, una scia per la scienza. La chiave di volta per salvare il futuro degli umani dalla rovina è nelle mani di un uomo per cui gli umani nemmeno se lo meritano, un futuro.

Alla fine, suo malgrado, Joel accetta la chiamata e fa di più. L’orologio di Sarah è sempre lì. Ellie non ha nessuna colpa del mondo orrido in cui è nata e sicuramente non ha nessuna colpa per l’omicidio della figlia di Joel, avvenuto prima ancora che lei nascesse. È un processo che avviene un passo alla volta, ma gli scudi cadono. Joel passa dal dirsi totalmente disinteressato a cosa baleni in testa alla ragazzina a proteggerla con la ferocia che solamente un genitore potrebbe avere. È come una legge della natura: prova a fare del male a un cucciolo quando i suoi genitori sono lì vicino, vedi un po’ che ti succede. Ma Ellie non è “un suo cucciolo”., Ellie non è sua figlia: Sarah è morta.

Ellie non è Sarah

Mentre attraversano il Paese insieme, Ellie e Joel ribaltano il loro rapporto di padre-e-figlia-che-non-sono-padre-e-figlia di continuo: Joel la tiene al riparo dai pericoli, ma in diversi momenti è la giovanissima Ellie a salvargli la vita dalla sua avventatezza, dalle sue certezze che non bastano in un mondo come questo. Joel vive un transfert: non può più prendersi cura di Sarah, ma si prenderà cura di Ellie. E il legame diventa forte, nonostante per diverse volte tenti di allontanarsi, di scaricarla – costringendo la quattordicenne, orgogliosa almeno dieci volte più di lui, ad ammettere di voler rimanere con Joel, di non voler essere affidata come un pacco postale, da Joel a Tommy, da Tommy a Marlene.

Alla fine, la cura per l’umanità c’è davvero, in Ellie. E quello che Joel si trova davanti, quando il dottor Anderson si prepara a procedere, è un dilemma troppo grande per un’anima sola: devo salvare l’umanità o devo salvare Ellie? Mi sono giurato di prendermi cura di questa quattordicenne, lascerò che venga uccisa affinché si studi il suo cervello per trovare una cura, salvando un’umanità che in fondo in fondo per me di essere salvata non se lo merita nemmeno? Ellie sì, che se lo merita. Loro non lo sanno, ma io sì. Al diavolo l’umanità.

Il Cordyceps può solo sognarsi di essere spaventoso quanto Joel. Per salvare sua figlia l’uomo passa sopra a tutti. Letteralmente. L’ospedale che doveva salvare l’umanità è dipinto da rapide di sangue e richieste di clemenza non accolte. Certo, avevano le migliori intenzioni e ora sono morti tutti, ma mia figlia viene prima di tutto, e chi siete voi per dire che non è mia figlia? È insieme che siamo arrivati fino a qui, ed è solo insieme che avremmo potuto farlo.

Davanti alla possibilità di perdere Ellie, Joel non accetta compromessi

Joel sceglie di convivere con il suo orribile segreto e, apprendiamo in The Last of Us – Parte II, racconta a Ellie che l’ultima di noi non ha niente di speciale. «Ce ne sono decine, come te», e i medici non sapevano che farsene. Ripresasi dall’anestesia, la ragazza può tornare alla sua vita di sempre, che Joel le ha garantito, probabilmente condannando a morte tutti gli altri. Sicuramente, uccidendo un medico specializzato che aveva tutte le competenze per dare una nuova alba agli esseri umani.

Le insegna a suonare la chitarra, glielo aveva promesso, regalandole la sua – come un padre a una figlia. Le racconta per canzoni quanto si senta legato a lei e quanto lei tiri fuori la parte migliore di lui. Ma il fantasma di cosa è successo in quell’ospedale rimane un tarlo nella mente di Ellie, fino a quando l’adolescente non riesce ad avere la verità da suo padre, al costo di minacciare di andarsene per sempre. Ellie non può perdonarlo. Vuole perdonarlo, ma non può. E quando ammette che «mi piacerebbe provarci», non ne ha il tempo.

Le azioni hanno delle conseguenze e Joel lo scopre nel modo peggiore. Le sue scelte sbagliate diventano il trauma che perseguiterà la ragazzina per cui voleva una vita, ma non un mondo migliore. Ellie è una giovane donna cresciuta a sua immagine e somiglianza: a volte la mela cade davvero vicino all’albero. La legge per cui il cane più grosso mangia il cane più piccolo è stata interiorizzata dalla giovane, che non può lasciar passare la morte di Joel, ucciso dalle persone a cui aveva rovinato la vita, ammazzando il dottor Anderson in quell’ospedale.

Anche per Ellie c'è un prima e un dopo

La violenza chiama violenza e l’anima gentile ed entusiasta di Ellie finisce schiacciata da quello che devo fare. Il lutto è solo una parte di ciò che le radica dentro un senso di colpa, di marcio e di intollerabilmente brutale: la cosa peggiore è non aver avuto il tempo di provare a perdonare Joel. Non aver avuto preavvisi: la morte è arrivata senza mandare notifiche mentre lei non poteva vedere oltre la rabbia.

Joel era un padre invadente che voleva decidere per sua figlia. Lo ha fatto in quell’ospedale e lo faceva nella vita quotidiana, quando si palesava come un cavaliere bianco pronto a proteggerla da tutto e tutti – una cosa che per ogni adolescente prima e giovane adulto poi crea spesso degli imbarazzi. Il suo percorso è strapieno di errori compiuti in quanto essere umano e soprattutto compiuti in quanto padre che era diventato padre senza avere il tempo di imparare come si fa.

Joel era il padre di Sarah ma la sua pagina è finita strappata senza appello. Sceglie di essere il padre di Ellie senza sapere bene come fare. Il filo comune è che lui era un padre prima ed è rimasto un padre per tutta la vita: dietro il viso quadrato, le spalle alte, la barba incolta ingrigita dai traumi, c’era dell’amore che Joel non sapeva più dove riversare, dopo la morte di sua figlia. Lo ha riversato su Ellie, mettendola davanti a tutto, pensando che i padri è così che fanno, perché per Sarah avrebbe fatto lo stesso, se solo avesse potuto.

'... ma mi piacerebbe provarci.'

Come una sorta di amuleto delle lezioni da imparare nel modo peggiore, l’orologio ora è tra le cose di Ellie. Senza accorgersene, ogni tanto segna l’ora giusta. È rotto.

Era perfetto per Joel.

Buon 19 marzo ai papà che lo rimarranno per sempre.

Death Stranding – Ponti per il futuro

Hideo Kojima ha perso il padre da giovanissimo. Questa voragine nella sua vita personale gli ha lasciato uno strascico che è evidente in tutti i suoi videogiochi. Senza scomodare la saga Metal Gear, forse è ancora più palese in Death Stranding, videogioco a cui peraltro ha dato i natali poco dopo la scomparsa della madre. Videogioco che, come primo incarico, chiede a Sam Porter Bridges di seppellire sua madre e “lasciarla andare”, semplicemente.

Il gioco parte da macro-temi – il nostro essere eremiti iperconnessi e il futuro che ci attende in un universo di egoismi e di ingiustificata legge del più forte – ma li affronta passando per quelli interiori, individuali, delle persone che li vivono e li raccontano. Non è un caso che ogni capitolo abbia il nome non di un evento, ma di un personaggio.

Sam si lega tantissimo a Lou

Sam è un padre, in cuor suo. O, almeno, aveva preparato l’anima per esserlo. Sua moglie doveva dare alla luce Lou, ma tutto è andato maledettamente male. Da solo in un mondo indesiderabile e grottesco, Samuel ha il dono di percepire la presenza delle CA, delle creature rimaste in sospeso tra la vita e la morte, che possono causare stragi mentre anelano il ritorno alla vita e allungano le mani verso i vivi. Questo gli permette, in un mondo fatto di isolamento e città indipendenti, dove ciascuno fa per sé, di essere formidabile nel suo lavoro. Non ha le stigmate dell’eroe, pur avendo un dono, e non gli importa affatto di esserlo: fa solo consegne. In un mondo come quello non è poco, ce ne siamo resi conto perfino noi nel 2020.

La sua vita cambia quando, lavorando per la Bridges nel tentativo di ricreare gli Stati Uniti – cosa di cui, un po’ come Joel, in realtà non gli importa, ma in cui è trascinato dal suo fortissimo legame con Amelie, che “chiama l’eroe” alla missione – gli viene affidato lo smaltimento di un BB. Questo bambino in un contenitore che simula l’utero materno è vivo, ma non è mai nato. Sam non può disfarsene come se fosse un pezzo di equipaggiamento e lo tiene con sé, non sente ragioni.

La narrazione del gioco inizia ad andare per gesti: al di là delle parole e degli eventi, cosa stia succedendo dentro Sam è nelle piccole cose. Quando c’è un pericolo porta le mani al pod di BB legato al suo addome. Quando si ferma per riposare, abbraccia il bambino prima di addormentarsi. Di tanto in tanto, impegnato nelle sue consegne, gli chiede semplicemente come stia. Non importa che il bambino non possa rispondere – come potrebbe? Non è neanche nato! –, Sam ha bisogno di fargli sapere che è nei suoi pensieri.

Cliff fa di tutto per ritrovare il suo BB

Il passo successivo è naturale: Sam gli dà un nome. Il suo bambino è Lou, proprio come il figlio che non è riuscito a crescere dopo la terribile scomparsa prematura della sua compagna. Come è successo a Joel, anche Sam opera un transfert, a modo suo: aveva tanto amore da dare e prima ancora di accorgersene lo riversa su questo bambino che per gli altri è un mezzo per vedere le CA, ma non per lui.

Il tema della paternità è reso anche più forte dalla presenza di Clifford Unger. Vero e proprio fantasma dal passato che bracca Sam per “rubare” il suo BB, l’ex soldato americano è soltanto un padre disposto a tutto, tornato letteralmente dalla morte nella speranza di prendersi cura del suo bambino. Ma tanti anni sono passati, e il suo bambino non è Lou: è Sam. Quando lo capisce, quando riesce finalmente ad abbracciare il figlio che gli era stato strappato via da Bridget/Amelie, Cliff smette di braccarlo. Trova riposo e pace.

«Diventare padre non mi ha reso pavido, mi ha reso coraggioso», gli racconta. Il tema è espresso dai nomi dei due protagonisti: cliff in inglese è un dirupo, bridges sono i ponti necessari a superarli. I limiti di una generazione possono essere superati solo lasciando spazio alla successiva. Cliff lo rimarca per farlo capire anche a chi è meno bravo nell’interpretazione dei messaggi: «tu sei mio figlio. Il mio ponte per il futuro».

'Il mio ponte per il futuro.'

È da suo padre che Samuel impara la lezione che lo rende finalmente un papà, davvero un papà. Nella nuova nazione che ha contribuito a costruire, non è ammissibile non rispettare la legge. Sam se ne frega. Lou non poteva più vivere nella capsula e non dà più segni di vita, è morto. Deve cremarlo, per evitare che si trasformi in una CA. Sam, ricordatosi di essere stato lui stesso il BB di Cliff, apre la capsula e tira fuori il bambino, tentando disperatamente di rianimarlo. Con un ultimo regalo, Amelie – la stessa donna che aveva strappato Sam a Cliff – dimostra di essere diventata migliore. L’umanità non va da nessuna parte, se gli errori non la rendono migliore: restituisce un soffio di vita a Lou. Il bambino ridacchia tra le braccia e le lacrime di Sam. Bambino che, peraltro, scopriamo essere una bambina, Louise.

Samuel e Louise si lasciano alle spalle l’inceneritore mentre piove a dirotto. L’arcobaleno rovesciato del mondo di Death Stranding è tornato normale, il colore della morte – il blu – è di nuovo al suo posto, perché i morti hanno smesso di vagare in mezzo ai vivi. La pioggia non è più cronopioggia. Il mondo si è rimesso a posto. Lo ha fatto quando la generazione di oggi, per andare avanti contro tutti e tutti, ha smesso di sacrificare la generazione di domani.

Sam e Louise

Lou non finisce nell’inceneritore. Lou diventa la figlia di Sam. Non puoi costruire niente sacrificando chi verrà domani sull’altare del futuro immaginato da chi c’è oggi. Puoi solo lasciare spazio: il futuro Sam in qualche modo lo vivrà con Lou – e non c’è più pioggia che possa lavarlo via.

Non chiedeva di meglio: è il suo ponte per il futuro.

Buon 19 marzo ai papà che hanno costruito ponti sui dirupi.

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