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Intervista a Federico Bertolucci e Frédéric Brrémaud (saldaPress) | COMICON Napoli 2026

Intervista Bertolucci | COMICON Napoli 2026 Intervista Bertolucci | COMICON Napoli 2026 Intervista Bertolucci | COMICON Napoli 2026

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Intervista a Federico Bertolucci e Frédéric Brrémaud (saldaPress) | COMICON Napoli 2026
Avatar di Domenico Bottalico

a cura di Domenico Bottalico

Staff Writer Cultura POP @SpazioGames

Pubblicato il 08/05/2026 alle 11:00
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Se il fumetto è l’arte di narrare per immagini, il duo composto da Frédéric Brrémaud e Federico Bertolucci ne rappresenta l’espressione più pura, quasi ancestrale. In un mondo saturo di rumore e dialoghi ridondanti, la loro collaborazione - portata con orgoglio a COMICON Napoli 2026 da saldaPress - ci ricorda che per raccontare la ferocia della sopravvivenza o la fragilità di un istinto non servono nuvolette, ma un’empatia visiva fuori dal comune.

Coppia artistica ormai collaudata e pluripremiata (basti pensare alle numerose nomination agli Eisner Awards), Brrémaud e Bertolucci sono gli architetti di quel gioiello narrativo che è la serie Love. In queste opere, il binomio sceneggiatore-disegnatore compie un miracolo di sottrazione: Brrémaud tesse trame emotive potentissime rinunciando alla parola, mentre Bertolucci traduce ogni battito animale in pennellate digitali che sembrano vibrare di vita propria, sospese tra il realismo di un documentario e l'espressività dei grandi classici dell'animazione.

Incontrare questi due autori significa addentrarsi nei meccanismi di una sinergia rara. Se da un lato c’è la capacità di Brrémaud di strutturare il "silenzio" rendendolo narrativamente assordante, dall'altro c’è il talento cristallino di Bertolucci, capace di infondere dignità e ferocia a ogni creatura, dalla tigre del Bengala alla minuscola formica. La loro presenza al COMICON non è solo un omaggio alla loro produzione naturalistica, ma un invito a riscoprire la forza del linguaggio universale del disegno.

Federico Bertolucci e Frédéric Brrémaud, benvenuti su Cultura POP. Partiamo da Love, una "poesia spietata", mi piace definirla così perché nel mondo del fumetto spesso gli animali vengono resi umani, antropomorfizzati; invece, nella vostra serie gli animali restano animali. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare storie così umane e drammatiche senza tradire il mondo naturale e le dinamiche del mondo animale?

Federico Bertolucci: "Dal punto di vista del disegno, per me è stato abbastanza semplice perché ho sempre affrontato il disegno degli animali nello stesso modo in cui affronto il disegno degli umani. Gli do la stessa importanza, la stessa dignità di personaggi, quindi per me è stato abbastanza automatico."

Frédéric Brrémaud: "No, e sul fatto che non sono umanizzati, in realtà non è tanto vero, nel senso che gli animali sono molto vicini a noi, soprattutto i mammiferi, che hanno comunque delle reazioni che si avvicinano alle nostre. Quindi quando qualcuno ci dice "Ah, ma qua vediamo che c'è un'emozione", eh sì, ha un'emozione. Forse non è la nostra, però c'è qualcosa. Ovviamente su questa cosa qua non so se è più semplice quando ci sono le balene e tutti quelli in cui l'emozione non passa attraverso gli occhi: è più il movimento del corpo, eccetera eccetera. E quindi diciamo che, infatti, non ci siamo fatti la domanda perché abbiamo voluto mostrare la natura com'è, però diciamo che su questo lo possiamo anche dire: c'è il modo di barare sul disegno, sul fatto che, come spesso diciamo, la tigre normalmente nella foresta deve nascondersi; il lettore del fumetto la deve vedere, invece. E quindi direi che questo è uno strappo che facciamo alla realtà, ecco."

Mi fornite un gancio per la prossima domanda, che è un lavoro di sottrazione quello di Love, nel senso che viviamo in un mondo di sovraccarico di informazioni, mentre Love toglie la parola, tra virgolette. Come cambia il tuo lavoro di sceneggiatore, appunto perché non puoi usare i dialoghi e devi spiegare le emozioni o comunque un racconto? È difficile scrivere una sceneggiatura per le immagini piuttosto che in maniera tradizionale?

Frédéric Brrémaud: "Beh, diciamo che all'inizio trovavo... mi sono detto "Dai, è una bella furbata", nel senso che sarà semplice da scrivere, ci metterò molto meno tempo. E invece è stato totalmente il contrario. Primo perché siamo sempre sul confine tra il nulla e la cosa interessante, il noioso... quindi bisogna lavorare tanto sul ritmo. La cosa che cambia per necessità – perché ovviamente se un lettore in un negozio lo sfoglia in cinque minuti e l'ha letto tutto, non lo comprerà, e quindi per noi bisogna comunque venderli questi libri a un minimo almeno – e quindi dobbiamo lavorare sul ritmo, su delle scene d'azione, altre di contemplazione. E per questo avevo bisogno di un disegnatore che fosse capace di rendere tutto questo. E poi devo dire che il nostro lavoro qua si avvicina molto a quello di chi fa i documentari sugli animali: tagliamo le scene, è un grosso lavoro di montaggio. Che è una cosa che non si fa tanto quando ci sono i balloon, ovviamente."

Federico Bertolucci: "Sì, questa cosa qui poi è stata avvantaggiata anche dal fatto che ho lavorato vignetta per vignetta, senza costruire le tavole tutte insieme. Quindi poi dopo abbiamo potuto rimontare come volevamo e scegliere insieme le parti migliori da far vedere, insomma."

Una delle tue cifre stilistiche, Federico, è l'uso dei colori e della luce in particolare. In Love, ovviamente, il taglio è più "realistico" della luce, invece in Brindille ovviamente l'atmosfera è più eterea, più fantasy. Come hai lavorato sull'uso della luce e sull'uso poi dei colori?

Federico Bertolucci: "Beh, in Love era importante mostrare la bellezza della natura, quindi i verdi e i colori anche di certi animali dovevano essere molto evidenti e molto appariscenti. E poi, a seconda dell'ambiente, c'è stato un approccio diverso: naturalmente la savana aveva molti più gialli e colori caldi per mostrare un ambiente caldo; mentre, per esempio, La Volpe che si ambienta in un'isola del nord aveva colori più freschi proprio per mostrare un ambiente più ostile. In Brindille invece avevamo l'esigenza di mostrare una crescita, la crescita di una ragazzina, la scoperta di se stessa attraverso un mondo che diventa da più infantile, man mano che si va avanti, più maturo e più duro e più difficile. Quindi lì la luce era più morbida, così come le linee del disegno erano più morbide all'inizio, e man mano che si andava avanti usavo più neri anche nell'inchiostrazione e andavo su colori più cupi verso la fine. Poi, insomma, chiaramente Brindille è un fumetto che ha un finale importante e si giocava tutto su questo."

Con Parsifal, invece, vi siete misurati con il ciclo arturiano e l'epica cavalleresca più in generale. Come si trasforma il ritmo della vostra narrazione quando non avete più da descrivere la natura o comunque il fantasy di Brindille (quindi in qualche modo un elemento fantastico), ma invece avete lavorato sulle armature, sull'acciaio, su tutta questa etica e morale alta tipica del ciclo arturiano?

Frédéric Brrémaud: "Allora, in realtà non è tanto diverso. Lo è ovviamente perché Brindille siamo più o meno in una specie di limbo, quindi possiamo inventare un sacco di cose. Su Parsifal invece è un mondo più reale, questo è vero. La cosa che... sulle armature lascerò parlare Federico, sul resto diciamo che sulla storia è quasi un omaggio a un certo tipo di fumetti franco-belgi, tipo I Puffi e... come si chiamano questi altri?"

Federico Bertolucci: "Ci sono dei cavalieri, uno che è Johan e Pirlouit in francese, uno che è un piccoletto che è su una capra e un altro giovane cavaliere... è una serie parallela ai Puffi, insomma."

Frédéric Brrémaud: "E quindi è un tipo di narrazione con le didascalie, con un umorismo che si fa quasi pagina dopo pagina. Comunque ogni albo che facciamo cambiamo il modo di narrazione. Spesso diciamo che il nostro lavoro è quasi di laboratorio. E quindi qua l'abbiamo fatto su due albi e abbiamo detto "Dai, almeno una volta facciamo come facevano i fumetti quarant'anni fa a Bruxelles". Quindi sono molto curioso di vedere come lo prenderà il pubblico italiano, perché è una cosa proprio franco-belga, quindi vediamo."

Mi dai un altro gancio, perché avete sotto la cintola – o sopra la cintola a seconda di dove preferite – diverse candidature agli Eisner, che è un caso più unico che raro: il pubblico americano ovviamente è abituato a diversi tipi di narrazione, ritmi e tematiche. Ogni volta che vi arriva una candidatura, come vi rapportate a questo riconoscimento da parte di un pubblico oltreoceano così lontano?

Federico Bertolucci: "Beh, la prima volta è stata un'emozione, no? Perché l'Eisner è un premio ambito e riconosciuto. La seconda volta ancora è stata una roba... ancora ci hanno ricandidato! Sì, prima o poi... eh, sì. Alla terza volta si comincia a dire "Vabbè, sì, ci hanno ridato ancora un'altra candidatura". Poi sono state varie candidature ogni anno, non era una sola, erano diverse..."

Ma la candidatura vale come vincerlo, a un certo punto, dopo tot candidature!

Federico Bertolucci: "A questo punto ce lo diciamo perché non lo vinciamo mai, quindi alla fine dobbiamo dire "Sì, è come vincerlo". Però no, in effetti no, perché ti candidano, ti fanno sperare e poi alla fine non te lo danno... insomma, non è bello, ecco!"

Frédéric Brrémaud: "Diciamo che sull'Eisner ci sono due cose. Secondo me se un giorno lo becchiamo, l'indomani moriremo! (Ride). E forse mi sa che il funzionamento dell'Eisner è un po' particolare perché all'inizio c'è una giuria, credo, che sono loro che scelgono i titoli, e poi c'è un voto. E mi sa che nella giuria ci abbiamo un amico, ma non lo conosciamo. Sarà più così, e dovremmo indagare per sapere chi vota per noi – o per Federico, perché spesso è sul disegno comunque."

Federico, ti hanno dedicato una mostra che si chiama "I Mille Colori", una mostra che ovviamente rientra anche Frédéric in questa mostra perché, appunto, Love è un lavoro un po' diverso dal classico fumetto. Vedendo i tuoi lavori in mostra, cosa hai riscoperto, cosa hai ritrovato, cosa pensi che il pubblico riuscirà a percepire del tuo percorso?

Federico Bertolucci: "Beh, intanto voglio ringraziare Alessio Danesi, il curatore della mostra, che ha scelto lui tutti i pezzi esposti. Devo dire che rivedendoli ogni volta... cioè, quando un fumettista fa qualcosa, prende e mette nel cassetto. Quindi non sono abituato a rivedere le mie cose, soprattutto appese a una parete. Fa sempre una bella impressione e, a volte, di certe cose non sono contento. Invece devo dire che quando rivedo i lavori che abbiamo fatto in questi anni qua, trovo che certe cose siano ancora valide. Quindi no, sono contento, fa una bella impressione. Mi sono soffermato soprattutto a vedere gli ingrandimenti della locandina, perché sono cose che... fra l'altro la locandina è anche esposta nella mostra in originale ma è piccolina; quindi ingrandito si vedono meglio la grana del foglio, si vedono bene le pennellate... e devo dire che questa cosa qui è piacevole, divertente."

L'ultima domanda riguarda la vostra collaborazione. Siete una delle coppie più longeve del fumetto europeo. Come funziona la vostra collaborazione, com'è cambiata negli anni, come vi amalgamate? C'è qualcosa che quando ti arriva da parte di Frédéric tu cambi, o quando tu proponi una cosa a Frédéric lui riesce a intuire già la direzione?

Federico Bertolucci: "Dunque, noi discutiamo di un'idea. Vogliamo fare qualcosa da proporre a un editore e ne discutiamo, cominciamo a tirare giù un po' di idee. Oppure nascono anche spontaneamente dalle nostre chiacchierate. Dopodiché, da questa chiacchierata, mi metto a fare qualche disegno. Lui vede i disegni e magari questo gli fa venire in mente altre idee. Mettiamo tutto insieme e poi dopo ci dividiamo i compiti. Lui scrive la parte della sceneggiatura, un soggetto; io continuo a disegnare, a fare degli storyboard e ancora glieli sottopongo e vediamo insieme un modo migliore per fare una narrazione chiara. Però è così, in effetti: quando poi dopo arriviamo alla vera e propria lavorazione del fumetto, ci cambiamo le cose. Nel senso: lui mi manda la sceneggiatura, io valuto se magari serve una vignetta in più o una in meno (a volte no, a volte sì); e lui quando faccio lo storyboard glielo faccio vedere e lui magari dice "Guarda, qui magari fallo più grande, più stretto, allontana la telecamera"... insomma, è una collaborazione stretta e paritaria su tutto, praticamente. Quindi alla fine è una simbiosi quasi. Poi chiaro, lui scrive i testi e io faccio i disegni, però è bello lavorare così."

Frédéric Brrémaud: "No, ma non ho niente da aggiungere. Infatti è un lavoro di squadra comunque. E la cosa bella è che quando uno vede qualcosa all'altro che non lo convince, o che ha dei dubbi, lo dice subito. Ed è questa la cosa. E poi la cosa che mi piace con Federico in particolare – ma molti sono così – è che quando gli consegni una sceneggiatura, non è che... perché ce ne sono tantissimi che dicono "Ma va bene, va bene, sì sì, perfetto", sono sempre d'accordo. E questo è pericolosissimo, perché abbiamo bisogno di un occhio esterno. Qualcuno che dica "Questo non mi convince", quindi se lo dice lui vuol dire che qualcosa non va. E viceversa sui disegni: quando uno fa un disegno su cui si impegna tutto il giorno a farlo bene, se poi alla fine non convince, un occhio esterno serve. Cioè, io non riesco più a vedere se una cosa mia è fatta bene o male dopo un tot di ore che ci lavoro. Quindi farlo vedere a lui, che non l'ha visto, che è fresco, che non è disegnatore, che è lettore, che è sceneggiatore... se lui vede che c'è qualcosa che non va, di solito è vero. E quindi mi devo domandare cos'è che non funziona. Sui colori succede spesso: lui dice "È pastoso". E questo "pastoso" io non ho mai ancora capito che cosa significhi esattamente! Però qualcosa è, nel senso che su Love, su Brindille, il suo colore non è tanto colore, è più luce. E quindi ogni tanto è come se ci fosse una luce di colore che appiattisce tutto, toglie la luce... e poi c'è anche il fatto che lavoriamo noi all'inizio spesso per un formato franco-belga, e quindi c'è una narrazione che deve essere diversa. Quindi il mio compito sarebbe di dire "Ok, in Francia si fa più o meno così", però con sempre l'occhio di dire "Però quello che stiamo facendo è un fumetto italiano, europeo, e quindi deve anche piacere a questo". Diciamo che un po' ci divertiamo, comunque."

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