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Pro
- Estetica soddisfacente.
- Il gameplay sembra funzionare a meraviglia.
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Contro
- Riuscirà a convincere sul medio-lungo periodo?
Conclusioni Finali di SpazioGames
Trent'anni sono davvero tanti nel mondo videoludico, un lasso di tempo capace di trasformare un ricordo d'infanzia in una leggenda quasi sbiadita. Eppure, Milestone ha deciso che il 2026 è l'anno perfetto per risvegliare quel nome che, nel 1995, fece tremare i primi processori domestici.
Non aspettatevi però un'operazione di restauro conservativo o un banale viaggio sul viale dei ricordi. Il nuovo Screamer, che abbiamo avuto il piacere di testare in anteprima nel quartier generale milanese dello studio, è un reboot che usa il passato solo come trampolino di lancio per tuffarsi in un futuro elettrizzante, fatto di neon, distopia e adrenalina pura.
La data sul calendario è fissata per il 26 marzo 2026, e segna il ritorno di Milestone a quella libertà creativa che spesso i titoli su licenza finiscono per imbrigliare.
Il nuovo Screamer
L'impatto visivo con Neo Ray è un vero e proprio cambio di rotta che ridefinisce l'identità di un franchise rimasto ibernato per tre decenni. Nel 2026, Milestone ci scaraventa senza troppi complimenti nel cuore pulsante di un incubo al neon che trasuda pioggia, ozono e asfalto rovente, attingendo a piene mani dall'estetica cyberpunk che ha reso immortale l'animazione giapponese tra gli anni Ottanta e Novanta.
Il lavoro svolto da Polygon Pictures sul cel-shading non si limita a sovrapporre un semplice filtro grafico alla realtà poligonale. Al contrario, il team è riuscito a catturare la matericità viscerale di opere come Akira, dove ogni derapata lascia dietro di sé scie di colore sature che sembrano pennellate a mano direttamente sullo schermo.
La narrazione smette di essere un pigro pretesto per giustificare il passaggio da una competizione all'altra, diventando invece la struttura portante dell'intera esperienza. Il gioco adotta una struttura a mosaico corale che ci obbliga a cambiare prospettiva costantemente, impedendoci di affezionarci a un singolo eroe solitario.
Al centro della vicenda seguiamo i Banshee, una cellula di piloti ribelli animati da un profondo desiderio di vendetta contro la Anaconda Corp. Questa megacorporazione non rappresenta soltanto un avversario sportivo da battere sul traguardo, ma un'entità tentacolare che controlla ogni respiro della città.
Saltare tra i punti di vista dei vari membri del team permette di scoprire un sottobosco di motivazioni personali e traumi passati, elevando il torneo a una vera e propria guerra ideologica combattuta a trecento chilometri orari.
Una delle intuizioni più audaci e riuscite della produzione riguarda indubbiamente la gestione del comparto sonoro, che prende in prestito la filosofia di titoli come Tekken per quanto riguarda la coerenza linguistica. In un mondo iper-tecnologico e globalizzato, ogni pilota mantiene la propria lingua originale, creando una Babele sonora incredibilmente immersiva.
Sentire un pilota giapponese imprecare nel suo idioma mentre un rivale francese risponde con estrema eleganza, il tutto reso comprensibile dai traduttori neurali integrati nella lore del gioco, conferisce un sapore internazionale autentico e crudo.
A fare da contraltare a questa oscurità industriale troviamo Fermi, un corgi con una passione viscerale per i motori che abita i corridoi del nostro garage.
In un universo così decadente e dominato dal cinismo corporativo, la presenza di una mascotte simile potrebbe apparire fuori posto, ma in realtà rappresenta il tocco di bizzarria tipicamente nipponica necessario per bilanciare i toni. Fermi non è solo un elemento decorativo, ma funge da bussola morale per il gruppo di piloti, diventando l'unico elemento di calore umano in un mondo fatto di metallo e circuiti integrati.
Un gameplay più profondo di quanto sembri
Per quanto concerne il gameplay, Milestone ha compiuto un gesto di rottura radicale rispetto alla tradizione arcade classica, introducendo una meccanica che sposta l'asticella della simulazione verso una tecnicità quasi coreografica.
In questo schema, la levetta sinistra rimane fedele al compito di tracciare la direzione e la traiettoria, ma è la levetta destra a fare la differenza, prendendo il controllo fisico dell'intensità e dell'angolo di imbardata durante la derapata.
Dimenticate i drift automatizzati che si attivano con un colpetto di freno: qui la derapata è una danza millimetrica che richiede una coordinazione costante tra i due pollici. È un sistema che premia la sensibilità del giocatore, trasformando ogni curva in un esercizio di stile e precisione dove il tempismo è tutto.
Questa complessità meccanica è alimentata dall’Echo System, un cuore tecnologico che gestisce la tensione della gara attraverso due barre energetiche speculari: il Sync e l’Entropia. Il Sync si nutre della "guida pura", dei passaggi a filo dai guardrail e della pulizia delle traiettorie, fungendo da carburante per un turbo devastante.
Al contrario, l’Entropia cresce nutrendosi del caos, degli impatti e delle sportellate, premiando lo stile di guida più aggressivo e sporco.
La profondità tattica risiede proprio nel bilanciamento di queste risorse. Quando la barra raggiunge il picco, il giocatore si trova davanti a un bivio strategico: scatenare l’Overdrive per trasformare la propria auto in un proiettile inarrestabile capace di disintegrare letteralmente gli avversari, o attivare lo Scudo per parare gli assalti nemici.
Questa gestione trasforma il gameplay in una partita a scacchi a trecento chilometri orari, dove decidere quando attaccare o quando difendersi diventa fondamentale quanto imbroccare la traiettoria di una chicane.
Questa struttura raggiunge il suo apice nella modalità Team Race, dove Screamer smette di essere una sfida individuale per abbracciare le logiche cooperative tipiche dei MOBA. Prima di scendere in pista, la coordinazione della squadra diventa vitale, poiché il successo non dipende più solo dalla velocità pura, ma dalla sinergia tra i ruoli scelti.
Gli Speedster sono i velocisti del gruppo, vulnerabili ma essenziali per tagliare il traguardo per primi e accumulare punti posizione. A proteggerli intervengono i Wingmen, veri e propri "tank" della strada che fungono da scudo umano, disturbando le scie avversarie e assorbendo i colpi diretti ai compagni più veloci. Infine, i Brawler rappresentano il braccio armato del team: il loro unico scopo è cercare il contatto fisico e seminare il panico per ricaricare l’energia globale della squadra attraverso il caos generato.
È un’alchimia multigiocatore che trasforma ogni match in una battaglia di nervi, dove la personalizzazione nel garage di Gage non è più un semplice vezzo estetico. Ogni modifica alle scocche, ogni potenziamento ai motori Echo e ogni scelta dei componenti servono a specializzare il veicolo per il ruolo specifico che si andrà a ricoprire in pista.
L’auto diventa così una classe di gioco vera e propria, trasformando il racing arcade in un’esperienza stratificata che richiede tanto riflessi pronti quanto una visione d'insieme degna dei migliori titoli competitivi moderni.