Warriors All Stars: recensione della rimpatriata Koei

Recensione
A cura di Adriano Di Medio - 4 Settembre 2017 - 0:00

Non sono tanti i generi videoludici capaci di polarizzare il pubblico. Il mosou è uno di questi: divertimento e accessibilità estreme (oltre che esaltanti) si affiancano a difetti evidenti che da quasi vent’anni non vengono corretti. Gli esponenti di questo genere sono sempre stati ugualmente bipolari: alla severità della critica specializzata si sono sempre opposti ottimi risultati di pubblico (specialmente giapponese). Un genere che promette sempre di innovarsi, ma è altrettanto lento nel farlo. L’approccio a questo tipo di videogame è quindi difficile. Da un lato bisogna valutarne gli oggettivi pregi e difetti, dall’altro si è consapevoli che non possono esserci grandi cambiamenti. Il motivo è Dynasty Warriors 9, il gioco che dovrebbe autenticamente rivoluzionare un genere che molti ritengono fermo da anni. Ma oggi parliamo di Warriors All-Stars, un mosou dalle dinamiche classiche e con timidi accenni di crescita. Il risultato finale è una grande festa di colori sgargianti e ospiti celebri, ma inevitabilmente frenata dal fatto che non è lei a dover veramente cambiare le carte in tavola.
Il Trono di S…orgente
Partiamo dalla cosa più difficile quando si tratta di crossover: la trama. Legare in un modo decente universi narrativi e personaggi così lontani tra di loro è sempre difficile. La soluzione è stata la più ovvia: l’universo parallelo. In questa terra in cui gli umani hanno tratti felini e canini, le sorti del mondo sono rette dalla magica Sorgente della vita. Legata alla persona fisica del monarca, quando quest’ultimo improvvisamente muore si accende la lotta alla successione tra Tamaki, Shiki e Setsuna. Sarà proprio Tamaki, a fronte del decadimento della Sorgente e della terra tutta, a richiamare degli Eroi da un altro mondo perché li aiutino a evitare l’apocalisse. La cosa riesce solo a metà: i guerrieri vengono sparpagliati nel continente, finendo con l’avvantaggiare anche gli altri due pretendenti.
Per quanto non memorabile, in realtà la trama non ha niente di oggettivamente difettoso. Sicuramente meno pretestuosa dei viaggi del tempo di Warriors Orochi, inscena una classica lotta per il trono. Ciascun pretendente verrà appoggiato da eroi differenti, cosa che rende necessaria più di una campagna per avere un quadro completo. Allo stesso modo il plot propone anche variazioni nell’intreccio. Ciò si traduce in finali differenti a seconda delle scelte effettuate, degli eroi reclutati o della battaglia combattuta. Ciò che potrebbe lasciare perplessi è il tono della narrativa: la serietà dell’argomento viene smorzata dalla messa in scena lussureggiante e dall’estetica felina dei personaggi originali. Il tono è molto “anime giapponese”, quindi altalenante tra serio e faceto. Ed è quasi probante di questo la presenza di molte battaglie in cui si cerca di dare più profondità ai legami interpersonali tra gli Eroi. Inevitabile che in questo amalgama qualunque tono epico perda il suo impatto.
Il continente e la sorgente
La struttura del gioco è più profonda della media del genere. Le battaglie sono infatti distribuite in una mappa di generose proporzioni. Ciascuna di esse appartiene a categorie ben precise: quelle con l’icona del cristallo mandano avanti la trama principale, le fortezze sbloccano nuove porzioni di mappa e quelle con il ritratto servono a reclutare nuovi eroi. Non mancano poi le battaglie temporanee, il cui segnalino compare casualmente e spesso garantiscono materiali addizionali. Il design del gioco infatti ruota attorno alla personalizzazione degli eroi: ciascuno ha infatti le sue uniche Hero Cards, carte che vanno equipaggiate e garantiscono bonus e potenziamenti delle caratteristiche,modificabili con i materiali di cui sopra. Più accessibile del sistema a due armi, la sua importanza cresce esponenzialmente con la difficoltà a cui si gioca la campagna. La progressione quindi diviene molto discrezionale, ma allo stesso tempo assai altalenante: si può concludere una campagna in relativamente poco tempo.
Le battaglie invece vivono di alti e bassi. Molto più impostate sulla conquista dei punti strategici, si velocizzano nella progressione. Per intraprenderle, al giocatore è richiesto scegliere un gruppo di cinque personaggi: il Leader sarà quello direttamente controllato, mentre gli altri saranno di supporto. Oltre a lottare a loro volta nello scontro, saranno anche richiamabili tramite la croce digitale o impiegabili in mosse collettive. Ma anche senza di loro, non si può dire che il potenziale distruttivo del giocatore sia poco: Warriors All-Stars è il mosou che forse più di tutti lo esalta. Con pochi sforzi gli permette di aprire letteralmente in due gli eserciti avversari, facendo crescere il contatore degli sconfitti spesso e volentieri sopra il migliaio. Se il farming non si può mai aggirare del tutto, il grinding viene invece eliminato introducendo un’arena per la pratica, in cui far salire di livello i personaggi pagando un congruo prezzo (che non sarà mai un grosso problema). Tutte le strutture di supporto saranno infatti concentrate alla Sorgente, che fungerà da hub anche per migliorare i legami tra gli eroi e attivare vari dialoghi; per quanto invece sia ovvia l’esaltazione di trasformare il personaggio Tecmo-Koei preferito in un one-man army, c’è anche la sensazione che tutto questo sia fin troppo facile e ripetitivo.
30 studiati fanno più di 120 “solo” curati
E non si può negare che buona parte dell’attrattiva del gioco sta nel vedere personaggi particolarmente amati gettati nel mosou. Se Ayane e Ryu Hayabusa li avevamo già visti nei Warriors Orochi, certamente William di Ni-Oh o i personaggi degli ultimi Atelier assumono tutt’altra luce. Ma pure se estrapolati dai loro contesti originali, sono sicuramente un buon esempio di fan service. E la soluzione (furba) sta nel non essere lì solo per cameo. Warriors All-Stars ha infatti un numero di personaggi irrisorio rispetto a qualunque altro mosou da PS3 in poi: appena una trentina, contro i 120 di Warriors Orochi 3. Nessuna costrizione o un metaforico party con la clientela selezionata: è il modo migliore per riservare maggior cura a ciascuno. E c’è da dire che almeno questo riesce perfettamente. Complice anche il diretto supervisionare dei loro creatori originali, ogni personaggio risulta assolutamente unico e caratteristico. Questo aspetto investe tanto l’estetica quanto il moveset a loro disposizione. Nessun timore: è sempre la solita alternanza tra attacco leggero e pesante. La differenziazione qui sta nel saper dosare le premute, in quanto ciascun personaggio ha un ritmo diverso da rispettare per inanellare i colpi. Non stupitevi quindi se, con alcuni, vi ritroverete a contare neanche fossero passi di danza.
Quando invece si passa a quelli nati “dentro” ai Warriors la situazione è leggermente differente. I moveset sono infatti più riconoscibili (e del resto era irrealistico rifarli da zero per uno spin-off); a essere alterati sono i ritmi delle animazioni e gli attacchi mosou (alcuni dei quali rifatti appositamente). Insomma, un combat system che cerca di elevarsi dalla sua condizione semplificata, ma che allo stesso tempo non vuole stravolgersi. Cosa che porta ai soliti difetti: poca complessità, nemici ebeti, difficoltà medio-bassa: tutte cose che lavano via le buone idee da RPG di cui sopra.
Migliore ma non troppo
Forse per la prima volta, il comparto tecnico fa sensibili passi avanti. Il gioco si mantiene assolutamente fluido in ogni situazione, mentre lo schermo si ingolfa di soldati nemici approfittando della potenza di PS4. La modellazione poligonale dei personaggi è ottima così come le texture che li ricoprono; finalmente anche le truppe generiche esibiscono dettagli e shader degni. Certo le ambientazioni riproposte dai titoli precedenti rimangono spoglie, ma quelle inedite esibiscono un deciso miglioramento: i colori sgargianti rivestono strutture più dettagliate e finalmente compaiono texture del terreno plausibili. Si è adottato un cel-shading non troppo insistito, forse l’unico modo per fondere in maniera credibile estetiche (da Dead or Alive agli Atelier, passando per Ni-Oh) così tanto lontane tra loro. Ancora non si è riusciti a correggere il solito scempio dei nemici che compaiono dal nulla, per quanto si tenti di mascherarlo facendoli “evocare” con un banale rilucere rossastro.
Neppure la colonna sonora si salva da qualche critica. Di per sé è a sua volta un passo avanti: accantonato il miscuglio tra j-metal, dance e strumenti tradizionali, si è optato per la totale orchestrazione. Melodie originali e riarrangiamenti di precedenti tracce dei mosou si alternano in perfetta parità. Ma per quanto dinamica, paradossalmente finisce con rimanere troppo soffusa e senza i momenti carismatici che invece raggiungeva con il precedente stile. Il peccato più grande sta però nel missaggio: troppe volte la musica finisce a impastarsi con l’effettistica, specialmente con il jingle che notifica l’obiettivo completato. Un ultimo appunto: il gioco ha le voci in giapponese con i testi in inglese, prassi ormai comune per gli spin-off Koei. Il fatto è che la prima volta le voci sono registrate in maniera limitata: solo i dialoghi in battaglia e nei filmati sono integrali, in tutti gli altri casi c’è il testo a schermo.

Meno personaggi, ma più curati
Gameplay “festaiolo” e esaltante
Colonna sonora orchestrale…


Idee RPG poco sfruttate
I soliti limiti del mosou
… Ma meno memorabile del solito


7.0

Cos’è quindi Warriors All-Stars? Non un addio a ciò che è stato il mosou finora e neppure una festa con pochi inviti. Piuttosto, è una prova generale. Una grande festa per tutti, in cui l’attrattiva sta nel vedere come il mosou si adatti a contenere anche personaggi che non sono stati pensati per lui. Il gioco diverte, esalta e permette una grande personalizzazione dell’esperienza (anche nella durata). Ma non si può nascondere che è pur sempre un prodotto di transizione, che intrattiene in vista dei cambiamenti annunciati nel futuro Dynasty Warriors 9. Con ciò non vogliamo dire che sia un mero riciclo: anzi, ha al suo interno molte buone idee, che speriamo possano avere vita futura. All stars è fanservice sano, che in quanto tale piacerà del tutto solo ai fan più accaniti (e collezionisti) dei mosou. Può però anche essere un buon punto di partenza per chi vuole avvicinarsi al genere. In tal caso però è consigliabile rifletterci e magari aspettare.




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