Thimbleweed Park, testata la versione per Nintendo Switch

Recensione
A cura di DottorKillex - 30 Settembre 2017 - 0:00

Dopo lo scetticismo iniziale, perlopiù derivato dal fallimento commerciale di Wii U, Switch ha battuto una serie di record, confermandosi, esclusiva dopo esclusiva, come una delle console più interessanti della storia della grande N.
Il supporto delle terze parti, solo parziale con Wii e quasi assente con il suo sfortunato successore, si sta rivelando sempre più consistente, soprattutto dal punto di vista delle produzioni indipendenti di qualità.
E quando si dice “produzione indipendente di qualità” si fatica a non pensare a Thimbleweed Park, avventura punta e clicca firmata da Ron Gilbert e Gary Winnick, finanziata tramite Kickstarter e rivelatasi uno dei prodotti più brillanti di questo straordinario 2017.
Dopo avervi proposto la recensione PC, eccovi allora una veloce analisi di quella per Nintendo Switch.
Cinque personaggi in cerca d’autore
Ci eravamo inizialmente ripromessi di proporvi solamente un’analisi della conversione per la console ibrida Nintendo piuttosto che del gioco in sé, del quale il buon Mastelli Speed vi aveva fornito un’analisi completa ed esauriente non più di sei mesi or sono, ma Thimbleweed Park significa molto per chi, come noi, è cresciuto tra gli anni ’80 e ’90.
Erano gli anni in cui le limitazioni tecniche erano uno dei punti di partenza del game design, in cui realizzare enormi mondi aperti era pressoché impossibile (Bethesda faceva storia a sé) e, soprattutto, erano gli anni in cui le avventure grafiche di LucasArts e Sierra (in quest’ordine, per quanto ci riguarda) rappresentavano alcuni dei titoli più geniali, divertenti ed impegnativi sul mercato.
Ron Gilbert e Gary Winnick, trent’anni dopo, non sono più figure centrali all’interno dell’industria videoludica, che nel frattempo si è evoluta ed è enormemente cambiata, in meglio sotto alcuni punti di vista ed in peggio sotto altri; eppure, l’accoglienza riservata a Thimbleweed Park, i riscontri della stampa internazionale, il numero di copie (digitali) vendute e, infine, la conversione per tutte le console casalinghe attualmente sul mercato dimostrano quanto un certo modo di fare videogiochi non sia mai morto.
Dimenticato per qualche anno, certo, modificatosi per incontrare maggiormente i gusti di un pubblico assai meno dedicato (pensiamo alle avventure di Telltale), ma il modo artigianale di fare avventure grafiche di Gilbert e compagnia è ancora attualissimo, e l’avventura degli agenti Ray e Reyes lo dimostra con forza.
Oltre a loro due, ironiche controfigure di Mulder e Scully, il giocatore sarà messo al comando di Ransome il Clown, quanto mai d’attualità nell’anno che ha segnato il ritorno sul grande schermo di IT di sua maestà Stephen King, e di un padre ed una figlia, Franklin e Delores, l’uno trapassato e l’altra game designer wannabe: il cast non ha nulla da invidiare ai migliori pezzi di software degli anni d’oro di LucasArts, tra dialoghi deliranti, riferimenti continui alla cultura pop contemporanea, metanarrazione e sfondamento della quarta parete.
La bontà degli enigmi, la caratterizzazione dei personaggi, le mille ed una citazioni, la presentazione visiva sono tutti motivi eccellenti per concedervi una breve vacanza a Thimbleweed Park, e, sebbene il sonante voto assegnato alla versione PC non lasci spazio a dubbi, ci preme sottolinearlo ancora una volta, qualora non fosse chiaro.
Adesso, però elencheremo anche un paio di motivi per cui abbiamo confermato l’ottimo voto già guadagnato: (spoiler) la versione Switch è decisamente la migliore del lotto di quelle console, giusto mezzo gradino sotto a quella per personal computer.
In punta di dita
Tralasciando l’analisi del gameplay, immutato visto che parliamo di un porting secco e non di una versione Director’s Cut, i veri protagonisti della versione Switch di Thimbleweed Park sono i controlli touch, del tutto simili a quelli implementati nella versione iOS del titolo, quindi precisi e assolutamente da preferirsi rispetto a quelli tradizionali, impartiti via pad.
Tenere premuto il dito in un qualsiasi punto dello schermo tattile, in modalità portatile o da tavolo, serve ad evidenziare tutti gli hotspots, ovvero i punti di interazione presenti su schermo: questa semplice feature, pur presente anche nelle altre versioni console, è qui di maggiore immediatezza e rende molto più snelle le fasi di risoluzione dei numerosi enigmi presenti.
L’ultima fatica di Ron Gilbert, pur offrendo una modalità facile per rendere la vita meno dura alle nuove leve e a chi trent’anni fa non c’era nemmeno, presenta comunque numerose situazioni “vecchio stile”, in cui trovare quale sia l’oggetto giusto da adoperare nel capiente inventario per poter proseguire non è affatto semplice: ecco che, allora, Switch mette già la testa avanti rispetto alle altre versioni.
Per quanto testato, poi, la precisione dei controlli tattili è molto buona: nessuno degli input impartiti è andato a vuoto, e la precisione richiesta è parsa finanche minore rispetto alle altre versioni console, alleviando quel paio di situazioni in cui la ricerca di indizi ed oggetti si trasformava in pixel hunt.
Lo swipe a due dita sullo schermo di Switch serve a saltare i dialoghi, così da minimizzare i tempi morti in caso di scambi di battute prolungati, mentre quello a tre dita consente di saltare a piè pari un’intera cutscene: movimenti estremamente naturali, ma non così semplici da essere effettuati per caso, tanto è vero che non ci è mai capitato di saltare involontariamente scene d’intermezzo.
Più in generale, nonostante la configurazione ideale per questo tipo di avventura rimarrà sempre quella composta da mouse e tastiera, la soluzione tattile consentita dall’ammiraglia Nintendo è intuitiva e permette una gestione rapida ed indolore dell’equipaggiamento, elevandosi ben al di sopra delle versioni per Xbox One e PS4, in cui sono evidenti (e purtroppo inevitabili) numerosi compromessi in quanto a precisione e reattività del sistema di controllo.
Peraltro, viste le dimensioni ridotte della libreria di Switch, che è sul mercato da soli sette mesi, il valore di una produzione come Thimbleweed Park, al di là di quello intrinseco, aumenta per la generale mancanza di alternative, con la sola eccezione di Minecraft Story Mode, prodotto comunque abbastanza distante per ritmo e complessità degli enigmi.
Pixel art nel vero senso della parola
A livello tecnico e artistico c’è ben poco da segnalare: la splendida pixel art ammirata nelle precedenti versioni si ripresenta in forma smagliante su Switch, con certe ambientazioni che godono della luminosità dello schermo integrato della console ed altre, quelle più piene di oggetti, che invece rendono meglio sul televisore di casa.
Giocando in modalità dock, però, i controlli passano in automatico all’analogico e alla croce digitale, facendo perdere a questa versione la sua prerogativa principale; abbiamo poi notato, e non ci ricordavamo di averli incontrati su PC, dei rallentamenti minimi in certi punti del gioco, perlopiù in prossimità di sezioni con un insistito scrolling orizzontale e di interni particolarmente affollati.
Nessuno di questi rovina l’esperienza di gioco, visti anche i ritmi blandi della produzione, ma probabilmente Terrible Toybox risolverà il tutto con una patch correttiva quanto prima.
Eccellente (ed invariata dalle altre versioni) la localizzazione italiana, che coglie riferimenti pop, doppi sensi e freddure anglosassoni senza alcun imbarazzo, rendendo la fruizione del titolo gradevole anche a coloro i quali non masticano l’inglese.
Inutile dire, però, che i più anglofili tra i nostri lettori sono quelli che maggiormente si godranno l’eccezionale lavoro di doppiaggio e gli scambi di battute in lingua originale.

Un classico eppure un figlio dei suoi tempi
Sceneggiatura e dialoghi da oscar
Controlli touch ben implementati
In metropolitana è un lusso


Micro-fenomeni di stuttering qua e là


9.0

Mezzo gradino sotto la versione PC, che continua a farsi preferire in assoluto, e uno sopra quella uscita per PS4 e Xbox One, la versione per Nintendo Switch di Thimbleweed Park sfrutta benissimo le peculiarità della console ibrida della grande N, regalando alla sua utenza una delle più belle avventure grafiche degli ultimi vent’anni.
Se non usate giocare su personal computer e potete scegliere tra questa versione ed una qualsiasi delle altre, il nostro consiglio è di non pensarci su due volte: potrete immergervi nel 1987 pensato da Ron Gilbert ed usare le vostre dita come strumenti di investigazione per risolvere uno degli omicidi più strambi della recente storia videoludica.




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