Tenchu: Fatal Shadows

A cura di Fabfab - 18 Maggio 2005 - 0:00

Tornano in azione i ninja di una saga che ormai fa parte della storia della console Sony: cambia l’editore, con Activision che lascia il campo a Sega, ma non il fascino dell’unico vero simulatore di ninja esistente (facciamo finta che “Red Ninja” non sia mai esistito).

La kunoichi e l’assassina
Per chi abbia già giocato ai precedenti capitoli, premetto subito che l’assenza di Rikimaru è dovuta alla particolare collocazione temporale del titolo, che si inserisce in un lasso di tempo intercorso tra il primo capitolo di Tenchu (“Stealth Assassins”) e il terzo (“Wrath of Heaven” su PS2, “Return from Darkness” su XBox): come ricorderete il coraggioso leader del clan Azuma veniva dato per disperso dopo la battaglia contro Lord Mei-Oh e non farà la sua ricomparsa prima degli avvenimenti di “Wrath of Heaven”.
Protagonista assoluta del gioco è dunque la bella Ayame che, per la prima volta, passa dal ruolo di kunoichi chiacchierona e scavezzacollo a quella di personaggio più riflessivo e determinato: questo perchè il ruolo della novellina tocca ora alla new entry Rin, una shinobi in cerca di vendetta per lo sterminio del suo villaggio. Un malinteso vedrà inizialmente contrapposte Rin e Ayame, ma ben presto il vero nemico si paleserà e le due uniranno le forze.
Una prima piacevole sorpresa si ha proprio dal punto di vista narrativo: il gioco è sempre diviso in missioni, ma queste vengono trattate come episodi di uno sceneggiato sui samurai. C’è un preambolo iniziale (in genere molto poetico), molte scene di intermezzo (realizzate con la grafica di gioco) ed addirittura, una volta completata la missione, un’anteprima dell’episodio successivo! Questa scelta è valorizzata da una trama che, pur se non originalissima, risulta davvero ben narrata, da una stupenda atmosfera giapponese (chi, come me, è cresciuto guardando i telefilm di “Samurai” e de “I guerrieri ninja”, oltre che i vari capolavori di Kurosawa, capirà cosa intendo) e da un doppiaggio inglese (sottotitolato in italiano) decisamente valido.
Al di là dell’espediente narrativo, comunque, la struttura di gioco è rimasta virtualmente identica al passato: il gioco è diviso in missioni durante le quali non si può salvare. Ad inizio missione si sceglie l’equipaggiamento, al termine le proprie prestazioni vengono valutate in base a parametri che premiano in primo luogo le tattiche di infiltrazione silenziosa ed eliminazione del nemico colto alla sprovvista. L’unica vera novità è che non occorre più selezionare quale personaggio utilizzare, dato che le varie missioni ci alternano nei panni di Rin ed Ayame e questo tutto sommato è un bene: sebbene le due protagoniste abbiano armi e mosse diversi (Ayame la conoscete già, Rin combatte prevalentemente a mani nude ma si aiuta anche con una lunga katana), non è che le differenze siano così marcate da cambiare completamente l’esperienza di gioco.
Le due protagoniste possono portarsi dietro diversi oggetti, dall’indispensabile rampino (che permette di arrampicarsi su quasi ogni superficie) a classici della saga come il riso avvelenato, la cerbottana, i pugnali da lancio fino ad espedienti magici come quello che permette di assumere le sembianze di un nemico o di diventare completamente invisibili. Nel corso di una missione è possibile caricare solo un certo numero di oggetti, ma completandola con successo è possibile reintegrare le proprie scorte e persino trovarne di nuovi.
Una volta completata l’avventura si sbloccano modalità aggiuntive ed una serie di nuovi costumi per le due ragazze: inoltre riaffrontando l’avventura è possibile sbloccare missioni alternative. La longevità è garantita dalla presenza di tre livelli di difficoltà e da tre layout diversi con cui affrontare le varie missioni (in pratica cambiando layout, si modificano posizione e tipo di nemici).

Le assassine silenziose
Il gameplay non ha subito particolari stravolgimenti, ma all’occhio attento dell’appassionato non sfuggiranno alcuni interessanti “ritorni”, primi tra tutti la possibilità di raccogliere e spostare i cadaveri dei nemici (opzione utilissima per non mettere in allarme le altre sentinelle) e quella di nuotare e di nascondersi sott’acqua. Non si tratta di novità assolute, erano già presenti in “Tenchu 2”, ma visto che in “Wrath of Heaven” erano andate misteriosamente perdute la loro riproposizione risulta senz’altro gradita. Per il resto i controlli di gioco sono rimasti virtualmente identici e chi abbia giocato ad uno qualsiasi dei precedenti episodi si troverà immediatamente a proprio agio: Rin e Ayame possono fare quasi tutto, camminare, correre, saltare, arrampicarsi, accovacciarsi, strisciare, appiattirsi contro i muri, fare schivate laterali e molte altre capacità, come la corsa sui muri, si aggiungono col procedere dei livelli.
Pur offrendo la possibilità di impegnarsi in sanguinosi scontri frontali, il modo migliore per affrontare il gioco rimane l’approccio stealth. I nemici possono venire aggirati e sorpresi in mille modi diversi: alla spalle, dal basso, dall’alto, sbucando fuori dall’acqua, aggrappandosi ai cornicioni, aspettando dietro un muro. Cogliere una sentinella alla sprovvista significa eliminarla al primo colpo mediante un’Uccisione Silenziosa, la quale ci fornisce preziosi punti per sbloccare i segreti del gioco: allo stesso modo ogni nemico ucciso in questa maniera rilascia speciali pergamene che servono per acquisire abilità o azioni speciali. Se poi due nemici sono abbastanza vicini, è possibile eliminarli entrambi col medesimo attacco! Al contrario, impegnarsi in combattimento aperto con nemici che non siano i boss significa ottenere delle penalizzazioni sul punteggio finale e lo stesso vale qualora si uccidano degli ignari popolani.
I livelli di gioco rappresentano l’ennesima variante di quanto già visto in precedenza, ma in effetti non credo si possa fare molto di più: per un gioco ambientato nel medioevo giapponese le scelte sono necessariamente limitate, quindi ci ritroveremo a infiltrarci nei soliti villaggi, templi, cittadine, castelli, ville, grotte e miniere. Generalmente è sempre possibile seguire più di un percorso per raggiungere l’obiettivo, anche se per avere i punteggi migliori e trovare tutti gli oggetti la cosa migliore rimane esplorare per bene ogni livello e sterminare chiunque vi si aggiri (tranne i popolani, ovviamente). I nemici non rappresentano comunque l’unico pericolo presente, perchè più avanti nel gioco abbondano anche trabocchetti di ogni genere, tutti invariabilmente letali!
Il lavoro delle due protagoniste è agevolato da una comoda mappa che fin da subito svela la struttura del livello (ma non la posizione di oggetti e nemici) e dall’indispensabile Ki-metro, un indicatore posizionato nel bordo sinistro dello schermo e che segnala l’approssimarsi della sentinelle mediante un semplice valore numerico: più il nemico è vicino, più alto è il numero che compare. Spetta poi al giocatore capire dove si trovi esattamente la sentinella, scelta che contribuisce al realismo del titolo.
Niente di nuovo anche per quanto riguarda la deficitaria I.A. dei nemici. Questi pattugliano diligentemente le aree loro assegnate, se notano qualcosa vanno ad indagare e se scorgono Rin o Ayame le attaccano: in quest’ultimo caso per evitare lo scontro è sempre possibile fuggire e nascondersi in attesa che l’allarme cessi e il nemico ritorni alla sua routine, come se nulla fosse successo. Ben più impegnativi da affrontare risultano i boss semplicemente per il fatto che il sistema di controllo, ottimale nelle fasi stealth, denota invece le solite lacune nei combattimenti, riassumibili in controlli non perfetti, poche combo e strategie a disposizione e una telecamera ballerina che troppo spesso perde di vista l’avversario: a causa di questi limiti alcuni combattimenti possono risultare effettivamente piuttosto frustranti.

Back to 2003
Tecnicamente parlando il gioco è rimasto fermo al 2003, quando uscì “Wrath of Heaven”: forse il livello di dettaglio è leggermente più definito, ma appare comunque estremamente statico e datato.
Ayame è stata dotata di un look molto più orientale e di un nuovo costume, ma impugna sempre i suoi fedeli pugnali; Rin è invece meno femminile della sua compagna, al punto che a volte può sembrare un ragazzo, ma nel complesso risulta essere un buon personaggio, anche con un certo carisma. Le loro movenze sono praticamente invariate rispetto al prequel, salvo per quanto riguarda le Uccisioni Silenziose, interamente riviste e sempre molto coreografiche e sanguinolente. Il character design ha fatto un buon lavoro anche per quanto riguarda la realizzazione dei principali antagonisti, mentre la bassa manovalanza prevede i soliti cloni di samurai, ninja, kunoichi e quant’altro.
Gli ambienti sono quasi sempre molto evocativi ed in tema con il Giappone del XVI secolo, ma sono innegabilmente troppo statici, per nulla interattivi e realizzati con textures poco dettagliate: la resa generale, dunque, appare solo discreta. Se non altro il motore grafico riesce a gestire tutto senza rallentamenti o incertezze, salvo una telecamera talvolta un po’ ballerina.
Il comparto audio è tra le cose migliori del gioco: la colonna sonora presenta il consueto mix tra strumenti tipici giapponesi e strumenti moderni, dando vita a brani piacevoli da ascoltare e molto d’atmosfera. Anche il doppiaggio inglese risulta di ottimo livello, con voci adatte e, sopratutto, un buon livello di recitazione e partecipazione; senza errori anche i sottotitoli italiani che accompagnano il tutto…


– Due protagoniste carismatiche
– Meccaniche di gioco ormai rodate
– Ottima trama


– Gameplay datato, nonostante i miglioramenti
– Comparto tecnico solo sufficiente
– Combattimenti con i boss a volte frustranti


7.2

Quella di Tenchu si conferma ancora una volta una serie restia ai cambiamenti: dunque se avete giocato ad almeno uno dei capitoli precedenti vi troverete subito a vostro agio con questo nuovo episodio. Naturalmente l’assenza di reali innovazioni rappresenta senz’altro un limite del franchise, ma allo stesso tempo è anche il suo punto di forza in quanto l’appassionato trova sempre quello che si aspetta e non rimane mai deluso: sotto questo aspetto Fatal Shadows si dimostra superiore al precedente “Wrath of Heaven” grazie all’ulteriore perfezionamento del sistema di controllo ed all’introduzione (o sarebbe meglio dire ripescaggio) di nuove azioni come la possibilità di spostare i cadaveri o di nuotare e nascondersi sott’acqua.
In definitiva il titolo Sega si conferma un prodotto datato, ma ancora in grado di divertire chi abbia giocato ed apprezzato i capitoli precedenti; mi sento di consigliarlo spassionatamente anche a chiunque abbia voglia di un titolo stealth un po’ fuori dagli schemi…




TAG: tenchu fatal shadows