Avete presente quel "Ding!" cristallino su PlayStation, o quel "Bloop" secco che sentiamo su Xbox? Ecco, per anni, quel piccolo suono è stato un po' la mia "droga".
Una specie di pacca sulla spalla, la certificazione di competenza, la prova inconfutabile che non stavo solo "perdendo tempo" davanti a uno schermo, ma stavo in realtà riempiendo una bacheca virtuale pieno di riconoscimenti, quantomeno digitali.
Le cose però sono cambiate. Ora guardo quel numero che cresce accanto al mio avatar e mi rendo conto di una verità amara: i Trofei e gli Obiettivi non hanno arricchito la mia vita da videogiocatore, al contrario l’hanno svuotata.
Hanno trasformato una passione viscerale, basata sulla curiosità e sulla meraviglia, in un lavoro d'ufficio, fatto di checklist, scadenze e compiti ripetitivi. E la prova schiacciante di questa mia "malattia" la sto vivendo proprio in questi giorni, con Nintendo Switch tra le mani, intento a recuperare qualche gioco lasciato indietro.
La sindrome dell'albero che cade nella foresta
Nintendo, nella sua ostinata e (forse) illuminata filosofia, ha deciso ancora una volta di non implementare un sistema di obiettivi a livello di sistema sulla sua nuova console. Niente trofei, niente punteggio giocatore globale. Solo noi e il gioco e qui casca l'asino. O meglio, qui casco io.
Sto giocando da qualche giorno il nuovo Metroid Prime 4: Beyond su Switch 2. Il gioco mi sta personalmente piacendo tantissimo. I colori sono fantastici, il gameplay è perfetto, il level design è da manuale.
Eppure, mentre gioco, sento un prurito fastidioso nella mia testa. Una vocina insidiosa che mi sussurra: "A cosa serve fare questa quest secondaria se non mi dà il trofeo?". Oppure: "Perché dovrei raccogliere tutte le lune di Super Mario Odyssey se nessuno saprà mai che l'ho fatto?".
È un pensiero orribile, lo so. È un po' come la versione videoludica del dilemma filosofico: se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, ha fatto rumore? Se completo un gioco al 100% su Switch e non ottengo il Platino, l'ho davvero completato? La risposta razionale è chiaramente: "Sì, idiota, ti sei divertito". Ma la mia risposta emotiva, condizionata da quindici anni di ecosistema Xbox/PlayStation/Steam, è un desolante: "No, è stato tempo sprecato".
Lo ammetto, questa è la vera tragedia per me. Ho completamente perso la capacità di godere dell'atto ludico per il semplice gusto di farlo. Ormai ho quasi sempre bisogno della carota. Se il gioco non mi premia con un badge digitale, la mia motivazione crolla e non ho più interesse nel completarlo. Mi limito a finire la storia principale (se va bene) e passo oltre, ignorando contenuti meravigliosi solo perché non sono "tracciati" da qualcosa.
Da esploratore a revisore contabile
Ricordo come giocavo prima del 2006, prima che Xbox 360 introducesse gli Achievements. Giocavo a Crash Bandicoot su PS1 e cercavo di completare i livelli al 100% non perché ci fosse un trofeo dedicato, ma perché volevo raggiungere un risultato personale e soprattutto capire se magari sbloccavo qualcosa di interessante. Il premio era la scoperta stessa e di conseguenza, anche l'esperienza.
Ammetto che non sono un cacciatore di Trofei fuori di testa, non completo tutti i giochi, Però, sono sincero, oggi, il mio approccio a un nuovo gioco su PS5 o Xbox è più clinico, freddo, quasi chirurgico.
Spesso è solo curiosità e il più delle volte vado avanti per la mia strada. Ma se noto che il gioco è completabile al 100%. Allora do tutto me stesso.
Il problema è che in questo ultimo caso, invece di immergermi in un mondo magico, mi trasformo in un revisore contabile. Il videogioco diventa una lista della spesa. "Uccidi 10 nemici con la granata". Fatto. "Trova tutti i documenti". Fatto. "Guarda tutti i finali". Fatto.
Non guardo più il paesaggio; guardo la minimappa cercando le icone dei collezionabili. Non sperimento più con le armi che mi piacciono; uso l'arma che mi serve per "farmare" le kill necessarie all'obiettivo.
Magari tutto questo mi porta a fare cose che odio, che mi annoiano a morte (come raccogliere 500 oggetti inutili in un open world scialbo), solo per vedere quella barra di progresso arrivare al 100%.
C'è poi l'aspetto sociale. I trofei sono nati per essere esposti e questo ci porta (a nostro malgrado) a essere delle vittime di una vanità digitale che ci spinge a credere che il nostro "Livello Giocatore" definisca il nostro valore nella community.
Ci vergogniamo se nel nostro profilo c'è un gioco completato solo al 12%. Sembra sciatteria. Sembra che non siamo "veri gamer". E così, ci sforziamo di platinare anche giochi mediocri, o compriamo quei giochini indegni da 1 euro che regalano un Platino in 5 minuti, solo per gonfiare il numero (no, scherzo, questo non lo ho mai fatto e non lo farò mai. Ma c'è chi lo fa).
È una chiara patologia, perché ci porta a trattare il nostro hobby, la nostra valvola di sfogo, come se fosse un profilo LinkedIn. Dobbiamo mostrare produttività, efficienza, risultati. La cosa davvero ironica è che a nessuno importa davvero dei miei trofei. Nessuno scorre la mia lista amici pensando: "Wow, guarda, ha platinato Hannah Montana The Movie".
Sono convinto che ormai lo facciamo per un pubblico immaginario, o per placare un'ansia interna di incompletezza che il mercato ha sapientemente instillato in noi.
Nintendo come disintossicazione (fallita?)
Ed è qui che torno alla Switch. La console dell'azienda di Kyoto dovrebbe essere la mia clinica di disintossicazione. Nintendo è l'unica rimasta a dirci: "Gioca perché è divertente. Punto". I giochi Nintendo sono progettati per la gioia intrinseca.
Prendete Breath of the Wild o il suo seguito. Ti danno 900 semi Korok da trovare. La ricompensa per averli trovati tutti? Letteralmente una cacca d'oro. È uno scherzo degli sviluppatori, ma sotto sotto ci stanno dicendo: "Non dovevi farlo per il premio, dovevi farlo se ti divertiva esplorare. Se l'hai fatto solo per il completismo, ecco cosa ti meriti: cacca". Il che fa molto ridere.
Eppure, sono sincero (e sono certo che questo farà arrabbiare molti). Su Switch 2, mi trovo a giocare titoli incredibili e a sentirmi smarrito. Senza la guida rigida della lista obiettivi, non so cosa fare. Mi manca la struttura.
In passato, la risposta sarebbe stata: "Adesso faccio quello che mi pare, esploro, provo a fare speedrun e magari lo ricomincio". Oggi la risposta è: "Boh, non c'è il trofeo per il New Game Plus, quindi passo al prossimo gioco".
Questo limite che sento su Switch 2 non è un difetto della console, sia chiaro. È un difetto mio. La mancanza di trofei su Switch non è una mancanza di feature, e penso che Nintendo stia cercando di proteggere la purezza del gioco. Ma il mio cervello è ormai così cablato sul sistema di ricompense come i trofei da non riuscire più a godere di quelle vere come il puro divertimenti senza dover ottenere qualcosa.
Rompere le catene
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di quanto io stia sbagliando. Ho trasformato la cosa che amo di più in una specie di gabbia. Devo cominciare a mettermi in testa che Nintendo Switch, con la sua assenza di trofei, non mi sta limitando. Ma, al contrario, mi sta offrendo una via di fuga.
Il videogioco è nato per farci sognare, non per farci compilare liste della spesa. La prossima volta che accenderò la console, cercherò di ricordarmi del bambino che ero, quello che poteva passare ore a saltare sui tetti in un gioco solo perché la fisica del salto era divertente, e non perché c'era un trofeo "Parkour Master" da sbloccare.
Quello era un giocatore libero, mentre io sono diventato un po' come un impiegato del pad. Sapete cosa vi scrivo? Che penso sia arrivato il momento di mettere da parte questa fissazione per gli obiettivi, rassegnare le dimissioni e tornare a giocare sul serio.