Per anni abbiamo ripetuto che Nintendo sarebbe rimasta l'ultima a mollare il colpo. L'ultima a credere nella scatolina colorata, nella cartuccia da mettere sullo scaffale, nel piacere tangibile del possesso.
Una convinzione costruita negli anni osservando la casa di Kyoto resistere con testarda eleganza a ogni ondata di cambiamento. Mentre Sony e Microsoft si spingevano sempre più verso ecosistemi digitali, abbonamenti e librerie in cloud, Nintendo stringeva forte la sua cartuccia e sorrideva. Noi siamo diversi, sembrava dire. Noi siamo Nintendo.
Eppure, nel 2026, anche quel mito sembra sgretolarsi sotto il peso del progresso, o del mercato, che a volte è la stessa cosa. L’idea che le copie fisiche dei giochi first-party possano costare più delle versioni digitali ha infatti generato non poche polemiche. Parliamone.
La direzione è segnata
Con una serie di mosse sempre più orientate al digitale, Nintendo sembra aver capito ciò che gli altri hanno accettato da tempo: la vendita fisica non è più sostenibile come un tempo. Le percentuali parlano chiaro, e quando anche Kyoto si allinea alle logiche di Sony e Microsoft, allora non si tratta più di tendenza, ma di epitaffio.
Le stesse percentuali di vendita digitale che qualche anno fa avremmo commentato con sorpresa oggi ci scivolano addosso senza quasi fare rumore. L'abitudine è la prima forma di resa.
Non si tratta nemmeno, sia chiaro, di una questione puramente economica, anche se quella componente esiste, eccome. Stampare cartucce, gestire la logistica, coordinarsi con la grande distribuzione, mantenere accordi con centinaia di rivenditori in tutto il mondo: tutto questo ha un costo enorme, sempre meno giustificato di fronte a numeri di vendita fisica in costante declino. Il mercato non mente, anche quando preferiremmo non ascoltarlo.
Il punto quindi non è che i giochi in digitale siano "cattivi" o che il progresso sia un nemico da combattere con nostalgie sterili. Il punto, quello vero, è cosa perdiamo noi. Perdiamo un rito, un contatto, un pezzo di cultura videoludica costruita pazientemente intorno al collezionismo, all'identità materiale del giocatore.
Un download non ha odore di plastica. Non occupa spazio sullo scaffale. Non si impolvera, ma nemmeno resta, non davvero, non con quella permanenza concreta che solo un oggetto fisico può garantire.
C'è una generazione intera di giocatori (anche e soprattutto quelli Nintendo) cresciuta con il piacere infantile di scartare una confezione. Di leggere il manualetto in macchina durante il viaggio verso casa. Di mettere la cartuccia nella console con quella piccola cerimonia muta che precedeva sempre il primo avvio.
Sono esperienze che non si riproducono con un file scaricato su una memoria interna. Sono esperienze che, nel momento in cui scompaiono, portano via con sé qualcosa che non tornerà.
Il collezionismo, poi, è un discorso a parte. Non è feticismo, è la volontà di conservare la storia di un medium attraverso i suoi artefatti originali. Una cartuccia di The Legend of Zelda: Breath of the Wild è, oggettivamente, un reperto. Tra vent'anni, cinquant'anni, avrà un valore che nessun file digitale potrà mai avere, perché il file digitale dipende da piattaforme, da server, da politiche aziendali che possono cambiare nel giro di una mattina. Il fisico sopravvive ai suoi creatori. Il digitale, molto spesso, no.
Nintendo era l'eccezione
Nintendo, per anni, ha rappresentato la resistenza. Console pensate per la famiglia, custodie semplici e colorate, manualetti illustrati con quella cura artigianale che sembrava quasi fuori tempo massimo. Giochi che nascevi e morivi potendo toccare, letteralmente. Dal Game Boy al DS, da Wii a Switch, ogni prodotto Nintendo aveva una fisicità pensata, una presenza nel mondo reale che non era mai accidentale. Era una filosofia.
Quella filosofia non era buttata lì tanto per, non era ignoranza delle dinamiche di mercato. Era una scelta consapevole, un posizionamento identitario preciso: noi crediamo che il gioco sia un oggetto, non un servizio. Che si compra, si possiede, si regala, si presta, si passa di mano in mano tra fratelli e cugini durante le vacanze estive. Era la differenza tra giocare e abbonati a giocare. Una differenza che, a quanto pare, il 2026 sta cancellando.
Se oggi anche quella filosofia si piega a un futuro completamente digitale, allora possiamo dirlo senza troppi giri di parole: la guerra è finita, e il fisico l'ha persa senza nemmeno un'ultima battaglia. Non c'è stato un momento drammatico. Non c'è stata una conferenza stampa in cui qualcuno ha annunciato la fine di un'era. È successo piano piano, nel silenzio dei comunicati aziendali e delle slide di analisti finanziari. Come spesso accade con le cose importanti.
Si dirà che è evoluzione. Forse. Ma le parole che usiamo per descrivere un fenomeno ne cambiano la percezione, e chiamare "evoluzione" la scomparsa di un formato significa già aver scelto da che parte stare. Non tutto ciò che cambia migliora. Non tutto ciò che persiste è obsoleto. A volte le cose scompaiono semplicemente perché non sono più convenienti per chi le produce, non perché chi le ama abbia smesso di desiderarle.
Quando persino la casa che ha costruito la propria identità sul concetto di "giocare insieme, nello stesso spazio" accetta la smaterializzazione, allora la domanda non è più "quando finirà il fisico?", bensì "serve ancora, oggi, credere nel fisico?". E la risposta, a quanto pare, non arriva più nemmeno da Nintendo.
Rimane, per chi vuole raccoglierla, una domanda: chi preserverà la memoria di questo medium, quando i server si spegneranno e le licenze scadranno? Chi racconterà ai giocatori di domani com'era tenere in mano un pezzo di quella storia? I collezionisti, probabilmente. Gli appassionati. Quelli che hanno continuato a comprare fisico anche quando il mondo li guardava come anacronismi ambulanti.
Forse saranno loro, alla fine, i veri custodi di qualcosa che Nintendo e l'industria tutta ha scelto di abbandonare sul bordo della strada.