Se chiudo gli occhi e provo a tornare indietro di quindici anni, il mio ricordo del gaming online è puramente testuale e sonoro. È una cascata di scritte arancioni nella chat delle Barrens su World of Warcraft, dove si parlava di tutto tranne che del gioco, delle improbabili richieste di scambio oggetti su Diablo 2 (con io che provavo a scambiare una runa IST per un SOJ) o delle organizzazioni di tornei tra clan su Starcraft: Brood War.
È il suono gracchiante di Ventrilo o TeamSpeak, un brusio di voci amiche che riempiva la mia stanza anche quando ero fisicamente solo.
È l'anarchia di quel server dedicato di Soldier of Fortune 2 o Counter-Strike Source dove entravo ogni sera alla stessa ora, sapendo esattamente chi avrei trovato.
C’era quello bravo che non parlava mai. C’era l’admin severo che ti bannava se osavi respirare troppo forte nel microfono. C’era il giullare della corte, quello che metteva musica orribile ma ci faceva ridere fino alle lacrime. Ricordo ogni loro nickname come se fosse ieri ed è bello sapere che erano persone vere. Erano la mia piazza e anche un po' il mio bar dello sport sotto casa.
Si stava meglio quando si stava peggio
Oggi, nel 2025, mi guardo intorno e non riconosco più nulla. Vero, potreste pensare che l'età faccia molto, ma io penso che non sia solo questa la questione. L'approccio online è profondamente cambiato. Tecnicamente tutto è migliorato: il lag è quasi un ricordo sbiadito e trovare una partita richiede tre secondi netti.
Eppure mi sono reso conto che le piazze sono state demolite, sostituite da corridoi asettici e silenziosi o, peggio, da arene dove l'unica interazione umana rimasta è l'insulto.
Ci avevano promesso che con moderazioni più severe, intelligenze artificiali che filtrano le chat e sistemi di reputation, la tossicità sarebbe sparita. La verità, quella che vivo ogni sera sulla mia pelle, è che la tossicità non è mai stata così alta, così penetrante e così fredda. E credo di aver capito perché: abbiamo barattato l'umanità per l'efficienza del gioco online.
Per spiegarvi cosa intendo, devo parlarvi della morte del "Terzo Luogo". Fino a quindici anni fa il videogioco online era un posto dove andavamo non solo per giocare, ma soprattutto per stare. Il cuore di tutto era, infatti, il server dedicato. Se giocavo a uno sparatutto o a un RTS, avevo la nostra lista dei preferiti e alla fine entravamo sempre lì. Questo creava una micro-comunità forzata che funzionava a meraviglia.
C'era un "contratto sociale" implicito: se facevo lo stupido, se insultavo qualcuno gratuitamente, venivo cacciato. Questo non accadeva da un sistema automatizzato, ma da un altro essere umano. E se volevo tornare a giocare lì, dovevo comportarmi bene. Dovevo farmi accettare. Se ci pensate era anche un ottimo modo per imparare a crescere e maturare, perché alla fine siamo stati stuti ragazzini stupidi.
Nel tempo, il mercato ha deciso che tutto questo era ormai vetusto. Ha inventato il Matchmaking: "premi un tasto e gioca". Sembrava il paradiso, invece lentamente mi sono reso conto che è stat l'inizio della fine. Il server browser è praticamente mezzo sparito. La lobby persistente, quella dove si chiacchierava tra una mappa e l'altra, è sparita.
Oggi, quando avvio Overwatch 2, Valorant o Call of Duty, il sistema mi pesca come un pesce in un oceano infinito di sconosciuti, mi getta in una partita per 15 minuti e poi scioglie il gruppo. Quei compagni di squadra non sono persone con cui posso costruire un rapporto, ma praticamente degli NPC temporanei affidati solo per farmi una partita casuale.
Questa trasformazione del giocatore ha distrutto ogni forma di empatia. Perché dovrei essere gentile con te, se so per certo che tra dieci minuti non ti rivedrò mai più nella mia vita? L'anonimato unito alla transitorietà ha creato la tempesta perfetta. Non c'è più la vergogna sociale di essere "quello scorretto", perché non c'è più una società. C'è solo il vuoto cosmico del matchmaking.
Il silenzio assordante delle chat
Sono onesto, forse anche nostalgico... ma mi manca terribilmente il caos delle chat generali. Mi mancano le discussioni assurde su StarCraft, mi mancano le richieste di aiuto sgrammaticate nelle città di Guild Wars. Erano davvero dei luoghi vivi, pulsanti, certo a volte tremendamente volgari, ma tutto sommato erano umani. Non avete idea di quante amicizie ho costruito partendo da insulti personali dovuti a un fraintendimento. Amicizie che tengo ancora oggi.
Abbiamo smesso di parlare. E smettendo di parlare, abbiamo smesso di vederci come esseri umani. L'altro giocatore è diventato praticamente solo un cursore sullo schermo che si muove e se quel cursore sbaglia, se non fa quello che voglio io, non riesco a provare nulla se non rabbia, visto che in quello specifico momento l'unico pensiero è: vincere, come e con chi non mi interessa minimamente.
E poi c'è lui, il grande colpevole involontario: Discord. Lo uso ogni giorno, lo amo, è uno strumento meraviglioso. Ma devo ammettere a me stesso che ha avuto un effetto collaterale devastante sul tessuto sociale dei giochi pubblici.
Quindici anni fa, se giocavo con due amici, usavamo Skype o TS, ma spesso interagivamo anche con la chat di gioco. Eravamo aperti verso l'esterno. Oggi, Discord ha creato delle bolle ermetiche. Quando entro in una partita, io e i miei amici siamo in una stanza privata blindata. Il resto del team, gli "altri", sono esclusi. Non li sentiamo, non ci parliamo, loro esistono fuori dalla nostra bolla di realtà.
Questo ha ucciso la serendipità, ovvero quella possibilità di fare per puro caso felici e inattese scoperte o conoscenze. Quante amicizie storiche sono nate quindici anni fa perché due sconosciuti hanno iniziato a parlare in chat vocale pubblica?
Ho amici che frequento ancora oggi, nella vita reale, conosciuti perché una sera del 2008 ci siamo messi a scherzare in una lobby di Halo 3. Oggi questo non succede più.
Discord ha privatizzato la socialità del gaming, lasciando lo spazio pubblico del gioco deserto e silenzioso, un luogo dove risuonano solo gli echi di chi è rimasto fuori dalle bolle private: spesso, purtroppo, i più solitari e i più arrabbiati.
Forse siamo noi il problema
Infine, devo guardarmi allo specchio e ammettere una cosa scomoda: forse sono cambiato anch'io. L'utenza media, me compreso, è diventata più polarizzata, più impaziente, meno incline al compromesso. La cultura di internet degli ultimi quindici anni ci ha abituato all'indignazione istantanea, alla risposta aggressiva come default.
Il "Rage Quit" è diventato la mia norma. Se perdo due partite di fila in malo modo, chiudo tutto con rabbia. Manca totalmente l'educazione alla sconfitta. Ormai viviamo in un mondo dove è importante la gratificazione immediata, dove tutto deve essere veloce e soddisfacente subito, perdere una partita di 30 minuti è vissuto come un'ingiustizia intollerabile, un furto di vita, non come parte del gioco.
Guardando indietro, non posso negare che oggi giocare online sia incredibilmente più facile. Non devo cercare l'indirizzo IP di un server, non devo aspettare in coda per entrare nel mio preferito, non devo sopportare connessioni instabili. Ma il prezzo che ho pagato, che abbiamo pagato tutti, è forse l'anima di questo passatempo.
Avete presente quando arriva un grosso imprenditore e decide di demolire dei quartieri meravigliosi per costruirci autostrade? Ecco, più o meno è andata così. Tutto è diventato più fruibile e veloce, ma per farlo abbiamo perso il piacere di vivere in un quartiere pieno di persone, dove ci fermavamo a parlare, a bere qualcosa, a conoscerci. Abbiamo barattato il calore umano, con tutti i suoi difetti e i suoi conflitti, per l'efficienza del gioco online.
La tossicità odierna è il risultato inevitabile di un design che ci tratta come numeri nel classico calderone degli utenti unici e non come persone in una stanza. E occhio, prima che venga frainteso: vecchi tempi non erano idilliaci; erano pieni di problemi, di razzismo non moderato, di bullismo da tastiera.
Ma c'era una differenza fondamentale: c'era la possibilità di costruire il proprio gruppo di persone in maniera più oculata e soprattutto risolvere eventuali conflitti con la comunicazione. Un mio caro amico mi dice spesso "caspita, viviamo nel 2025, l'era dei social e abbiamo ogni mezzo che ci permette di comunicare e quello che non riusciamo più a fare è proprio quello di comunicare". Quanto ha ragione.
Oggi vaghiamo da una lobby all'altra, gridando la nostra frustrazione nel vuoto, circondati da fantasmi che non conosceremo mai davvero. E a volte, in questo silenzio rotto solo dagli insulti in chat testuale, mi chiedo se tutta questa "connettività" non ci abbia reso, alla fine, disperatamente soli.