-
Pro
- Storia coinvolgente e finale che ripaga.
- Villa Ashmann inquieta e sorprende nei dettagli.
- Sonoro e colonna sonora di grande livello.
-
Contro
- Suore troppo facili da eludere.
- Enigmi che si limitano a cercare oggetti.
- Modelli dei personaggi e ritmo altalenanti.
Il Verdetto di SpazioGames
Ho un rapporto strano con Remothered. È una di quelle saghe che ho sempre seguito con affetto e con una certa diffidenza, perché Stormind Games ha idee da vendere ma non sempre le mani abbastanza ferme per realizzarle. Con Red Nun’s Legacy lo studio chiude il cerchio aperto con Tormented Fathers nel 2018 e proseguito con Broken Porcelain nel 2020. Ci sono arrivato con le aspettative di chi vuole una conclusione e non un'altra promessa.
Il punto di partenza è semplice e funziona. Tredici mesi dopo la scomparsa di sei ragazze in Sicilia, Susan riceve una registrazione che le fa sperare di ritrovare la figlia Agata, e quella pista la porta in una residenza isolata sulle pendici dell'Etna, un tempo degli Ashmann. Non serve altro per capire dove si va a parare: un posto che non vuole ospiti, una madre che non ha più nulla da perdere e un'icona horror che aspetta nell'ombra.
Una cosa va detta subito: potete giocarlo anche senza aver visto i capitoli precedenti. Lo dice lo studio e, per quel che ho visto io, è vero. Certo, chi conosce la saga coglie più sfumature e più rimandi, ma nessuno resta fuori dalla porta. È una scelta intelligente, che fa bene a un finale di trilogia spesso ridotto a un club per iniziati.
Il mio giudizio, però, è diviso in due. Come racconto e come atmosfera ho trovato un gioco che sa cosa vuole dire e lo dice con convinzione. Come gioco giocato, invece, ho sentito troppe volte la mancanza di una mano più cattiva. Ed è proprio qui che questa recensione si fa interessante.
Una storia che non si lascia assorbire in fretta
La cosa che mi ha colpito di più è come il gioco racconta. Non si limita alle scene principali: bisogna leggere i documenti sparsi per la villa e ascoltare i ricordi audio, mettendo insieme i pezzi con la pazienza di chi sta davvero indagando. Funziona perché non ti prende per mano, e perché ogni frammento trovato dà la sensazione di aver guadagnato qualcosa.
Il mistero di Agata si allarga fino a toccare il convento di Cristo Morente, la famiglia Ashmann e il passato di Gloria. Chi ha giocato i capitoli precedenti ritroverà volti e nodi irrisolti, ma anche chi parte da zero ha una trama a cui aggrapparsi. A me è piaciuto soprattutto non sapere mai fino in fondo dove stessimo andando.
La parte che ho apprezzato di più, e che secondo me eleva tutto il resto, è quella sul destino delle donne. Il patriarcato qui non è una vernice sulla storia: è il motivo per cui certe cose sono accadute. I ricordi di chi ha subito violenza e controllo danno carne e sangue a un racconto che, in mani meno attente, sarebbe rimasto la solita storia di fantasmi. Dietro la Suora Rossa ci sono persone, e il finale lo ricorda con una forza che non mi aspettavo.
Il ritmo, però, non è sempre dalla sua parte. Ci sono momenti in cui bisogna tornare in zone già esplorate per recuperare un oggetto, e lì la tensione si affloscia. In quei passaggi mi sono tenuto in piedi solo con la curiosità. Il finale, per fortuna, ripaga la fatica e restituisce un senso a quasi tutto.
Le suore fanno paura?
Sul fronte del gioco, Red Nun’s Legacy segue la ricetta classica del survival horror: esplori, raccogli, risolvi, eviti i nemici. Il combattimento c'è ma resta un'opzione di contorno, e la strada più sensata è quasi sempre nascondersi e aspettare. Una scelta legittima, per carità, perché è un linguaggio che il genere conosce bene.
Non è il nascondiglio a essere il problema, ma la scarsa pressione di chi ti sta dando la caccia. Compaiono in modo spesso casuale, cercano con poca convinzione e non cambiano mai abitudini. Una minaccia che si lascia aggirare sempre alla stessa maniera non è una minaccia, è un ostacolo di tappa, e qui l'atmosfera avrebbe meritato di più.
Avrei voluto avversarie più attente, più imprevedibili e anche un po' più crudeli. Sarebbe bastato poco per trasformare queste fasi in momenti di vera tensione. È l'occasione sprecata più grande dell'intera avventura, e lo dico con il dispiacere di chi voleva amare questo gioco senza riserve.
Poteri interessanti, ma gli enigmi?
Le idee migliori del gameplay sono nei poteri di Susan. La retrocognizione fa emergere i ricordi legati agli oggetti, gli specchi svelano dettagli che a occhio nudo non si vedono e le falene si possono manipolare per aprire passaggi altrimenti chiusi. Sono trovate che si sposano bene con lo spirito investigativo del gioco e mi hanno spinto a guardare le stanze con più attenzione.
Il rimpianto è che raramente vanno oltre il compitino. Quasi sempre servono a trovare ciò che manca per andare avanti, e raramente a costruire situazioni davvero ingegnose. Ho avuto spesso la sensazione di avere in mano strumenti con più potenziale di quanto lo studio abbia avuto il coraggio di sfruttare.
Gli enigmi, poi, sono a dir poco accomodanti. Trovi un oggetto, capisci dove usarlo, apri una porta, e così via. Nessuna frustrazione, certo, ma anche nessun momento in cui ho pensato di essere stato particolarmente furbo. La soddisfazione sta nel raccogliere, non nel ragionare, e per un gioco con queste premesse è poco.
In certi tratti le azioni finiscono per assomigliarsi e il ritmo cala. Non è mai abbastanza grave da farmi mollare il pad, ma il gameplay si limita a fare il suo dovere senza mai diventare la ragione per restare. Gli enigmi più cattivi, quelli che ti fanno dire "ma come ci sono arrivato?", qui mancano.
Il posto dove ho avuto più paura
Dove Red Nun’s Legacy vince davvero è Villa Ashmann. Decadente, ricca di dettagli, carica di storia: mi ha messo addosso un disagio costante anche quando non c'era un nemico a portata di vista. I rumori che arrivano dalle stanze accanto e la sensazione di non essere mai al sicuro hanno fatto più danni di qualsiasi suora.
Il sonoro è la ragione principale. Ascoltare ciò che succede intorno a Susan serve davvero a capire se è il caso di muoversi o aspettare, e la colonna sonora firmata da Akira Yamaoka insieme ad Aram Shahbazian punta su un'inquietudine sorda più che sullo spavento facile. Le voci di Cissy Jones per Susan e di Maggie Robertson, la Lady Dimitrescu di Resident Evil Village, per la Suora Rossa sono un lusso che si sente tutto.
Visivamente gli ambienti sono curati e meritano uno sguardo attento, anche perché molti indizi passano da lì. Non è un gioco che rivoluziona la grafica del genere, ma regge benissimo il confronto con la sua ambizione. Il neo vero sono i modelli dei personaggi, meno rifiniti degli scenari e più evidenti proprio quando la storia li mette in primo piano.
Sulla mia PS5 non ho incontrato problemi tecnici degni di nota, e in un titolo che campa di atmosfera è una benedizione. Basta un singhiozzo per rompere l'incanto, e qui l'incanto è rimasto intatto per tutto il tempo. Per un gioco di queste dimensioni non è un risultato scontato.
Dove lascia questo finale
Per portarlo a termine mi sono servite poche ore (siamo sotto le 10), ma le ho sentite compatte, senza i soliti riempitivi da campagna gonfiata. Non è una durata che farà felice chi cerca una mole di contenuti, ma per la natura del progetto mi è sembrata onesta. Avrei preferito qualcosa di più lungo, ma non a costo di annacquare la storia.
Il finale è il motivo per cui questo gioco resta dentro. Le scoperte fatte lungo il percorso cambiano di segno e costringono a ripensare tutto ciò che si è vissuto, e la Suora Rossa smette di essere un'icona per diventare l'esito di un'ingiustizia. È una chiusa che non cerca il colpo di scena a effetto, ma il significato.
Come epilogo di trilogia, Stormind Games fa quello che deve: dà spazio alla mitologia, restituisce dignità al personaggio simbolo e non perde mai di vista la ricerca di Susan. Non tutto ha lo stesso peso, e qualche passaggio zoppica, ma l'insieme ha una personalità che nei videogiochi horror non è affatto scontata.
Chi cerca una sfida vera resterà con l'amaro in bocca. Chi, come me, si lascia conquistare da una storia cupa e da un'ambientazione che resta addosso, troverà più di un buon motivo per arrivare ai titoli di coda. Non è perfetto, ma sa farsi ricordare, e per me è abbastanza.