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Pro
- Atmosfera medievale cupa e convincente.
- Buona direzione artistica.
- Premessa narrativa interessante.
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Contro
- Sistema di combattimento debole.
- Animazioni rigide e poco rifinite.
- Progressione e ritmo poco solidi.
Il Verdetto di SpazioGames
Purtroppo, quando il gameplay smette di funzionare come dovrebbe, anche le idee migliori finiscono per perdere forza. Ed è esattamente ciò che accade qui: un gioco con buone intenzioni, alcune intuizioni visive e narrative degne di nota, ma incapace di trasformare tutto questo in un’esperienza davvero memorabile. Polemiche a parte.
Informazioni sul prodotto
Ci sono videogiochi che nascono per lasciare il segno e altri che, più semplicemente, provano a ritagliarsi uno spazio nel mercato con idee interessanti e mezzi limitati. Poi esiste una terza categoria, quella più curiosa: i giochi che finiscono al centro della conversazione per ragioni che hanno poco a che fare con ciò che accade sullo schermo.
1348 Ex Voto, action adventure sviluppato dallo studio italiano Sedleo e pubblicato da Dear Villagers, appartiene esattamente a questa categoria.
Non perché sia un titolo destinato a rivoluzionare il genere, né perché rappresenti una piccola gemma indie. Al contrario: il motivo per cui se ne parla oggi ha molto meno a che fare con le sue qualità videoludiche e molto di più con il polverone ideologico che gli si è costruito attorno.
Il paradosso è che, se si prova a mettere da parte per un momento il chiacchiericcio social e si guarda semplicemente al gioco per quello che è, la verità appare piuttosto evidente: 1348 Ex Voto è un titolo profondamente imperfetto, e i suoi problemi sono quasi tutti di natura strettamente ludica.
Hellblade all'italiana
L’idea alla base del progetto, in realtà, non è affatto banale. L’ambientazione porta il giocatore nel cuore dell’Europa del XIV secolo, durante l’epoca della peste nera, uno dei momenti più devastanti della storia del continente. Il mondo che il gioco mette in scena è cupo, disperato, dominato da superstizione e paura.
Villaggi isolati, boschi soffocanti, comunità che sopravvivono aggrappandosi a una fede sempre più fanatica mentre la malattia e la morte divorano tutto ciò che incontrano. In questo contesto si muove Aeta, una giovane cavaliere errante che intraprende un viaggio alla ricerca di Bianca, la persona a cui è legata da un rapporto profondamente personale e che rappresenta il cuore emotivo dell’intera storia.
È una premessa che funziona, almeno sulla carta. Il Medioevo videoludico raramente viene esplorato con questo livello di pessimismo e brutalità, e il tentativo di costruire un racconto più intimo, lontano dalle grandi epopee fantasy, aveva il potenziale per distinguersi.
Il problema è che un’idea interessante non basta a sostenere un videogioco quando il sistema che dovrebbe trasformarla in esperienza interattiva non regge. Dopo i primi minuti, quando l’impatto visivo e l’atmosfera riescono ancora a catturare l’attenzione, 1348 Ex Voto comincia lentamente a mostrare tutte le crepe di una produzione che appare costantemente meno rifinita di quanto le sue ambizioni richiederebbero.
La prima cosa che salta all’occhio è la rigidità generale delle animazioni. Aeta si muove con una certa pesantezza, quasi scivolando sul terreno in alcune situazioni, mentre i nemici alternano momenti di immobilità innaturale a scatti improvvisi che rendono difficile interpretare il ritmo degli scontri.
Nei videogiochi d’azione le animazioni non sono soltanto un elemento estetico: rappresentano il linguaggio attraverso cui il gioco comunica con il giocatore. Quando colpire, quando difendersi, quando schivare. In 1348 Ex Voto questo linguaggio è spesso confuso, e il risultato è una sensazione di costante incertezza che non deriva da una sfida ben calibrata ma da una mancanza di chiarezza nel sistema.
In teoria si tratta di un approccio affascinante: meno frenesia e più duelli ragionati, dove ogni colpo ha un peso e ogni errore può risultare fatale. Un po' come Hellblade e relativo sequel, insomma. Il punto è che tra realismo e frustrazione esiste una linea molto sottile, e 1348 Ex Voto finisce per oltrepassarla più volte nel corso dell’avventura.
Gli scontri non risultano tanto difficili quanto scomodi. Il sistema di aggancio ai nemici è instabile, la gestione della telecamera non sempre aiuta a mantenere il controllo della situazione e il ritmo generale degli scontri appare spezzato da una serie di micro-problemi che, presi singolarmente, potrebbero anche essere perdonabili ma che nel loro insieme finiscono per compromettere la fluidità dell’esperienza. Invece di trasformarsi in duelli tesi e memorabili, molti combattimenti diventano esercizi di pazienza, dove il giocatore cerca più di adattarsi alle stranezze del sistema che di sfruttarne davvero le possibilità.
Questa mancanza di solidità ludica pesa ancora di più se si considera la durata relativamente contenuta dell’avventura. 1348 Ex Voto non è un gioco enorme: la campagna si completa in poche ore e l’esperienza è pensata per essere compatta, quasi concentrata. In un contesto del genere ogni elemento dovrebbe funzionare al meglio, perché non c’è abbastanza tempo per permettersi lunghe fasi di assestamento.
Quando invece il gameplay inciampa fin dalle prime battute, l’intero viaggio rischia di perdere slancio prima ancora di entrare davvero nel vivo. È un peccato, perché dal punto di vista dell’atmosfera il gioco riesce in più di un’occasione a trasmettere il senso di oppressione che dovrebbe caratterizzare il suo mondo.
I villaggi devastati dalla malattia, le foreste oscure, i rituali religiosi intrisi di paranoia collettiva: sono elementi che contribuiscono a costruire un Medioevo sporco e inquietante, lontano dalle versioni romantiche o eroiche a cui molti videogiochi ci hanno abituato.
Anche sul piano narrativo il gioco prova a costruire qualcosa di diverso dalla classica struttura da action adventure. Il rapporto tra Aeta e Bianca rappresenta il motore emotivo della storia, una relazione che dovrebbe sostenere il viaggio del personaggio attraverso un continente che sembra lentamente collassare sotto il peso della peste e del fanatismo religioso.
Tuttavia la scrittura non riesce sempre a sviluppare questo elemento con la profondità che meriterebbe. Alcuni passaggi risultano efficaci, soprattutto quando il gioco si concentra sull’atmosfera e sul senso di perdita che permea l’intera esperienza, ma altri momenti appaiono più frettolosi del necessario. Il risultato è una narrazione che introduce diversi temi interessanti (dalla fede alla superstizione, fino alla marginalità sociale) senza però riuscire a esplorarli davvero fino in fondo.
Dietro queste difficoltà si intravede chiaramente la natura della produzione. Sedleo è uno studio indipendente relativamente piccolo e 1348 Ex Voto porta addosso tutti i segni di un progetto che ha dovuto fare i conti con risorse limitate. Questo non è necessariamente un difetto: l’industria videoludica è piena di esempi di titoli indipendenti capaci di trasformare i propri limiti in punti di forza.
La differenza è che quei giochi sanno esattamente quali battaglie combattere e quali invece evitare. 1348 Ex Voto, al contrario, sembra voler essere molte cose contemporaneamente. Vuole raccontare una storia emotiva, proporre un sistema di combattimento realistico, offrire un’esperienza cinematografica e allo stesso tempo ricostruire un contesto storico credibile. Sono ambizioni legittime, ma richiedono una solidità progettuale che qui purtroppo manca.
Se ci si limitasse a valutare il gioco sotto il profilo strettamente videoludico, probabilmente la discussione finirebbe qui. 1348 Ex Voto sarebbe ricordato come un titolo indipendente interessante ma incompiuto, uno di quei progetti che mostrano più potenziale che risultati concreti.
E invece la conversazione intorno al gioco ha preso una direzione completamente diversa. Nonostante un debutto piuttosto modesto su Steam (con un picco massimo di poco più di quattrocento giocatori contemporanei) il titolo è diventato improvvisamente oggetto di un caso mediatico internazionale. Alcuni ambienti dell’estrema destra online hanno iniziato a presentarlo come un presunto esempio di propaganda LGBTQ+ finanziata con fondi pubblici italiani, trasformando la relazione tra Aeta e Bianca in una sorta di prova di un complotto culturale.
La peste nera
La cosa più curiosa di tutta questa vicenda è che il dibattito ha finito per oscurare completamente l’aspetto più ovvio, cioè la qualità del gioco stesso. 1348 Ex Voto non ha bisogno di essere trasformato anche in un simbolo di una "guerra culturale" per essere criticato. I suoi limiti sono evidenti e riguardano quasi esclusivamente il modo in cui l’esperienza funziona pad alla mano.
La sensazione generale è quella di un progetto uscito prima di essere davvero rifinito: sono problemi concreti che emergono molto prima di qualsiasi considerazione ideologica. In un certo senso, il polverone mediatico ha finito per fare al gioco un favore immeritato, garantendogli una visibilità che probabilmente non avrebbe mai ottenuto altrimenti.
In un’industria che ogni anno produce centinaia di titoli, 1348 Ex Voto rischia quindi di rimanere più come una curiosità legata alle polemiche che lo hanno circondato che come un videogioco capace di lasciare un segno duraturo. E, per un’opera che voleva raccontare la memoria e la devozione, è probabilmente il destino più ironico possibile.