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Pro
- È Death Stranding 2 con i suoi pro...
- Una conversione realizzata davvero bene e nuovi contenuti.
- Gestibile anche su hardware meno performanti.
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Contro
- ... e i suoi contro.
- Poco gestibile su handheld.
Conclusioni Finali di SpazioGames
Informazioni sul prodotto
L'aspetto positivo dell'arrivo di Death Stranding 2 su PC è anche quello con il retrogusto più dolceamaro. Rispetto al precedente capitolo, rilasciato sulle piattaforme diverse dalle console PlayStation da 505 Games, questa volta è stata proprio Sony a volerne curare la conversione, mettendolo nelle sapienti mani del team Nixxes e facendolo arrivare sui PC di tutto il mondo a distanza di pochi mesi dalla release su PS5.
Un segnale che, durante l'annuncio, lasciava ben sperare su un sempre maggiore assottigliamento dell'intervallo temporale che avrebbe separato l'uscita console dall'arrivo del porting su PC. Una speranza, però, che non ha avuto vita breve, vista la recente decisione di Sony di smettere di portare le sue produzioni single player esclusive su PC, probabilmente in virtù di vendite al di sotto delle aspettative o, semplicemente, dell'imminente arrivo di Project Helix ovvero la macchina ibrida di Microsoft che promette di essere sia una Xbox che un PC da salotto compatibile con gli store più famosi, Steam fra tutti.
Viene da se, quindi, che avviare la seconda epopea di Sam Porter Bridges su PC assume dei contorni molto particolari: da un lato quelli di un port, che ora andremo ad analizzare, all'apparenza molto scalabile e giunto sugli scaffali digitali in tempo record; e dall'altro quello di aver appena avviato l'ultima esclusiva PlayStation ad arrivare su PC per parecchio tempo, vittima inconsapevole di una serie di scelte che raccontano più delle parole il peculiare momento che l'intero settore sta vivendo da qualche anno.
Un ritorno che fa discutere
Death Stranding 2 non è semplicemente un seguito, ma una rielaborazione più consapevole di tutto quello che il primo capitolo aveva provato a fare. Il cuore dell’esperienza resta lo stesso, con il suo ritmo lento, il suo modo particolare di raccontare il viaggio e quell’idea di gameplay basata sul trasporto, sulla pianificazione e sulla connessione tra persone lontane, ma ogni elemento appare più rifinito, più equilibrato, meno spigoloso.
Alla sua uscita venne tacciato di essere un "more of the same" più estremo nelle tematiche, esasperato nelle "kojimate" e più piatto sotto alcuni elementi narrativi. La verità, però, la scopriremo solo fra qualche tempo.
Quello che serve sapere al momento è solo che la storia di Death Stranding 2 riparte dagli eventi del primo gioco, ma lo fa senza chiudere completamente la porta a chi non lo ha giocato. Naturalmente conoscere già il percorso di Sam aiuta a cogliere molte sfumature, ma la nuova avventura ha una struttura chiara e una progressione leggibile, oltre che il classico riassunto che potrebbe confondere più che illuminare.
Questa volta l’obiettivo non è soltanto ricostruire gli Stati Uniti, ma espandere la rete chirale in nuove regioni, con scenari che includono Messico e Australia e che danno al viaggio una scala ancora più ampia e una varietà più considerevole ai biomi che Sam calcherà. Il risultato è una narrazione che mantiene il focus sui colpi di scena, sui dialoghi lunghi, sui momenti enigmatici e sulle apparenti assurdità alle quali Kojima ci ha abituato nel corso degli anni, ma che riesce anche a essere meno dispersivo rispetto ad altre produzioni del suo creatore.
Il cast resta uno dei punti di forza più evidenti, con il ritorno di Norman Reedus nei panni di Sam, affiancato ancora da Léa Seydoux e da Troy Baker, insieme a nuove presenze che confermano, se ce ne fosse ancora il bisogno, che Kojima adora mescolare cinema, videogiochi e cameo improbabili senza preoccuparsi troppo di sembrare eccessivo.
È proprio questa libertà creativa a rendere Death Stranding 2 un titolo difficile da incasellare, perché alterna momenti di grande spettacolo ad altri estremamente intimi, inserendoci nel mezzo, con estrema disinvoltura, degli spezzoni che, usando il linguaggio moderno, sembrano semplicemente "cringe" se non li si comprende attraverso gli occhi del suo autore.
Anche il gameplay resta fedele a quello della Director's Cut, distanziandosi quanto serve dalla versione originale del titolo e andando a introdurre una quantità di variabili maggiore, capaci di rendere ogni consegna, ogni viaggio e ogni minimo spostamento molto meno prevedibile.
Trasportare carichi continua a essere il centro di tutto, ma gli ambienti sono più pericolosi, i nemici più aggressivi e la gestione dell’equipaggiamento richiede più attenzione. Si percepisce chiaramente la volontà di rendere il gioco più dinamico senza snaturarlo, aggiungendo nuove attrezzature, nuove situazioni e soprattutto nuove modalità pensate per chi vuole mettersi davvero alla prova.
Per chi, però, ha amato il ritmo compassato e, quasi, da gestionale della primissima versione del gioco, tra le novità introdotte con questa versione, spicca proprio un livello di difficoltà inedito che costringe a pianificare ogni spostamento con grande precisione e restituisce quella sensazione di soddisfazione estrema quando una consegna va esattamente come sperato, riportando alla mente le sensazioni provate quando il gioco esordì su PlayStation 4.
Un'aggiunta che fa indubbiamente piacere, considerando che sia questo secondo capitolo che la precedente Director's Edition del primo sembrano aver ceduto alle richieste del pubblico, proponendo un gameplay più ritmato, più sparatorie e la possibilità di semplificare le consegne con i giusti strumenti.
Una conversione convincente
La versione PC è senza dubbio il modo migliore per giocarlo, non tanto perché cambi l’esperienza di base, ma perché permette di apprezzarla con una libertà tecnica che su console risulta inevitabilmente più limitata. Il supporto al framerate sbloccato, alle tecnologie di upscaling come DLSS, FSR e XeSS e alle impostazioni grafiche avanzate rende il gioco molto scalabile, capace di girare bene anche su configurazioni non estreme ma pronto a mostrare il meglio su hardware più potente.
Con il ray tracing attivo, soprattutto nei riflessi e nell’illuminazione ambientale, alcune scene assumono una profondità visiva notevole, senza però rendere il gioco inaccessibile a chi non dispone di una macchina di fascia alta.
Ho apprezzato anche la cura per i dettagli tipica dei porting realizzati da Nixxes, che in ogni loro lavoro si premuniscono di garantire un'estrema compatibilità sia con tutte le tecnologie disponibili, sia con tutte le periferiche che i vari giocatori potrebbero sfruttare. La compatibilità con monitor ultrawide (32:9 e 21:9) e l’integrazione completa del DualSense, che mantiene feedback aptico e grilletti adattivi anche su PC, sono elementi che non cambiano il gioco in sé, ma che contribuiscono nel dare la sensazione di trovarsi davanti a una porting ben realizzato e a quella che, a tutti gli effetti, è la versione definitiva del titolo.
Ma come gira su PC? Bè per questo test ho provato tre configurazioni: uno scenario per pochi (con una RTX 5090), sul mio ROG Zephyrus G16 con una RTX 4070 e 32 GB di RAM ho voluto verificare come si comportasse anche su handheld, una nicchia dove il primo capitolo era stato ottimizzato magistralmente.
Senza dubbio il lavoro svolto da Nixxes è lodevole, grazie a una quantità di opzioni grafiche che su console semplicemente non esistono. La software house ha voluto realizzare un porting estremamente scalabile, capace di girare su hardware relativamente modesto ma anche di spingersi fino al vero 4K nativo con ray tracing attivo sulle macchine più potenti.
Con la RTX 5090, come da pronostico, è possibile giocare con tutti i dettagli al massimo senza ricorrere all’upscaling, mantenendo comunque un framerate che non raggiunge mai i 60 fps ma riesce a stare stabile sul range dei 50/55. Ovviamente attivando il DLSS la situazione cambia ma questo era più che altro un test per capire come si sarebbe comportato sulla migliore delle schede grafiche senza sfruttare alcuna tecnologia.
Su una 4070, molto più diffusa al momento, le tecnologie di upscaling diventano necessarie e con il framerate impostato su qualità, si toccano i 70 fps senza grossi problemi (anche se il contatore toccherà molto più spesso al forbice dei 60/65 fps).
Il titolo supporta ovviamente anche la frame generation e la risoluzione dinamica, oltre a un numero molto ampio di parametri regolabili, tra ombre, texture, distanza visiva e illuminazione, segno di una conversione pensata davvero per il pubblico PC e che, con le giuste attenzioni, può essere cucita attorno alle esigenze di tutti senza richiedere un hardware incredibilmente performante.
Il ray tracing, per esempio, è limitato a occlusione ambientale e riflessi, migliora l’atmosfera in alcune situazioni ma non è indispensabile, e anzi può essere disattivato senza perdere troppo in resa visiva, cosa che aiuta a mantenere prestazioni più stabili soprattutto su configurazioni meno spinte.
Diverso il discorso sugli handheld, dove il gioco resta utilizzabile ma richiede compromessi molto evidenti, con preset molto bassi e uso obbligato dell’upscaling di AMD (che genera anche parecchi artefatti visibili a occhio nudo) per restare sopra la soglia della fruibilità. Per quanto sia comprensibile vista la natura "next gen" del titolo, un po' dispiace non trovare un setting realizzato ad hoc per questa tipologia di device sempre più diffusi.
Ne vale la pena?
Nel complesso, però, siamo davanti a una conversione molto più solida rispetto a quella del precedente capitolo, la quale risultava molto più esosa di risorse e indubbiamente più soggetta ad anomalie con determinate configurazioni.
A quest'ottimo risultato si sommano anche le aggiunte che troveranno spazio anche nella versione PS5 del gioco tramite l'immancabile update. Oltre al nuovo livello di difficoltà, e ad alcuni oggetti cosmetici di minor interesse, troviamo la possibilità di rigiocare gli scontri con i boss (che restano una delle parti meno riuscite del gioco), nuove sequenze incubo, nuovi oggetti, alcuni materiali inerenti alla storia rimossi dalla versione originale e qualche chicca per stimolare chi abbia voglia di farsi una seconda run con il gioco.
Quello che non cambia, e probabilmente non cambierà mai, è il carattere divisivo di Death Stranding 2, che anche in questa nuova versione continua a essere un gioco che non vuole piacere a tutti. Il ritmo rimane lento, la struttura è insolita e molte delle sue scelte di game design continueranno a far discutere nei mesi a venire.
Chi aveva apprezzato il primo capitolo troverà qui una versione dal gamplay più maturo e meglio calibrato, ma non per questo sarà sicuro di apprezzarne la narrazione o i colpi di testa del suo autore. Chi invece non aveva mai digerito quel tipo di esperienza, difficilmente cambierà opinione, perché è un sequel che non rinnega la propria identità, anzi, fa di tutto per rafforzarla.
Ed è forse proprio questo il suo pregio più grande. In un momento in cui molti giochi cercano di inseguire le tendenze, Death Stranding 2 prende una strada diversa, autoriale, fuori dagli schemi, assurda per certi versi ma genuina. Kojima ha più volte ribadito che la considera la sua opera migliore, ma sarà solo il tempo a dirci se ha ragione lui, e siamo tutti di fronte a un nuovo Metal Gear Solid 2, o se quella dichiarazione è stata semplicemente la versione in salsa Kojima del celebre "Oste com'è il vino?"