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Blind Fate: Edo no Yami | Recensione – Un samurai fuori allenamento

Blind Fate: Edo no Yami è un action che fatica a decollare, vittima di un ritmo claudicante che spesso mette in secondo piano una storia interessante e un Giappone retro-futuristico affascinante

Alle volte i nostri peggiori nemici sono le stesse aspettative che ci creiamo.

Blind Fate: Edo No Yami

Piattaforma:
PC, PS4, PS5, SWITCH, XONE, XSX
Genere:
azione
Data di uscita:
15 Settembre 2022
Sviluppatore:
Troglobytes Games
Distributore:
101XP

Certo, anche i mortali Yokai 2.0 che abbiamo incontrato in Blind Fate: Edo no Yami – d’ora in avanti solo Blind Fate per amore di sintesi – ci hanno fatto sudare le proverbiali sette camicie, ma il vero ostacolo contro cui si è infranta la nostra corsa è stata proprio la discrepanza tra il letale e agile ninja che ci eravamo prefigurati nella nostra mente e la sua controparte reale presente nell’action game a scorrimento laterale creato dal team italiano Troglobytes Games, un assassino tutt’altro che scattante.

A ogni incontro a fil di katana ci siamo quindi ritrovati di fronte a un ribaltamento di prospettiva, traditi secondo il nostro ragionamento iniziale a causa di un gameplay molto più ragionato e meno frenetico di quanto la presentazione ultra-futuristica ci avesse lasciato intuire.

La domanda sorge però spontanea: chi ha ragione? Probabilmente sia noi che ci siamo avventurati in quel Giappone post-apocalittico calpestato da macchine infernali, sia lo stesso Blind Fate, che ha tutto il diritto di sviluppare delle meccaniche di gioco molto più incentrate sulla tecnica e sulla pazienza, a discapito di frenesia ed esplosioni.

Un oriente molto affascinante

Andiamo però con ordine e cerchiamo di delineare le coordinate di un titolo che fa del suo immaginario un vero e proprio punto di forza.

Senza troppi preamboli ci troviamo immersi in una Terra del Sol Levante dilaniata e sospesa nel tempo, con un passato feudale catapultato nel futuro di non sappiamo quanti secoli. La breve introduzione lascia subito presagire quale sarà il contesto in cui muoveremo i nostri circuiti, ossia un Giappone completamente devastato da una non ben precisata guerra e dove hanno giocato un ruolo determinante gli Yokai.

Queste creature della mitologia nipponica, già sfruttate di recenti da altre opere come Nioh (lo trovate su Amazon), hanno però delle sembianze tutt’altro che spettrali e i loro corpi eterei hanno lasciato spazio a un acciaio molto più concreto e affilato.

Presente e futuro sono fusi alla perfezione

Blind Fate gioca sapientemente su questa dicotomia tra tradizione e futuro remoto e va ben oltre i semplici canoni del cyberpunk, un’epoca addirittura superata e lasciata alle spalle, che ha ceduto il passo a non si sa in realtà che cosa.

Questo strano incrocio di epoche è poi reso alla perfezione dalla direzione artistica, che coniuga in modo naturale macchinari avveniristici e antichi edifici del periodo Edo.

Muoversi alla cieca

Il giocatore vive lo stesso senso di spaesamento di Yami, il protagonista di questa avventura e una figura costretta a uccidere e a obbedire a un potere imperiale che vive in una zona oltre il grigio.

La cecità non è solo metaforica e, anche grazie ad un ricordo giocato in prima persona, si scopre sin dalle prime battute che, a causa di un duello letale finito male, il samurai è completamente privo della sua vista. Per placare la sua sete di vendetta, Yami deve quindi fare affidamento sulla AI Tengu che, dopo una certosina opera di riparazione e una dozzina di impianti cibernetici, riesce a trasmettere nella mente dell’assassino le immagini di un mondo sfumato e che spesso risale a diverse epoche fa.

Per muoversi dentro questo scenario desolato occorre quindi sfruttare dei dati recuperati dai nemici – che restituiscono un’immagine più veritiera del presente – e soprattutto fare affidamento sui nostri sensi aumentati, in grado di farci vedere i suoni, le fonti di calore e anche gli odori.

Gli Yokai non sono degli spiritelli simpatici

Il volerne sapere di più, i richiami ai grandi classici del cinema e della letteratura giapponese, la sete di vendetta e un mondo decisamente affascinante sono stati i principali elementi che ci hanno convinto e anche la cecità è stata sfruttata per aggiungere ulteriore profondità all’esplorazione e al senso di scoperta.

Purtroppo l’importanza degli altri sensi e il necessario e costante ricorso agli impianti a essi dedicati diventano fin troppo preponderanti, quasi ingombranti nei vari duelli che avanzano a singhiozzi a causa di troppe interruzioni.

La nobile arte del samurai

Come detto in apertura, a prima vista Blind Fate potrebbe essere scambiato per un hack’n’ slash in cui torturare il proprio pad, vittima di un button mashing senza troppi pensieri.

Ben presto ci si accorge però di trovarsi al cospetto di un titolo molto più ragionato, dove non basta compiere a ripetizione il solito fendente per avere la meglio di Yokai sempre più letali. Innanzitutto i nemici sono pressoché invisibili e occorre aggirarsi con cautela fra i vari livelli, perché solo con un primo colpo si scorgono le silhouette dei demoni, che richiedono inoltre parecchi attacchi prima di finire al tappeto.

Un samurai può sempre contare sulla sua lama

Naturalmente, oltre ai colpi della nostra katana possiamo fare affidamento su parate, schivate, salti e più avanti anche su altre mosse che vengono sbloccate tramite un albero delle abilità sufficientemente esteso.

La dose di tattica viene poi aumentata dall’immancabile barra della stamina, che impedisce di gettarsi a testa bassa in mezzo ai nemici, e anche dalla possibilità di sparare proiettili dal braccio meccanico in dotazione a Yami. Il cerchio viene infine chiuso dai classici medikit lasciati dai cadaveri e dalle ricariche per il proprio fucile – tutti elementi che, se ben amalgamanti e uniti a quelli precedentemente elencati, dovrebbero garantire un combat system rodato e divertente.

Combattimenti a diapositive

Il condizionale è purtroppo d’obbligo quando ci si trova al cospetto dell’ennesimo quick time event o si innesca la solita finisher a ripetizione robot abbattuto dopo robot abbattuto.

Gli attacchi inferti con la spada non servono infatti tanto a ridurre i punti vita ai nemici, quanto ad abbassare le loro difese fino a rivelarne il punto debole, collegato a uno dei tre sensi aumentati di Yami. A questo punto occorre aprire il menù radiale, selezionare l’icona corrispondente a olfatto, udito o calore e completare un mini-gioco dove incastrare alla perfezione una barra dentro un piccolo spazio.

Sulle prime è anche divertente osservare il nostro samurai prodursi in questo devastante attacco, ma lo stesso processo ripetuto allo sfinimento rallenta in modo eccessivo l’avanzamento. Un ragionamento analogo può essere fatto per l’esecuzione che si attiva dopo lo stordimento dell’avversario, legata a un quick time event dal sapore decisamente retrò.

Una strada sempre in salita

Il problema aumenta poi quando si incontrano più Yokai contemporaneamente, momento gestito con maggiore fatica dal sistema di combattimento ragionato di Blind Fate.

L’icona della debolezza viene magari nascosta da un qualche effetto grafico, durante la finisher si accavalla anche un attacco nemico e anche gli input visivi che precedono i colpi portati dai robot demoniaci diventano meno leggibili.

La ciliegina sulla torta, se così può essere definita, è una difficoltà tarata verso l’alto e che rende l’opera di Troglobytes Games un gioco fin troppo punitivo per i motivi sbagliati, come le barre della vita dei boss fuori scala – ma spesso anche dei nemici base – e i pattern di attacco a cui è spesso impossibile sottrarsi.

Purtroppo i duelli diventano ben presto ripetitivi

Il percorso di sangue e di vendetta di Yami non è fatto solo di duelli, ma c’è anche spazio per una fase esplorativa in stile platform, per alcuni puzzle ambientali messi lì solo per variare il tema e che in realtà aggiungono ben poco e anche per intere sezioni che si distaccano dai canoni dell’action a scorrimento, anche queste abbastanza slegate dal contesto.

In conclusione, Blind Fate: Edo no Yami è un’avventura con più bassi che alti: non presenta reali errori tecnici, i colpi si incastrano bene e pad alla mano il singolo duello sa regalare qualche soddisfazione, ma un ritmo claudicante e un esasperato ricorso a meccanismi che mal si sposano con un titolo dall’anima action non ci hanno permesso di apprezzare fino in fondo il lavoro di Troglobytes Games.

Versione recensita: PC

6,0

Blind Fate: Edo No Yami

Piattaforme: pc, ps4, ps5, switch, xone, xsx
Blind Fate: Edo no Yami non è uno di quegli action "rotti", dove gli attacchi e le parate non colpiscono il bersaglio e i comandi rispondono con ritardo. Purtroppo la volontà di dare al combat system un approccio più tattico è stata tradotta con meccaniche di gioco che mal si sposano in un titolo di questo genere, con una sovrabbondanza di QTE e mini-giochi che frenano eccessivamente i duelli. Lo diciamo con dispiacere, perché l'universo di gioco tratteggiato dal team italiano di Troglobytes ci ha catturati sin dalle prime battute, con il suo fascino orientale e con la sua storia di samurai 2.0.

Pro

  • Originale rilettura del Giappone feudale
  • Storia semplice ma intrigante
  • La cecità del protagonista è sfruttata anche in termini di gameplay
  • Un livello di sfida degno di un vero samurai...

Contro

  • ... Che non ha paura di picchi di difficoltà fin troppo sbilanciati
  • Il combat system viene penalizzato dalle troppe interruzioni
  • Le parti accessorie oltre ai duelli sono inserite in modo forzato
6,0