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Immagine di Fallout 76 BETA | 20 ore dopo

In Evidenza

Fallout 76 BETA | 20 ore dopo

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Avatar di Filippo "Xsin" Consalvo

a cura di Filippo "Xsin" Consalvo

Pubblicato il 07/11/2018 alle 11:23 - Aggiornato il 07/01/2019 alle 18:01
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Il Verdetto di SpazioGames

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Tirando le somme di queste sessioni, Fallout 76 ci ha lasciati con la voglia di vederne di più, di giocarci ancora, di mettere le mani sulla release finale e di poter accedere al fantastico mondo del West Virginia post guerra senza limiti di tempo e orario: un enorme passo in avanti rispetto all’anteprima di un mese fa, che ci aveva lasciati confusi, disorientati e perplessi. Dopo il Commonwealth e la Zona Contaminata, adesso tocca all’Appalachia conquistare i cuori dei fan e non solo: al 14 novembre manca pochissimo, allacciate i Pip Boy e preparatevi alla giornata della Rigenerazione.

Disponibile su: PC, PS4, XONE, XSX

Informazioni sul prodotto

Che le tre ore concesse in West Virginia durante l’anteprima mondiale del gioco fossero state poche lo avevamo detto, ma dopo una settimana di sessioni B.E.T.A. frammentate e frettolose ci siamo resi conto che nemmeno 20 ore di gioco sono bastate a darci un’idea più solida di ciò che sarà Fallout 76, il coraggioso esperimento di Bethesda che trasforma in multiplayer online una delle saghe più iconicamente single player della sua storia.

Tra Xbox One e PS4 abbiamo voluto affrontare i primi passi nell’Appalachia in modi diversi ed esplorare gli stessi posti sia in compagnia che da soli, ma anche concentrarci sulla storia in alcune sessioni e vagare senza meta in altre, principalmente per capire se questo Fallout è davvero per tutti, se può accontentare sia i fan storici poco entusiasti del cambiamento che chi invece non vede l’ora di affrontare orde di Ghoul in sana compagnia.

Come detto, difficile dirlo con certezza dopo poche ore di gioco in un ambiente comunque selezionato, ma in base alla nostra prova possiamo dire che chi vuole giocare da solo può comunque farlo, avendo trovato un livello di difficoltà più equilibrato e indulgente che un giocatore ben preparato può affrontare senza che la sfida diventi frustrante. Inutile specificare che questo si è rivelato anche il metodo migliore per concentrarsi su storia e quest, con la possibilità di prendersi i propri tempi, leggere le varie note, ascoltare gli olonastri e dirigersi precisamente verso gli obiettivi interessati.

Lo stesso non si può dire quando si gioca in squadra, con una tendenza che nelle varie sessioni è stata decisamente votata all’esplorazione incondizionata con una propensione allo sparatutto senza fronzoli: vedi un nemico, sai di poterlo affrontare, lanciati nella mischia e raccogli il bottino. Un ciclo che si ripete di zona in zona, intervallato da necessari momenti di pausa al primo banco da lavoro per riciclare e riparare il proprio inventario: in Fallout 76 si recupera una quantità infinita di armi dai cadaveri dei nemici, ma mentre pochissime di queste si rivelano davvero efficaci, le altre si traducono presto in “rottami” essenziali per la creazione e la riparazione di oggetti ed equipaggiamento.

Ancora una volta abbiamo investito complessivamente delle ore a guardare in ogni angolo nella speranza di recuperare del nastro americano o dell’ottima fantasticolla, per non parlare dei chilometri percorsi portando troppo peso consumando PA. Che si viaggi da soli o in compagnia, dunque, il tipico giocatore di Fallout ritrova la stessa esperienza e lo stesso stile, mentre la differenza principale rimane quella di un ritmo molto più frenetico che non concede tregue come lo SPAV o il Pip Boy, strumenti che in tutta la saga bloccavano l’azione lasciando respiro al giocatore, mentre qui rischiano di diventare il vero ago della bilancia tra la sopravvivenza e la morte. Quando si è a corto di Stimpak, infatti, aprire il menù delle provviste per curarsi richiede quei secondi preziosi di totale vulnerabilità che potrebbero essere troppi mentre si è sotto attacco, per questo una buona preparazione diventa ancora più essenziale in questo capitolo: doversi districare tra alimenti avariati, carne cruda e provviste realmente curative non è affatto semplice, complice anche una lentezza nella risposta che può portare facilmente all’errore.

Come l’equipaggiamento, anche le provviste hanno una barra delle condizioni che diminuisce col tempo: per sopravvivere infatti bisogna non solo mantenere alta la barra della salute, ma anche rifocillare il proprio personaggio con acqua e cibo costantemente; gli alimenti crudi comportano però il rischio di contrarre malattie dannose per le prestazioni, il recupero della salute e la necessità di alimentarsi, mentre quelli cucinati sono appunto soggetti a un rapido deterioramento che costringe a una costante ricerca di provviste e legna per la cucina da campo.

Le malattie possono arrivare anche in seguito a radiazioni alte, immersione in acqua sporca o dormite su sacchi a pelo per terra o letti all’aperto: insomma, il proprio alter ego è vivo e ha bisogno di essere costantemente salvaguardato, perché, come dice la guida di sopravvivenza dell’Appalachia, “fame e malattie possono essere letali quanto un Deathclaw”.

Tra gli aspetti che si confermano ancora in fase di lavorazione c’è sicuramente la questione framerate, decisamente da migliorare e rendere più stabile, soprattutto in vista di una release che dovrebbe ospitare più giocatori contemporaneamente. Al di là degli scatti fastidiosi in un titolo del genere, i combattimenti più concitati subiscono lag che traslano personaggi e nemici di diversi metri improvvisamente, bug che rendono le proprie armi incapaci di infliggere danni per qualche secondo e freeze con riprese accelerate che alla lunga fanno un po’ girare la testa. Ovviamente si tratta di un ambiente di test che serve proprio a raccogliere dati su problemi del genere per evitare che appaiano nella versione finale del gioco, quindi cerchiamo di rimanere ottimisti e fiduciosi che gran parte di queste imperfezioni rimangano legate a questa fase di B.E.T.A.. Quello che anche nelle migliori delle ipotesi non cambierà drasticamente è l’aspetto estetico del gioco, che richiama in tutti gli asset, gli ambienti e le animazioni quanto già visto in Fallout 4 senza alcun upgrade, se non qualche leggera miglioria nelle versioni Xbox One X e PS4 Pro, sicuramente più rifinite. L’impatto visivo lascia un po’ a desiderare quindi, ma considerando il peso che ha una mappa così grande sulle prestazioni di gioco va bene così, a patto che questo sacrificio porti davvero un framerate stabile e soddisfacente alla fine dei conti.

Tirando le somme di queste sessioni, Fallout 76 ci ha lasciati con la voglia di vederne di più, di giocarci ancora, di mettere le mani sulla release finale e di poter accedere al fantastico mondo del West Virginia post guerra senza limiti di tempo e orario: un enorme passo in avanti rispetto all’anteprima di un mese fa, che ci aveva lasciati confusi, disorientati e perplessi.

Dopo il Commonwealth e la Zona Contaminata, adesso tocca all’Appalachia conquistare i cuori dei fan e non solo: al 14 novembre manca pochissimo, allacciate i Pip Boy e preparatevi alla giornata della Rigenerazione.

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