Valve: fra finto puritanesimo e assenza di controlli

By |maggio 22nd, 2018|Categories: SPECIALI|Tags: |
– Negozio di videogiochi eh? Ho solo una domanda da fare: che razza di negozio di videogiochi è pieno di donnine semi-nude con le orecchie e la coda da gatta?
– Ehm, sì, già… Il miglior negozio di videogiochi della città!
Dio, ringrazio davvero l’esistenza dei Simpson, fonte inesauribile di citazioni e ispirazioni quando non si sa più davvero cosa dire. Avrei potuto anche sfruttare la classica battuta detta da Helen Lovejoy, quel famoso “I bambini, perché nessuno pensa ai bambini” sarebbe stato in fin dei conti la reazione sarcastica perfetta, ma davanti ai venti di censura paventati da Valve e saliti alla ribalta grazie ai tweet di software house o publisher come MangaGamer, Huniepot e Lupiesoft, è impossibile non rivedere nell’azienda di Bellevue un cupo Rex Banner, mentre Boe e i suoi clienti sarebbe ovviamente interpretati dalle migliaia di giocatori a cui non andrebbe affatto a genio questa nuovo proibizionismo 2.0. Per chi si fosse lasciato sfuggire la news trapelata in questo weekend, pare infatti che Gabe Newell e soci stiano rivedendo la propria policy in fatto di contenuti espliciti e, a causa di questi vincoli più stringenti, nelle caselle mail di alcuni dev specializzati nella realizzazione di giochi “ecchi” – mi scuso anticipatamente per la generalizzazione – sono stati recapitati dei messaggi piuttosto diretti, minacce nemmeno troppo velate di rimozioni di titoli che non rispetterebbero le norme concernenti il presunto materiale pornografico. 
Questo è solo l’inizio di una vicenda piuttosto fumosa, che Valve stessa pare stia già ritrattando: gli stessi team di sviluppo contattati in prima battuta hanno ora confermato che le proprie opere non corrono più un rischio immediato, ma che sono solamente in corso delle nuove verifiche sui contenuti più o meno espliciti presenti nei titoli. Esattamente, quali sono queste produzioni peccaminose? Stiamo parlando ad esempio di Mutiniy!!, visual novel creata da Lupiesoft, dove le figure femminili presenti di certo non vincerebbero un concorso indetto dalla buoncostume, oppure la serie di Nekopara, firmata da NEKO WORKs, in cui le protagoniste sono avvenenti e ammiccanti ragazze, mezze umane e mezze gatte. Il punto in questione su cui occorre però focalizzarsi, prima ancora che sviscerare screen per screen i contenuti dei giochi messi sotto giudizio, sono le date di pubblicazione di tali opere: nessuna di esse è infatti approdata sul negozio di Valve in tempi recentissimi, ma con qualche differenza di mesi, si sta parlando di opere vendute da oramai svariati anni. A questo punto sorge però una domanda inerente al sistema di controllo operato da Valve: se questi titoli hanno superato il check, come mai a distanza di tempo ci si accorge dei contenuti (presumibilmente) pornografici? Vorrei avere una risposta pronta, ma la realtà è che le politiche sui contenuti al momento della pubblicazione di un titolo sono veramente vaghe e non vanno oltre delle generiche – e giuste – raccomandazioni sulla totale assenza di materiale sensibile, senza però indicare effettivamente fino a che punto possa spingersi l’asticella. Delle cosce scoperte sono permesse? Reggiseno e mutande? Si sta parlando di atteggiamenti o proprio in modo oggettivo di parti del corpo scoperte? Difficile dirlo, nemmeno Valve stessa ha mai indicato dei chiari paletti. In un post apparso sul proprio blog, MangaGamer spiega come la pubblicazione di Kindred Spirits – altro titolo che potrebbe sparire e che in realtà non ha nulla di realmente pornografico – sia infatti avvenuta in stretta collaborazione con Valve, tanto che gli asset grafici sono stati valutati singolarmente uno alla volta. 
Se si guarda al poi passato, la storia di Steam in merito alla questione fa sorgere dei seri dubbi in merito ad una reale volontà di controllo su ciò che ogni giorno viene venduto: qualcosa viene censurato, qualche titolo è stato tolto dallo store, ma al loro posto ne sono sempre giunti a decine su cui nessuno ha mai sollevato un dubbio. Sono abbastanza famosi i casi di House Party e Strangers in a Strange Land. I due giochi sono qualitativamente molto discutibili, giusto per essere gentili, ma circa un anno fa hanno attirato l’attenzione su di sé, rei di aver mostrato donne che lasciavano ben poco spazio all’immaginazione. Proprio grazie alle controversie sorte, entrambi i giochi raggiunsero una certa fama, ma si sa che in certi casi è meglio non dare troppo nell’occhio e con la notorietà giunse infatti anche un bel ban. Per un po’ di mesi, sia House Party che e Strangers in a Strange Land sparirono dai radar, per poi tornare grazie a dei veri e propri colpi di genio: SOMG, quelle volpi dietro a Strangers in a Strange Land, pensarono bene di inserire dei cartelli rossi con su la parola “Censored” durante le scene più esplicite, solo che questi banner occupano esattamente tutto lo schermo. Al team non devono però piacere le mezze misure, perché ad esempio i capezzoli delle donne dalla proporzioni anatomiche quantomeno dubbie sono stati oscurati con due piccoli cuoricini. A posto così, tutti amici come prima, e se le parti intime prudono si può sempre scaricare la patch che sblocca anche i momenti catartici, patch tranquillamente linkata in un thread sulla pagina del gioco direttamente su Steam. Umorismo a parte, è evidente come Vale non abbia mai seriamente affrontato il problema, intervenendo di volta in volta a macchia di leopardo laddove vi fossero delle segnalazioni, lasciando poi passare invece altro materiale ben più delicato. 
A molti di voi suonerà famigliare il nome di Hatred, titolo sviluppato da Destructive Creation, finito nell’occhio del ciclone per la sua estrema e poco giustificata violenza. Questo non è il processo di Hatred, si potrebbe stare qua a discutere a lungo sulla necessità o meno di contestualizzare la violenza, ma quello che lascia pochi dubbi sui non-filtri adottati da Valve è la presenza di alcune mod del gioco in questione, come Furhy, dove si vestono i panni di Hitler stesso, Hatred Valentine’s Day Massacre o, ancora, Refugee Simulator, dove il protagonista è un presunto attentatore dell’Isis, che agisce indisturbato mentre in sottofondo risuona la propaganda dell’auto-proclamato califfato. L’elenco potrebbe proseguire a lungo, tornando alla presunta questione morale sulla pornografia, si potrebbero citare i vari Boobs on Island o Milky Boobs, perché Steam è davvero zeppo di prodotti in cui non c’è nulla oltre al guardare delle avvenenti donne, che spesso vanno a quattro frame o hanno tre texture in croce, perché sono davvero “cose” fatte con due soldi con la sola volontà di monetizzare sulle controversie. L’errore più grave sarebbe però quello di scadere nei due estremi, da un lato accettando che in nome della totale libertà di espressione tutto possa essere creato e venduto e che l’indicazione del PEGI – cosa che tra l’altro Valve nemmeno richiede – sia sufficiente a garantire la conformità del target del pubblico, dall’altro censurando in modo indiscriminato e anche piuttosto aleatorio delle opere per il solo fatto che veicolerebbero del materiale per adulti, non necessariamente pornografico. 
La strada intrapresa da Valve, fermo restando che bisognerà attendere i futuri chiarimenti, è errata sia per modalità che per tempistiche: perché accorgersi solo ora di ciò che è presente in quantità industriale sullo store, per di più da svariati anni? Per quanto parziale, su Reddit c’è la risposta: in un thread creato dall’utente u/gyrotur viene infatti citato il National Center on Sexual Exploitation, un’organizzazione no-profit americana conservatrice e vicina al partito repubblicano, la quale avrebbe fatto pressioni su Valve in merito a policy più stingenti sui contenuti espliciti. È difficile pensare che una sola associazione possa esercitare così tanto potere, ma guardando sul sito della NCOS, sono gli stessi membri a prendersi gli onori delle regole più severe adottate su Steam. La dichiarazione viene da un loro stesso post: “BREAKING NEWS! Steam, the Walmart of online video game distribution, with over 35 million users who are children and teenagers, just contacted several videogame developers asking them to cover sexually graphic content in their games on Steam or face delisting. This sudden action by Valve, parent company of Steam, comes after a two-year aggressive campaign by the National Center on Sexual Exploitation”. 
La campagna protratta dall’associazione può solo in parte giustificare l’azione di Valve, ma è interessante approfondire maggiormente la natura di questa NCOS. Bastano pochi click sulla loro pagina web per scoprire come la battaglia dell’organizzazione contro Steam sia un affare di lunga data, tanto che il negozio digitale era stato inserito lo scorso anno nella Dirty Dozen, un insieme di attori rei secondo la NCOS di fare profitti e di facilitare la diffusione di materiale sessualmente esplicito: di questo gruppo fanno tra l’altro parte Amazon, HBO, Youtube e Twitter. Ancora una volta i Simpson sono la metafora migliore: “Old man yells at cloud”, perché il National Center on Sexual Exploitation, precedentemente conosciuto come Morality in Media, è davvero lontano anni luce dalla realtà videoludica e ha tutti i connotati di un consiglio di vecchi soloni dediti a valutare arbitrariamente ciò che è moralmente lecito e ciò che invece è figlio del diavolo. Il paragone biblico non è poi casuale: alla sua nascita, Morality in Media fu infatti fondato da Morton A. Hill, un padre gesuita, dal rabbi Julius Neumann, e da Robert Wiltenburg, un pastore Luterano. Dando un’occhiata al board odierno, non sorprende poi il fatto che l’attuale CEO, Patrick Trueman, sia stato dal 1988 al 1993 a capo del Child Exploitation and Obscenity Section, una divisione del dipartimento di giustizia americano ai tempi di Regan e Bush senior. Addossare tutti i “meriti” alla NCOS è un’evidente esagerazione, ma fa riflettere come tali campagne provengano da ambienti totalmente avulsi dall’universo dei videogiochi e che, per quanto possano anche avere una giustificazione di fondo, perdono immediatamente qualsiasi tipo di buon senso a causa dell’ennesima caccia alle streghe che non porrebbe in alcun modo rimedio a dei difetti strutturali innegabili. Proprio per evitare tali deliri in stile Grande Inquisitore, dovrebbe essere Valve stessa a farsi promotrice di una seria campagna di controllo su ciò che viene venduto su Steam, non tanto nel nome di un finto perbenismo da età Vittoriana, dove basta un lembo di pelle scoperta per gridare allo scandalo, quanto piuttosto in un’ottica di miglioramento del servizio, in cui non è più sufficiente sborsare i 100 euro dello Steam Direct per approdare tranquillamente sullo store.






L’autore di questo articolo non ama – proprio per usare un eufemismo – i titoli con un character design estremamente sessualizzato e ancora guarda con una certa vergogna i due Neptunia finiti per sbaglio sulla sua libreria di Steam. L’autore di questo articolo è però profondamente convinto che la caccia alle streghe produca gli effetti opposti rispetto a quelli prefissati e che affidarsi a fantomatiche associazioni conservatrici vicine alla right-wing americana sia estremamente sbagliato, perché di censure tout court non ce n’è davvero bisogno. In casi come questi si sa dove si inizia, ma non si sa mai dove si va a finire e un giorno pure la serie di The Witcher o quella di Mass Effect potrebbero finire nel braccio dell’inquisizione. Anche questa nuova polemica fa parte però di una realtà analizzata in più occasioni, ossia quella di una mancanza di reali filtri posti da parte di Valve stessa, dove le linee guida sul materiale esplicito non è definita con chiarezza, dove spesso sono adottate soluzioni temporanee, in cui si cerca di porre dei rimedi quando scoppiano singoli casi, ma in cui si scorge la totale assenza di una veduta d’insieme e una reale mancanza di volontà
nell’affrontare il problema di ciò che finisce su Steam.