Metal Gear Survive, la recensione dello spin-off di Konami

By |febbraio 27th, 2018|Categories: RECENSIONE|Tags: |

Non vi dirò che è stato difficile valutare Metal Gear Survive, perché il prodotto parla per sé, senza doversi lasciare andare a inutili dietrologie o valutazioni che esulano da quelle che sono le offerte ludiche del prodotto. Accendere la console, o il PC, e lanciarsi nell’esperienza di Metal Gear Survive non sono azioni che si lasciano condizionare da Hideo Kojima, da chi c’era prima, da chi ci sarà e da chi non c’è più. Come al solito – e concedetemi questa critica molto sterile – informarsi in maniera malsana condiziona molti pregiudizi, come per esempio la tanto vituperata notizia riguardante l’acquisto di un secondo slot di salvataggio, un’azione assolutamente non necessaria e che può essere aggirata con l’utilizzo delle monete in game, utili anche per altri tipi di potenziamenti: per questo, in questo articolo, l’intenzione è unicamente quella di raccontare Metal Gear Survive, quello che offre, senza perdere tempo in ipotesi di complottismi e di altri elementi che vanno fuori dall’esperienza nuda e cruda.

A difesa della Mother Base
Ci troviamo catapultati in una dimensione parallela a quella che abbiamo conosciuto in Metal Gear Solid: la Mother Base è stata risucchiata da un wormhole e si ritrova in un ambiente dantesco, sospesa tra un cumulo di macerie e assalti dei Vaganti, umani che si ritrovano trasformati in zombie e dotati di uno strano cristallo sulla punta della loro testa: quello è diventato il loro cuore, all’interno del quale si trova l’energia Kuban, la benzina di tutto ciò che gira intorno alla città di Dite, la medesima che Dante aveva descritto nell’Inferno della Commedia. In questo mondo completamente corrotto il nostro avatar, un soldato risvegliatosi in questa realtà parallela contro la propria volontà, si farà forza della presenza di Vergil, un’intelligenza artificiale che ci condurrà attraverso le varie missioni della modalità single player, il cuore dell’attività di Metal Gear Survive. Lo sviluppo della trama è pesantemente didascalico, senza offrire nulla di sorprendente e nessun tipo di colpo di scena: manca il colpo di genio, manca la trovata originale che possa dare una sferzata vincente a una narrazione composta da dialoghi che provano a essere illuminanti, ma che non strappano nemmeno un sorriso. Il ritorno a casa è raccontato in maniera troppo sibillina, come se a volte i protagonisti si dimenticheranno qual è la loro reale ragion d’essere. 
Di missione in missione, quindi, dovremo non solo accrescere la nostra forza militare, ma anche potenziare il nostro campo base, fondamentale per tenere alto l’aspetto survival del titolo. Metal Gear Survive, d’altronde, è proprio questo: sopravvivenza. Avremo insieme con noi degli indicatori che ci accompagneranno in ogni momento della nostra avventura indicandoci il livello di fame, di sete, della stamina e chiaramente della vita, oltre all’ossigeno, nel momento in cui ci dovremo infilare nelle regioni coperte dalla Polvere. Attraverso due diverse mappe, quindi, le missioni si distinguono in due macrosezioni: quelle di recupero di altri membri dell’equipaggio e quelle di difesa degli escavatori o dei wormhole. Per quanto riguarda le prime non dovrete fare altro che lanciarvi nella ricerca di corpi esanime sparsi per la mappa e segnalati da Vergil, caricarli in spalla e portarli con voi fino al teletrasporto più vicino, per condurli fino alla Base: qui potranno essere assegnati a diverse attività, andando a incrementare lo sviluppo di un Campo che a breve vedremo cosa può fornirvi. Dall’altro lato, invece, Survive indossa le vesti di un vero e proprio tower defense, costringendovi a difendervi dall’assalto e dalle ondate dei Vaganti bramosi di conquistare le vostre energie e distruggere l’escavatore in attività. In queste sessioni si esalta, purtroppo, l’assenza di un gameplay realmente in linea con quelle che sono le mire del titolo: avendo mantenuto gli assets e anche la maggior parte degli elementi da Metal Gear Solid V, il titolo decide di affrontare le ondate di zombie con una pesantezza dei movimenti più consona ad approcci tattici-stealth, il che risulta in un contrasto evidente. Essendo chiamati a un crafting estremo quando ci serviranno i vari tipi di proiettili e avendone, quindi, pochi dalla nostra, la strategia più immediata risulterà essere quella di innalzare delle grate di ferro da utilizzare come scudo per assaltare i Vaganti con la nostra lancia: una scena à la The Walking Dead, che sarà efficace all’inizio, ma che verrà vanificata in fasi più avanzate del gioco, quando le ondate saranno copiose e le grate non potranno reggerli tutti. È qui, quindi, che molotov, granate, esche, trappole e quant’altro diventeranno assolutamente efficace ai fini di difendere il vostro escavatore e tornare alla Base con l’energia sufficiente per provare ad aprire il wormhole e tornare a casa.

La gabbia per le capre
La vostra base, come detto, vi servirà non solo come punto di ricovero tra una missione e l’altra, soprattutto quando il vostro ossigeno starà terminando, ma dovrà anche essere curata e potenziata per poter risolvere alcune problematiche che nelle prime ore di gioco si paleseranno ripetutamente. Tra queste la necessità di mantenere percentuali sempre alte degli indicatori di fame e sete: all’inizio dovrete accontentarvi dell’acqua sporca e della semplice carne di capra o di lupo grigio, ma con l’avanzare dell’esperienza potrete arrivare a realizzare dei campi di mais, di patate e di cipolle, ad allestire un arrostitore e anche un punto di cottura più elaborato, che vi permetterà di realizzare dallo stufato di patate al puré, alimenti che non soddisfano soltanto la fame, ma anche la sete. Allo stesso modo, una volta sbloccata la possibilità di costruire una gabbia per le capre, tramite l’amatissimo Fulton, che in Metal Gear Solid V ci spingeva a lanciare in aria qualsiasi cosa possibile, potremo spedire ovini di qualsiasi tipo alla base e far sì che dalla loro permanenza al campo nasca del latte, della pelle e del fegato da cucinare. Insomma, arriverete in circa dieci ore di gioco a realizzare un ecosistema funzionale che non vi fungerà soltanto da hub per la creazione di nuove armi, ma anche di un sostentamento vero e proprio. Da questo punto di vista la componente survival di Metal Gear funziona e affascina, perché sarete sempre curiosi di rientrare alla base per scoprire se il vostro raccolto è pronto o se potete lanciare la vostra squadra esplorativa in una nuova missione di raccolta: a tal proposito non sarete gli unici che potranno andare in giro a cercare oggetti da utilizzare nel crafting, perché avrete la possibilità di allestire una spedizione composta di una sola persona (le restanti vanno acquistate con SV, la valuta in game della quale parleremo a breve) e inviarla a raccogliere oggetti che serviranno e che siete abbastanza sicuri di non poter ritrovare così facilmente. Le preoccupazioni, dal punto di vista della sopravvivenza, sono tante perché molti dei cibi, tranne le storiche razioni, rischiano di avariarsi o comunque di andare a male: pensate al latte, pensate alle cipolle, tutte pronte a infettarsi e a infettare voi, che verrete avvisati da uno specifico alert prima di cibarvi di determinati alimenti. Starà a voi poi nel caso curarvi di conseguenza. Le finezze sono svariate, tutte apprezzabili, così come la gestione dei membri del vostro equipaggio, che dovranno essere assegnati alle varie attività, da quella medica a quella di coltivazione dei campi. Lo scoglio più grande, quindi, sta nel superare le prime ore, quando trovare del cibo sarà estremamente complicato e per evitare intossicazioni alimentari dovrete persino distillare l’acqua sporca trovata in giro per la vasta mappa di Dite: poi tutto andrà in discesa e anche se gli indicatori inizieranno a darvi qualche problema, avrete sempre adeguate scorte da utilizzare per soddisfare la fame e i vostri bisogni fisiologici. 

La Polvere
Metal Gear Survive, in ogni caso, presenta tantissime problematiche strutturali che vanno a inficiare l’intero prodotto. Oltre alla piattezza proposta dalle missioni di recupero e da quelle di difesa dei vari escavatori, il titolo dopo le prime ore di assestamento diventa estremamente monotono: un andare da un punto A a un punto B senza alcuna variazione sul tema, se non quella rappresentata dalle rovine, dei veri e propri dungeon che vi spingeranno a scendere nelle profondità di ciò che è rimasto delle due mappe da esplorare. Sebbene l’intenzione sia quella di portarvi a scoprire nuovi elementi dello scenario e della mappa stessa, finirete per il ritrovarvi in una serie di cunicoli che non fanno altro che confondervi, dimostrando un level design davvero poco ispirato. Allo stesso modo la componente survival viene terribilmente esasperata quando vi ritroverete ad entrare nella Polvere, all’interno della quale perderete ogni riferimento possibile e non solo dovrete fare attenzione all’indicatore dell’ossigeno, ma sarete anche chiamati al difficile compito di ritrovare la strada giusta per il warmhole più vicino o per il vostro obiettivo: la sensazione di frustrazione diventerà alta, anche perché la vostra stamina scenderà molto più velocemente in condizioni precarie e velocizzare le operazioni di recupero sarà praticamente impossibile. Cercando di tarare il livello di sfida in posizioni così alte si è finiti per rendere faticosa gran parte dell’esperienza, oltre che a volte prolissa. Ad accompagnare tutto ciò ci sarà il tempo di recupero del loot, che se per tutti gli oggetti presenti nella mappa – tantissimi – sarà immediato, per l’energia Kuban recuperata dai Vaganti sarà di quattro secondi, che in proporzione è un’eternità: durante gli assalti e le difese degli escavatori non ci sarà bisogno di recuperarla, perché avverrà in maniera automatica, quindi viene da chiedersi perché non impostare un sistema capace di farlo sempre, così da evitare un’azione che smorza di tantissimo il dinamismo, più di quanto non faccia il dover strappare la carne di una capra dal corpo morente dell’ovino. Con la suddetta energia potremo aumentare il nostro livello, sbloccando dei punti abilità che ci forniranno uno sviluppo leggermente sensibile del nostro personaggio: punti vita, punti forza, punti resistenza e qualche abilità che sporadicamente sarà utile con le pochissime armi a disposizione del nostro inventario. La particolarità, in ogni caso, di Metal Gear Survive è la capacità di reinventarsi dopo dieci ore di gioco, trasportandoci in una città completamente diversa dalla precedente, come vi avevamo anticipato nelle nostre prime impressioni, e di farlo nuovamente nell’end-game, concedendoci nuove missioni e anche delle sottoclassi con le quali divertirsi nelle sub-quests. Chiudiamo l’analisi dei punti negativi sottolineando che molte delle animazioni proposte ci sono risultate tendenti al ridicolo: lupi o comunque animali leggermente più agili dei montoni che saltavano come molle una volta colpiti, così come l’IA dei Vaganti ci ha disarmato a più riprese. Non ci dilungheremo ulteriormente, invece, sul riciclo degli assets da Metal Gear Solid V: è una pratica che non è nuova e che Konami già con Portable Ops aveva eseguito prendendo a piene mani da Snake Eater. Segnalarla come una negatività ci sembra davvero sterile: piuttosto avremmo gradito avere qualche elemento di schivata in più e non la classica scivolata a terra di Big Boss, completamente inutile in un ambiente non stealth, ma più votato all’action.

Tutti insieme
Tutti i progressi che otterrete nel corso del single player potrete traslarli nel multiplayer, che inizialmente era stato presentato come il cuore dell’attività di Metal Gear Survive, salvo poi ritrovarsi nel ruolo di costola più che valida. Il comparto multigiocatore si basa su delle missioni in cooperativa, che vi daranno la possibilità di assemblare la vostra squadra e scendere in campo per difendere il vostro estrattore di energia Kuban. L’obiettivo è uguale a quello già spiegato nel corso della modalità single player, ossia resistere alle ondate che vi assalteranno e sfruttare trenta secondi di stasi per difendere il vostro escavatore dalla successiva: potrete sia piazzare degli elementi difensivi che preparare delle trappole, nella medesima maniera di quanto spiegato poc’anzi. Qui saranno utilissimi, come d’altronde anche in quelle loro sporadiche apparizioni nel single player, i Walker Gear, letali bipedi da utilizzare come in un FPS grazie alle loro torrette. Giocare in coop non solo vi donerà un boost di energia Kuban, che potrete poi riutilizzare nella modalità single player, ma otterrete anche un loot raro, da riutilizzare nelle vostre attività di crafting. Le missioni multiplayer, purtroppo, soffrono di un’alta dose di monotonia, più di quanto avvenga nella modalità single player, dove la gestione della base vi permette di avere una gestione più variegata e un’offerta più interessante. In ogni caso l’esperienza in compagnia di altri tre amici è appagante, per le prime occasioni, e riuscirà a donarvi qualche interessante variante all’esperienza in solitaria nelle lande di Survive. A tal proposito si sottolinea come diventi essenziale adoperarsi anche in ruoli non espressamente detti, quindi sottintesi: essere pronti a rianimare un compagno, attivarsi per essere il camper di turno o l’assaltatore armato di mazze pesanti dovrà essere la base della vostra strategia, per evitare che il vostro accampamento venga assaltato dai Vaganti. Il comparto tecnico, infine, si presenta molto solido grazie al Fox Engine, che non ha bisogno di presentazioni: la campionatura sonora appartiene a quella che abbiamo già conosciuto in Metal Gear Solid V e non stona con il resto dell’esperienza, che dal punto di vista visivo pianta bene i piedi a terra e non dà spazio a incertezze o imperfezioni.


– Le meccaniche survival funzionano
– La campagna single player ha una buona struttura


– Estremamente scolastico e ripetitivo
– Alcune animazioni completamente irreali
– Combat system inadatto ad alcune situazioni


7.0

Metal Gear Survive è un titolo con diversi problemi, ma anche con qualche feature interessante. Nelle prime ore l’entusiasmo per un ecosistema survival ben funzionante viene quasi subito sostituito da una ripetitività di fondo e da un’evoluzione scolastica del genere che esalta la monotonia del prodotto. Le uniche azioni che vi daranno reale soddisfazione sarà allestire un ovile o una piantagione di patate, oppure arrivare a trovare la ricetta per lo stufato di cipolle. Elementi che possono far sorridere, ma che non riescono a cambiare le sorti di un prodotto che non ha colpi di genio, non ha sferzate verso l’alto e che si limita a portare a casa il compitino, a volte in maniera anche abbastanza frustrante a causa di un gameplay per niente in linea con quella che è la richiesta videoludica del genere sposato.