Lake Ridden

By |maggio 10th, 2018|Categories: RECENSIONE|Tags: |
Dal seminale Dear Esther fino al sorprendente Gone Home, le forme dello storytelling nei videogiochi si sono adattate al modo che è più congeniale a questo medium per parlare al giocatore e farlo sentire coinvolto nelle vicende narrate. Ne è nata una fitta schiera di walking simulator, spesso criticati per l’assenza quasi totale di elementi forti di gameplay che potessero far presa su chi vorrebbe essere molto più attivo e meno spettatore; al contempo il genere si è espanso in diverse direzioni, offrendo novità in grado di variare una formula spesso invisa a molti utenti. 
Lake Ridden è proprio figlio di questa evoluzione, orgogliosamente distante dall’immobilismo delle prime opere che sperimentarono un modo diverso di raccontare delle storie.
Sisters
Gli sviluppatori lo hanno specificato sin da subito per non incappare nelle solite domande: Lake Ridden non è né un walking simulator, né un horror in prima persona. Si tratta piuttosto di un’avventura investigativa story-driven letteralmente infarcita di enigmi, tra il soprannaturale e il misterioso. 
La vicenda è ambientata nell’88 e mette in primo piano Marie, una ragazzina tredicenne alla ricerca di sua sorella. Siamo in quel periodo dell’anno in cui la calura estiva inizia a cedere il passo al primo brio autunnale, in quei giorni che sono l’ideale per salutare la bella stagione con un campeggio. La protagonista si unisce, un po’ riluttante, alla sorella più piccola e ai suoi amici, i quali decidono di passare del tempo nei pressi di un bosco, nelle terre selvagge del Maine. La seconda notte, un alterco tra le due si traduce in una fuga stizzita della più piccola; Marie decide dunque di andarla a cercare nella foresta, fino quando d’improvviso s’imbatte in una vecchia tenuta abbandonata. Per risolvere lo strano mistero in cui incapperà e riunirsi infine alla sorella, Marie dovrà seguire una serie d’indizi, risolvere parecchi enigmi e comunicare coi vecchi residenti. 
La storia alterna buoni momenti ad altri in cui i ritmi calano vertiginosamente, con una grande parte centrale che francamente diluisce un po’ la narrazione e manca di mordente.
È difficile che possiate perdere per strada dei dettagli – anche secondari – della trama, perché gli ambienti di gioco, sebbene siano piuttosto ampi, sono in realtà delimitati ed è sostanzialmente impossibile smarrirsi e passare sbadatamente accanto a dei punti sensibili. 
Nello sciagurato caso in cui dovesse accadere, i continui blocchi che vi si pareranno innanzi vi costringeranno a fare retromarcia per capire bene in che modo possiate superare le fasi di sbarramento, solitamente strutturate secondo lo schema “trova gli indizi, renditi bene conto di ciò che devi utilizzare, risolvi il rompicapo”. 
The Lake of Riddles
Lake Ridden, da quanto emerso dalla volontà degli sviluppatori e da come abbiamo avuto modo di constatare, vorrebbe avvicinarsi sia a The Vanishing of Ethan Carter per affinità narrative, sia a Myst per lo stile degli enigmi. Pur non eccellendo, in parte il titolo di Midnight Hub ci riesce, costruendo una buona atmosfera e allestendo dei rompicapi davvero ottimi. Non è sbagliato identificare Lake Ridden come un puzzle game, perché in fin dei conti l’alto numero delle fasi di sbarramento e la complessità degli enigmi non lasciano spazio a dubbi, eppure l’impasto che ne viene fuori gli dà un sapore differente, capace persino di mitigare alcuni momenti frustranti che emergono durante i tentativi ripetuti di arrivare alle soluzioni. I puzzle sono davvero ben congegnati: si basano sulla logica, sull’intuizione, stimolano il pensiero laterale, obbligano il giocatore a non focalizzarsi solo su una schermata fissa e taluni hanno anche un più ampio respiro all’interno delle aree. Si pensi ad esempio all’andirivieni che l’utente dovrà fare tra i punti focali sparsi nella parte superiore e inferiore del grande giardino, a come dovrà interpretare gli indizi e in che modo dovrà tradurli per azzeccare le posizioni dei glifi e le giuste angolazioni. O ancora, alla logica stringente che dovrà utilizzare nelle scatole a bottoni, che lasciano spazio a improvvisazioni ma mai ad errori. 
Lake Ridden funziona bene e sa coinvolgere, nel complesso. A patto che siate ben disposti a superare le 6-8 ore canoniche che servirebbero per completare il gioco; in realtà potrebbero diventare di più, qualora dovesse capitarvi di non superare qualche rompicapo più complicato del solito. Ma non abbiate paura, perché gli sviluppatori hanno pensato a un sistema di suggerimenti (da chiedere solo se ne sentite davvero il bisogno) che partono dal più blando, fino ad arrivare al quarto che è il più palese. Sono insomma dei suggerimenti per gradi, e anche avendoli tutti a disposizione non vi sentirete sempre imboccati come dei bebè.
Graficamente Lake Ridden raggiunge buoni risultati, senza mai toccare picchi d’eccellenza. La modellazione poligonale è nella media, con ambienti senz’altro ispirati ed evocativi, ma alcune costruzioni sono meno definite di altre e qualcosa di un po’ grezzo è rimasto, soprattutto per quanto riguarda l’aliasing (che tende a rimanere – in misura minore, ovvio – anche coi filtri attivati). Buona invece l’ottimizzazione e la fluidità generale: anche con una 780 otterrete senza problemi un frame rate che oscilla tra i 70 e gli 80.
La più grande mancanza è però rappresentata dal supporto del pad: Lake Ridden può essere giocato solo con mouse e tastiera, scelta che oggi, per forza di cose e con l’ampliamento a un’utenza sempre più variegata ed esigente, non è esattamente delle migliori. 

– Buona sia la narrazione, sia la storia messa in scena
– Enigmi davvero ben congegnati, vari e complessi


– Ritmo di gioco estremamente compassato
– Nessun supporto al pad


7.5

Lake Ridden è un’intrigante avventura investigativa story-driven basata più sulla risoluzione di parecchi enigmi che non sull’esplorazione fitta degli ambienti di gioco. La formula funziona piuttosto bene, ma potrebbe non incontrare i favori di chi non riesce a sopportare i ritmi lenti. Il gioco ha infatti una conduzione di gioco estremamente compassata e talvolta stagnante, tanto nella narrazione, quanto in alcune diluizioni dovute alla macchinosità congenita di alcune meccaniche. Tuttavia, merita sicuramente una chance. A patto che conosciate l’inglese.