Home Sweet Home, recensione del survival horror tailandese - SpazioGames

Home Sweet Home, recensione del survival horror tailandese

By |ottobre 31st, 2017|Categorie: RECENSIONE|Tags: |
Quando un utente acquista un prodotto, è logico che si aspetti la sua perfetta integrità, che tutto sia al proprio posto e che non manchi nessun pezzo. Nel nostro settore, di titoli venduti come interi ma che in realtà sono stati privati di grosse porzioni di gioco ce ne sono a bizzeffe, e tutti sanno ormai che prima o poi, quasi sempre, arriverà una definitive edition con tutto ciò che nel prodotto avrebbe dovuto esserci sin dall’inizio.
Il pubblico lo sa e fa buon viso a cattivo gioco perché questa pratica, in fondo, l’ha accettata: continua ad acquistare senza mai ribellarsi concretamente e mettere un lucchetto al proprio portafogli. 
Bene, pensate adesso a un fenomeno ancora più bizzarro: pensate, per l’appunto, se doveste arrivare ai titoli di coda per scoprire solo all’ultimo che quel gioco, in realtà, continua in una seconda fantomatica puntata che non si sa né quando uscirà né tantomeno se è già in fase di produzione.
Home Sweet Home, come già successo con un altro horror tailandese chiamato DreadOut, decide infatti di lasciarvi letteralmente appesi al dubbio più grande e rimandarvi “alla prossima puntata”, sospendendo il finale.
Un risveglio inaspettato
Il gioco inizia con Tim che si risveglia in una camera da letto che non è la sua, quando smarrito e stordito chiede a se stesso dove si trovi. Le stanze successive sono composte da mobilia che non riconosce, e lungo i corridoi, attraverso enormi macchie di sangue sulle pareti, sbuca fuori un demone rancoroso dalle sembianze di una giovane studentessa armata di taglierino, che vaga senza darsi pace e vi dà la caccia.
Sembrerebbe solo un banale pretesto per immergervi nella solita situazione dove l’orrore diventa ben presto abitudine e il contesto si rivela forzato, ma quando dopo la sezione iniziale vi risveglierete nel sottoscala di casa vostra, con vostra moglie sparita da giorni e i fogli del suo diario che rivelano un malessere inesplicabile, capirete che in Home Sweet Home c’è qualcosa in più rispetto a gran parte dei titoli indie del genere. Perlomeno, a livello narrativo. 
Se a ciò aggiungete alcuni elementi del folclore tailandese, e la capacità di saper dosare i ritmi e di incuriosire, ecco come un indie apparentemente scontato si trasforma in un’avventura accattivante. Ed ecco anche come – al contempo – aumentino la rabbia e il senso di insoddisfazione per il finale in sospeso, che taglia la gambe all’intero gioco.
Al di là di questa pessima scelta, Home Sweet Home si configura come un horror composto essenzialmente da due fasi distinte: una all’interno dell’appartamento, dove bisogna indagare sugli affari di famiglia e sulla vita privata della moglie scomparsa, e l’altra in cui bisogna sopravvivere alle minacce che ci sbarreranno la strada (che in sostanza sono solo tre, un vero peccato per la poca varietà).
Sebbene quest’ultima fase risulti essere mal assortita, con ambienti che non hanno la minima concordanza logica, c’è dietro una motivazione di fondo in grado di giustificare questa mescolanza disomogenea. Tuttavia rimane una debolezza strutturale di fondo che rende Home Sweet Home un collage privo di sezioni di raccordo. La sensazione è rafforzata da una conduzione di gioco a compartimenti stagni, con una seconda parte dell’opera pesantemente improntata allo stealth.
Dalla Tailandia con orrore
Considerando che Home Sweet Home non consente di difendersi, ma solo di trovare riparo negli armadietti o nelle giare disseminate lungo le stanze, si capisce quanto lo stealth sia un elemento primario di gioco. Tuttavia alcune ronde nemiche sono mal calcolate e potrebbero – complice l’IA avversaria non proprio brillante – creare qualche grattacapo. 
Home Sweet Home rimane però sempre stimolante e vi spinge a ideare i vostri metodi ideali di evasione, riesce a creare una buona atmosfera e non abusa di troppi jumpscare. Alcuni di essi non sono nemmeno prevedibili e tutto sommato ben si sposano con dei momenti specifici di gioco carichi di pathos; taluni, invece, hanno il doppio scopo di spaventare e di rappresentare alcune immagini di folclore mistico tailandese, declinandole in chiave ancora più terrorizzante ed esasperando le fattezze delle mostruosità.
Home Sweet Home dura dalle quattro alle sei ore circa, a seconda del vostro stile di gioco; offre un’interazione ridotta all’osso e funzionale al solo reperimento e utilizzo di oggetti chiave e file di testo. Questi ultimi, oltre a guidarvi lungo le diverse fasi della storia, consentono di immergervi alla grande nell’atmosfera davvero particolare dell’opera, che non somiglia in effetti ad altri titoli del genere e riesce tutto sommato a scavarsi una nicchia in cui risiedono pochissimi titoli, tra cui il già citato DreadOut
Buoni invece gli enigmi, che pur non presentando particolari picchi di asperità, riescono a impegnare, soprattutto grazie ad alcune logiche che stimolano il pensiero laterale. È inoltre da sottolineare che le soluzioni dei puzzle sono procedurali, pertanto a ogni partita (o caricamento) incapperete in qualche rompicapo di sbarramento che necessita di una soluzione da trovare in un’unica sessione di gioco, senza che possiate aiutarvi con video o altre fonti esterne. Peccato che ce ne siano pochi e che il titolo rimanga tutto sommato nella sua “comfort zone” senza rischiare granché, lasciandovi con la curiosità di come vada a finire la vicenda.
Tecnicamente siamo su discreti livelli, con una buona modellazione poligonale di personaggi e ambienti (soprattutto se consideriamo che si tratta di un piccolo team di sviluppo). Non ci sono tentennamenti, il tearing è una rarità e in generale si ha sempre una buona solidità. Sono presenti diverse texture in bassa risoluzione, ma gli ambienti generalmente immersi nel buio aiutano a notare meno questa oggettiva mancanza di qualità.
Si tratta in definitiva di un discreto horror, che visto il periodo in cui ci troviamo potrebbe intrattenervi per la serata di Halloween… A patto che digeriate la pessima scelta adottata nel finale.



– Buona mescolanza di folclore ed elementi di gioco classici e moderni
– Enigmi procedurali e ben realizzati
– Buona atmosfera, con jumpscare non scontati


– Imperdonabile la scelta di lasciare il finale in sospeso
– Un po’ troppo stealth, che smorza la tensione
– Qualche calo di ritmo


7.0

Home Sweet Home è un survival horror in cui non avrete modo di difendervi e potrete solo nascondervi, una sorta di “classico moderno” in salsa tailandese. La vera novità è rappresentata dalle fasi stealth, che soprattutto nella seconda parte diventano essenziali, rivelandosi fondamentali all’interno dell’offerta di gioco. Ottima anche la rappresentazione del folclore più cupo del Paese; peccato per il finale incompiuto, rimandato a data da destinarsi assieme alla seconda parte (e ultima, si spera) della storia.

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