Doom, la recensione della versione Switch

By |novembre 9th, 2017|Categories: RECENSIONE|Tags: |
Il travolgente successo che Nintendo Switch sta riscuotendo in questi suoi primi mesi di vita sul mercato ha portato molti sviluppatori di terze parti ad annunciare, un po’ a sorpresa visto l’andazzo di Wii e Wii U, una grande quantità di uscite, tra porting e versioni rivedute e corrette di titoli tripla A, così da ampliare la libreria della neonata della casa di Kyoto.
Bethesda si è segnalata come una delle software house più attive, con un trittico che ha fatto letteralmente balzare sulla sedia gli appassionati della grande N: Skyrim e Wolfenstein 2 arriveranno prossimamente (uno a brevissimo, l’altro nell’arco del 2018), ma il primo a giungere sui lidi Nintendo è Doom, il reboot della storica saga ID che ci ha deliziato lo scorso anno.
Brutto, sporco e cattivo
Lo stupore all’annuncio dell’arrivo su Switch dello sparatutto in prima persona firmato da ID Software fu duplice: non solo c’era curiosità di vedere come se la sarebbe cavata la console Nintendo alle prese con un titolo graficamente molto impegnativo, ma ci si è stupiti anche dell’arrivo di un prodotto tanto violento e sanguinolento su una macchina della casa di Kyoto, sulle cui console, negli ultimi dieci anni, ricordiamo sparuti titoli maturi, tra cui Mad World, Zombi U e Project Zero Maiden of Black Water.
Del porting si sono occupati i ragazzi di Panic Button, team corresponsabile di titoli come Recore e Hob e impegnato a portare su Switch anche Rocket League, tra gli altri: possiamo subito anticipare che il porting è di buona qualità, senza particolari picchi di eccellenza ma anche senza sbavature di sorta, anche se approfondiremo il discorso nel paragrafo dedicato.
Per i pochi che non l’avessero giocato, il reboot di Doom fu una ventata di aria fresca l’anno scorso, perché riportò le lancette dell’orologio indietro di parecchi anni, quando gli sparatutto in prima persona erano frenetici, assai poco scriptati, discretamente difficili e, soprattutto, senza salute rigenerante.
La nostra recensione della versione console, un anno fa circa, premiò il titolo con un 8,5: un voto che, a distanza di tempo, va confermato visto che l’azione incessante e il feeling delle armi erano catartiche, soprattutto in fondo ad una giornata di duro lavoro.
Il complimento più grande che si possa fare al lavoro di Panic Button è che, nonostante un buon numero di compromessi sul versante tecnico, l’essenza che ha reso questo reboot meritevole di attenzione è rimasta sostanzialmente immutata nel passaggio a Switch: l’azione, pur priva dei sessanta frame per secondo, rimane estremamente adrenalinica, e con essa il peso delle bocche da fuoco e la sadica sensazione di piacere nello sventrare un demone dopo avergli piazzato un colpo di fucile in pieno grugno.
L’esperienza di gioco, a livello di modalità, interfaccia utente e contenuti, è identica a quella offerta dalle versioni per PS4 e Xbox One, con la sola eccezione della mancanza dell’editor di livelli, e comprende anche il multiplayer online, che, però, non siamo riusciti a testare nello scarso tempo a disposizione per questa recensione.
Durante i nostri tentativi di connessione, abbiamo trovato i server desolatamente vuoti, visto che il gioco uscirà sul mercato solo domani: il multiplayer, tra l’altro, va scaricato a parte da chi ha intenzione di comprare l’edizione fisica, con un download delle dimensioni di circa 9 GB; chi, invece, optasse per la versione digitale si prepari a far spazio sulla sua SD card, visto che tra la campagna single player e il multigiocatore il titolo occupa oltre 22 GB.
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Pane per ogni tipo di denti
Avendo completato Doom l’anno scorso al livello di difficoltà intermedio dei tre proposti inizialmente, in occasione di questa seconda run su Switch abbiamo optato per la difficoltà più alta…e ce ne siamo pentiti dopo un paio d’ore.
Come per le versioni uscite diciotto mesi fa, anche su Switch il cuore del gameplay e il livello di difficoltà sono rimasti costanti, concedendo assai poco al giocatore in termini di medikit per la salute e protezioni temporanee per il torso.
I demoni sbucano da ogni parte (“escono dalle fottute pareti”, cit.), amano evadere il nostro fuoco e cooperare tra loro, così mentre due cacodemoni ci bersagliano incessantemente da lontano un altro, enorme, tenta di randellarci nei denti da vicino: il segreto è non rimanere mai fermi per più di mezzo secondo, ma anche i più ipercinetici dovranno ricaricare il proprio salvataggio numerose volte, ne siamo certi.
Ai neofiti che non abbiano mai giocato il titolo prima (o non abbiano dimestichezza con gli shooter in prima persona), consigliamo inizialmente la difficoltà più morbida, per poi prendere la mano e cimentarsi con quelle superiori e la modalità Arcade.
Giocando in modalità portatile segnaliamo anche due piccoli inconvenienti, cui si può parzialmente rimediare dal menu delle opzioni: mantenendo la luminosità di default, abbiamo avuto problemi a giocare in modalità portatile in ambienti non perfettamente illuminati, e, secondariamente, abbiamo notato come i testi a schermo siano di un font un po’ troppo piccolo, che costringe a fare degli sforzi per leggere i documenti rinvenuti ed i consigli durante le schermate di caricamento.
Se al primo problema si può rimediare dal menu delle opzioni, aumentando la luminosità a piacimento, al secondo non c’è soluzione, sebbene vada fatto notare come la trama e il lore di questo reboot siano buoni ma non indimenticabili.
Miracoli e compromessi
L’aspetto tecnico era quello maggiormente sotto la lente di ingrandimento, e dobbiamo dire che, nel complesso, non ha deluso: come anticipato qualche riga più sopra, l’operazione di porting è andata perlopiù a buon fine, anche grazie alla scalabilità dell’ID Tech, un motore potente ma snello che fa ben sperare anche per la conversione Switch di Wolfenstein II.
Confessiamo di aver giocato la maggior parte del tempo in modalità portatile, perché, come sempre con Switch, l’attrattiva maggiore è costituita proprio dal replicare in mobilità la qualità di un’esperienza gaming da salotto.
In questi frangenti, Doom gira a 720p e trenta frame per secondo, ovvero la metà rispetto alle versioni PS4 e Xbox One: nonostante questo dimezzamento, l’azione rimane rapida e confusionaria quanto basta, anche se il framerate non è “rock solid”, per dirla all’americana: in qualche frangente abbiamo assistito a cali ripetuti, sebbene non troppo drammatici (nell’ordine di 5-10 fps, ad occhio), in concomitanza con le scene più affollate, con demoni che sbucavano da ogni dove e proiettili che volavano.
L’effetto complessivo è comunque più che positivo, e si passa sopra a delle texture semplificate e ad una mole poligonale non eccezionale quando si ha la possibilità di portare lontano dalle mura domestiche uno degli sparatutto più divertenti e spettacolari del 2016: rispetto a Killzone Mercenary, che fino ad oggi deteneva lo scettro di miglior fps handheld, Doom si dimostra ancora più ambizioso, incurante, a tratti, dei limiti stessi della console ospite.
In modalità handheld, nonostante l’ottima risposta ai comandi, abbiamo poi trovato che la scarsa corsa dei due analogici penalizzi un po’ certi passaggi del gameplay (come l’interazione con gli oggetti e le finisher, che utilizzano entrambe la pressione dell’analogico destro), ma questo è ascrivibile alla configurazione standard di Switch e non al titolo in sé.
In modalità dock, invece, la presenza del mai troppo lodato Pro Controller rende il layout dei comandi virtualmente identico a quello visto sulle console Sony e Microsoft, con tutto ciò che ne consegue in termini di praticità e familiarità: quando collegato alla tv, Doom mostra le medesime incertezze di framerate summenzionate, anche se la loro frequenza (che, lo ripetiamo, non è eccessiva nemmeno in modalità handheld) diminuisce sensibilmente.
Quando connessi al televisore di casa, peraltro, non siamo riusciti a determinare con esattezza ad occhio nudo la risoluzione: per il grosso del tempo ci è parso che questa rimanesse immutata a 720p, ma in determinati livelli avremmo giurato che si fosse innalzata in maniera variabile.
Queste, in ogni caso, sono sottigliezze per maniaci: ciò che davvero conta è che l’azione al cardiopalma non ne esce ridimensionata in maniera eccessiva, e i compromessi da accettare sono pochi in relazione alla bontà del lavoro svolto e del porting tout court.
Nota di merito per i caricamenti, leggermente più lunghi delle controparti per console casalinghe ma decisamente rapidi se rapportati al contesto portatile e al fatto che, a parte quello iniziale per l’intero stage, non ce ne sono altri.

Veloce e cattivo
Portarsi Doom ovunque è un lusso
Compromessi tecnici accettabili


Framerate con qualche incertezza
La versione meno attraente dal punto di vista visivo sul mercato


8.0

Com’era lecito attendersi, la versione Switch di Doom è la meno performante e la meno bella da vedere tra quelle fin qui disponibili sul mercato, ma è anche l’unica che consente di abbandonarsi al massacro catartico senza limitazioni spazio/temporali.
Il lavoro di porting svolto dai ragazzi di Panic Button è buono, considerati i limiti della console ospite e la portabilità, e l’esperienza di gioco che ne scaturisce è più che soddisfacente, anche in considerazione del fatto che, almeno fino all’arrivo delle avventure di B.J. Blazkowicz, l’utenza Switch non avrà molte altre scelte in ambito sparatutto in prima persona.
Se vi siete persi questo reboot un anno e mezzo or sono e possedete la console ibrida Nintendo, l’acquisto è consigliato; se, invece, avete già spolpato per bene l’ultima fatica di ID Software, la mancanza di nuovi contenuti potrebbe consigliare di aspettare un calo di prezzo.
In ogni caso, siamo dinanzi al miglior FPS portatile di tutti i tempi.