Assassin’s Creed Origins – Il culto dei gatti nell’Antico Egitto

Speciale
A cura di Hara_G - 10 Ottobre 2017 - 0:00

Il 27 ottobre è ormai vicino, eppure, a distanza di poco più di due settimane dall’uscita di Assassin’s Creed Origins, le news che gravitano attorno al nuovo titolo di Ubisoft non diminuiscono. Tra le più recenti, risalta quella riguardante la possibilità di coccolare i gatti che popolano l’Egitto di Origins. Una gradita notizia non solo per gli amanti dei felini, ma anche per coloro che apprezzano un contesto storico ben riprodotto. La presenza dei felini, infatti, non è da intendere semplicemente come una mossa simpatica per intenerire i giocatori, ma evidenzia ancora una volta l’attenzione che Ubisoft ha rivolto alla ricostruzione dell’Egitto di Cleopatra (49 a.C.), anche nei più piccoli dettagli. La possibilità di interagire con gli animali non sarebbe certo una novità nella saga di Assassin’s Creed, ma il fatto che in Origins riguardi proprio i gatti non è secondario in quanto, storicamente, avevano un ruolo importante nella società egizia.  


Da alleato a divinità
Chiamati mau o miut in lingua egizia, i gatti furono una grande risorsa per l’uomo dell’Antico Egitto. La sua società si basava principalmente sull’agricoltura, topi e serpenti rappresentavano delle seccanti insidie per il raccolto. I gatti selvatici furono la soluzione vincente per i contadini: venivano attirati con del pesce vicino ai terreni coltivati, così da far allontanare roditori e rettili. Si instaurò dunque una sorta di tacito accordo attraverso il quale i gatti liberavano i campi dai topi e dai serpenti, e in cambio venivano ripagati dagli uomini con un lauto pasto. Questo favorì il loro stanziamento nei centri abitati, non solo perché avevano la certezza del cibo, ma erano anche al sicuro dai grossi predatori. La domesticazione dei gatti in Egitto è databile generalmente intorno al 2000 a.C., anche se la scoperta del 2014 per conto del Royal Belgian Istitute of Natural Science, presso un cimitero di Ieracompoli, anticiperebbe il processo al 3700 a.C.. L’ipotesi deriva dal ritrovamento di sette gatti seppelliti, alcuni dei quali mostrano sulle ossa segni di fratture guarite con l’aiuto dell’uomo ed esterne alle cause del decesso. 
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Rimanendo ancora in ambito funerario, non è raro trovare raffigurazioni di gatti nelle decorazioni funebri, soprattutto in quelle che hanno per tema centrale la caccia o in scene più solenni. Il motivo di queste rappresentazioni deriva dello status di cui godevano i gatti, i quali non erano visti solamente come dei fedeli alleati nella vita quotidiana, ma erano strettamente connessi alla mitologia. Uno dei culti più antichi riguardanti divinità dai tratti felini è quello della dea Mafdet (3400-3000 a.C.), venerata per ottenere la protezione contro il morso di serpenti e scorpioni. Un aspetto che si ricollega all’utilità che i gatti avevano in agricoltura delineata poc’anzi. Il culto dei felini ottenne maggiore vigore con la dea Bastet (2890 a.C.), una figura col corpo di donna e la testa da gatta. Essa era considerata la personificazione del Sole, come dimostra il santuario dedicatole a Bubasti, città sita nel Delta del Nilo. Bastet era inoltre la protettrice del faraone e dell’Egitto stesso.

Ad avvalorare ancor di più la figura del gatto è lo stesso dio Ra, re del Sole e una delle divinità più importanti nella cultura egizia. Secondo la mitologia, Ra può assumere diverse forme, tra cui quella di Mau, nome che, se avete letto bene prima, vuol dire gatto. Nella lotta contro il nemico Apep (o Apopi) – che ha la le sembianze di un serpente – Ra assume la forma del gatto Mau per riportare la luce. Ecco perché nelle decorazioni funebri i gatti sono spesso raffigurati nel mordere o uccidere una serpe, così da esprimere un significato più profondo legato alla vittoria della luce contro le tenebre (che poi sarebbe il tema centrale di Assassin’s Creed Origins). I gatti erano anche associati all’occhio di Ra e messi in correlazione con la dea Iside, simbolo di fertilità e maternità. 

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I vantaggi di essere un gatto
Grazie allo stretto legame con l’espressione divina, i gatti (selvatici e non) godevano di uno status privilegiato nella società egizia. Essi erano considerati delle semi divinità, a tal punto che era inconcepibile per gli antichi egizi che un semplice umano potesse divenire il padrone di un essere così elevato. Solo il faraone aveva il potere di possedere un proprio gatto. Inoltre, durante il periodo più florido del culto di Bastet, l’uccisione di un gatto, fosse essa volontaria e accidentale, era punibile con la morte. A tal proposito è interessante citare l’aneddoto raccontato da Erodoto, storico greco del V secolo a.C., secondo cui un soldato romano aveva ucciso accidentalmente un gatto e, nonostante la paura che ai tempi incuteva Roma, venne comunque punito fino alla morte dagli abitanti del luogo.

Esiste comunque un paradosso nella cultura egizia poiché, se da un lato era vietato uccidere un gatto, dall’altro i felini erano spesso sacrificati in riti cerimoniali. Durante queste celebrazioni, agli animali designati veniva spezzato l’osso del collo manualmente e in seguito mummificati. Perché questo controsenso? Gli antichi egizi ritenevano che il sacrificio dei gatti era necessario per farli ricongiungere alle loro divinità. In parole povere, era un segno che gli uomini riservavano ai felini per rispetto nei loro confronti. 






Questa breve disamina sul ruolo dei gatti nella storia antica dell’Egitto serve a far comprendere come la scelta di poterli accarezzare in Assassin’s Creed Origins sia ricollegabile allo status di riguardo di cui godevano i felini sin dai tempi più remoti. È probabile che nel corso del gioco, specie nella modalità Discovery che promuove l’esplorazione e la scoperta dei segreti dell’antichità, potremmo trovarci davanti a decorazioni e artefatti che avvalorano l’eterno sodalizio tra uomo e gatto. In caso contrario, basterà una semplice carezza al primo micio incontrato in Origins e sapremo che quel gesto racchiuderà un forte significato storico e culturale.




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