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Come si affronta il game over

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Avatar di Valentino Cinefra

a cura di Valentino Cinefra

Ex Staff Writer @SpazioGames

Pubblicato il 27/08/2018 alle 00:00
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Non è mai semplice decidere cosa fare, dalla nostra parte, in questi casi. La ragione (oppure il cuore? Chissà) imporrebbe di parlarne, anche fosse solo per scopo terapeutico, perché è giusto che in questi casi qualcuno ti aiuti a leggere una situazione che potrebbe risultare difficile da comprendere. Ci perdonerete quindi per il titolo, pensato con l’unico obiettivo di raffreddare un po’ i toni e cercare la serenità in una vicenda dove è altrimenti difficile trovarne.
È successa una cosa atroce nelle ultime ore che, stavolta, colpisce tutti noi videogiocatori. Ci riferiamo alla sparatoria avvenuta in Florida, durante un torneo di Madden NFL, in cui sono state ferite undici persone, mentre tre sono rimaste uccise. Il responsabile è David Katz, 24 anni, di Baltimora, Maryland. Il ragazzo era uno dei partecipanti al torneo, precedentemente eliminato dalla competizione, ed ha sparato sui suoi colleghi ed avversari con una pistola leggera ad una mano. Alla fine, anche Katz è rimasto vittima della sua stessa furia con un colpo descritto come “fatale” dalla stampa statunitense, e non è chiaro se si sia voluto togliere la vita dopo l’atrocità commessa oppure se sia rimasto ferito accidentalmente per colpa della veemenza con cui ha condotto l’assalto. Ad oggi, nel momento in cui scriviamo, non è ancora chiaro il motivo che ha scatenato la sparatoria – e sarà difficile scoprirlo a questo punto visto che Katz è rimasto ucciso – quindi è presto per dichiarare che il giovane ha voluto uccidere perché “ha perso ai videogiochi”, come in molti, stampa e non, si sono affrettati a commentare. Anche perché la sua furia non è stata indirizzata verso i giocatori che lo hanno sconfitto il giorno prima, ma ben altri. David potrebbe essere stato talmente squilibrato da agire per vendetta nei confronti della competizione, non è da escludere, ma niente è confermato e adesso rimane solo lo scenario postumo di un evento tragico.
C’è anche un video che documenta gli attimi della sparatoria, perché ovviamente l’evento era trasmesso su Twitch. La sequenza è agghiacciante, pur non mostrando nessuna violenza palese a schermo. Lo streaming della partita viene interrotto da colpi di pistola (un occhio allenato può notare anche il puntatore laser dell’arma sulla t-shirt di uno dei giocatori), urla, qualcuno che chiede cosa sta succedendo, poi l’interruzione dello stream.
Quello che succederà nelle prossime ore (ed è già iniziato in realtà) è la solita solfa, a cui siamo tristemente abituati: una caccia alla colpa più semplice da trovare. Purtroppo, è altamente probabile che negli USA (con un Trump già apertamente denigratorio nei confronti della games industry da tempo), ed a seguire anche in Italia da parte dei soliti esperti del niente più assoluto, verrà fuori la tesi che “è colpa dei videogiochi”. O che comunque i videogiochi c’entrino, e che queste cose altrove non succedono, ed è colpa dei ragazzi che perdono la concezione delle cose, o elucubrazioni del genere. Perché è molto più semplice da accettare della realtà: un ragazzo squilibrato di 24 anni che ha potuto comprare una pistola con la facilità di una ciambella al bar è entrato in un evento con centinaia di persone senza essere controllato, ha iniziato a sparare sui suoi colleghi ed avversari, quattro vittime (tra cui lui stesso) è il conteggio finale.
Usiamo la parola “squilibrato” non a caso. Quello che è successo è infatti un atto del tutto personale, non supportato da nessuna fede religiosa o politica. Non è quindi un attentato, ma un vero e proprio gesto di follia. Quello di un ragazzo che, probabilmente e non lo sapremo mai con certezza, era già incline ad atteggiamenti simili. Sappiamo bene che la community videoludica soffre di un grave problema relativo all’eccessiva esposizione di odio, la cosiddetta “tossicità”. Ma dall’insultare una sviluppatrice per la sua forma fisica, oppure dare del “frocio” ad un avversario dopo essere stati sconfitti, all’arrivare a puntare una pistola in faccia a della gente ce ne passa di acqua sotto i proverbiali ponti. Siamo di fronte ad una persona incline a certi atti, a prescindere che coinvolgano i videogiochi oppure no.
Un appunto si potrebbe fare, però. La scena eSport è giovane, e fatta da gente giovane. Ragazzi che, da un momento all’altro (più o meno), si ritrovano a girare il mondo per tornei intorno cui gravitano somme considerevoli di soldi. Dicevamo della community di videogiocatori tossica poco sopra, un atteggiamento che si trasferisce alla scena eSport per forza di cosa. Quello che si dovrebbe fare prima o poi è lavorare molto sull’atteggiamento sportivo, sull’educazione, sul permettere a questi ragazzi di comprendere il valore della competizione sportiva. Potrebbe aiutare, e di riflesso contribuire a far crescere anche il livello di maturità della community videoludica in generale.
E oggi? Arriveranno articoli, editoriali, altri studi scientifici che dimostrano quanto i videogiochi possano influenzare le menti delle persone, oppure relazioni su quanto incitino a dimostrare e manifestare violenza da parte di chi ne usufruisce. Il nostro consiglio, quello che vi chiediamo singolarmente come redattori e come SpazioGames per intero, è quello di lasciar correre. Vi imbatterete in scritti come quelli citati, in commenti che demonizzano il videogioco perché, come detto sopra, è la cosa più semplice da fare, quella che dà più sollievo. Ignorateli. Non condivideteli, non rispondente alle indignazioni della gente. Raccontate invece cos’è davvero il videogioco, cosa può fare e cosa rappresenta, a livello economico e sociale.
Lasciate stare anche perché, in questo caso, la vicenda racconta una realtà molto lontana alla nostra in termini geografici ma soprattutto sociali. Come sapete, negli USA la vendita delle armi è facilitata (e in qualche realtà anche incoraggiata), e per la stragrande maggioranza della popolazione comprare una pistola come quella che ha usato David Katz ha la stessa difficoltà di acquistare un videogioco in un negozio. Per adesso, e solo per adesso, l’unica cosa è riflettere su tutto ciò che questa storia ci racconta. Un severo problema con il controllo delle armi tra la popolazione, un ragazzo presumibilmente problematico, ed una community che a volte non aiuta affatto ad essere nel miglior status psicologico. Riguardo ciò si può fare qualcosa per migliorare la situazione, ognuno di noi nel nostro piccolo. Ma non oggi. Adesso è il tempo della riflessione e del cordoglio per dei ragazzi morti mentre giocavano ai videogiochi. Anche per l’assassino.

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