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Pro
- Musica usata come linguaggio narrativo, non come sfondo.
- Scrittura dei personaggi onesta e priva di retorica.
- Stile visivo in stop motion, coerente e riuscito.
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Contro
- Durata molto contenuta, pure troppo.
- Minigame meccanicamente poveri.
- La struttura frammentata disorienta chi cerca un ingresso graduale nella storia.
Il Verdetto di SpazioGames
Il problema è strutturale: alcune vignette sembrano inserite per giustificare l'etichetta di videogioco più che per necessità narrativa, e certi minigame non lasciano alcun segno. La brevità, poi, è una scelta legittima che non tutti perdoneranno. Chi misura il valore in ore di gioco avrà da ridire. Chi invece cerca un'esperienza autoriale capace di evocare quella sensazione precisa di essere giovani e sul punto di perdere qualcosa, troverà in Mixtape un titolo che parla direttamente e sa come farlo.
Informazioni sul prodotto
C'è un momento, nella vita di chiunque abbia vissuto gli anni Novanta con una certa consapevolezza, in cui una canzone ti riporta esattamente lì: su un marciapiede, con qualcuno che non senti da anni, con la sensazione precisa che quella serata non finisse mai.
Mixtape, il nuovo titolo di Beethoven & Dinosaur pubblicato da Annapurna Interactive, non fa altro che ricreare quella sensazione. E ci riesce, quasi sempre. Il problema è che "quasi" conta.
Stacy Rockford, Van "Slater" Slater e Cassandra Morino sono tre amici dell'immaginaria Blue Moon Lagoon, California. È la loro ultima notte insieme prima che la vita adulta li inghiotta, e il gioco racconta quella notte attraverso una serie di vignette interattive, frammenti di memoria, momenti vissuti che tornano a galla quando Stacy seleziona una canzone dalla sua compilation.
Una cassetta piena di ricordi
La struttura è quella di una compilation musicale, appunto: brani separati, episodi distinti, flashback che interrompono il presente per ricostruire il passato. Non è una storia lineare, bensì lo definirei più una sorta di "montaggio emotivo".
E il montaggio funziona, perché Johnny Galvatron, direttore del gioco già autore del notevolissimo The Artful Escape, sa esattamente cosa vuole dire con ogni traccia.
Il parallelo con i coming-of-age americani degli anni Ottanta e Novanta è dichiarato, non subliminale. John Hughes è una presenza costante nell'atmosfera, e lo stile visivo a stop motion rimanda all'animazione di Spider-Man: Into the Spider-Verse con una coerenza estetica notevole.
Le camere dei protagonisti sono piene di oggetti, di VHS, di musicassette, di ritagli: ogni dettaglio è una citazione, ogni angolo racconta qualcosa. Galvatron ha descritto la sensazione del gioco come quella di "fare zapping su MTV alle tre di notte", e non è una descrizione imprecisa. C'è qualcosa di sfuggente, di frammentato, di magnificamente irrisolto in Mixtape.
Una discesa in skateboard, una sassata sullo stagno, una bravata in un parco dei dinosauri abbandonato diventano cinematografiche non perché lo siano davvero, ma perché la musica le rende tali. È esattamente come funziona la memoria adolescenziale, che trasforma il banale in epico e l'epico in qualcosa di dolorosamente perduto. Mixtape lo capisce e lo usa con intelligenza.
La scrittura dei personaggi regge questo impianto con solidità. I tre protagonisti hanno una storia condivisa credibile, le loro battute nascono da una confidenza autentica, i momenti di tensione non vengono gonfiati artificialmente. Il gioco evita quasi sempre il vizio capitale dei racconti adolescenziali interattivi: i dialoghi troppo lucidi, troppo costruiti, troppo "scritti".
Qui le frecciate sembrano nate da anni di amicizia vera, e i passaggi più delicati non scivolano nel ricatto emotivo. È una scrittura onesta, e in un genere che tende all'eccesso sentimentale, l'onestà è un pregio raro.
Dove la compilation perde il ritmo
Il problema di Mixtape è strutturale, e sarebbe disonesto non nominarlo. L'esperienza dura tra le due e le quattro ore a seconda del passo, e la brevità in sé non è necessariamente un difetto. Lo è, però, quando alcune delle vignette interattive sembrano inserite non perché aggiungano qualcosa alla narrazione, ma perché il gioco ha bisogno di giustificare l'etichetta di videogioco.
Certi minigame sono risolti con una leggerezza che rasenta l'indifferenza, semplici espedienti per promuovere l'interazione in momenti che avrebbero funzionato altrettanto bene come sequenze cinematografiche. Non si tratta di un rhythm game, ma neanche di un'avventura narrativa con una struttura ludica rigorosa: è qualcosa nel mezzo, e quella zona grigia a volte paga e a volte no.
La scelta di consegnare i personaggi già formati, con un passato condiviso e ferite che emergono senza essere sempre spiegate, è coraggiosa e spesso efficace. Ma può disorientare chi si aspetta un'introduzione più convenzionale. Non c'è spazio per costruire il legame con i protagonisti: o li accetti così come sono, o l'intera esperienza resta a distanza. È una scommessa narrativa che Galvatron ha il diritto di fare, ma che non vince in tutti i casi.
Vale la pena spendere qualche parola sullo stile visivo, perché è uno degli elementi più riusciti. L'animazione ispirata alla stop motion, con i personaggi dal design cartoonesco immersi in ambienti incredibilmente dettagliati, crea un contrasto che funziona a meraviglia.
Le camere, le strade di Blue Moon Lagoon, il parco dei dinosauri abbandonato: ogni scenario è costruito con cura maniacale, e la palette cromatica ha quella qualità sfumata, quasi sbiadita, che rimanda visivamente a una memoria filtrata dal tempo. Non è un gioco realistico, ma in certi momenti è sorprendentemente evocativo, quasi ipnotico.
Le prestazioni tecniche, almeno sulla versione testata, sono solide. Nessun problema rilevante sul piano della stabilità, caricamenti veloci, framerate costante. Non ci sono elementi tecnici da discutere in senso negativo, il che è già una notizia positiva per un titolo così dipendente dall'atmosfera: una singola interruzione tecnica avrebbe il potere di spezzare l'incantesimo in modo irreparabile.
Il prezzo della nostalgia
Mixtape è un gioco che sa quello che vuole essere, e che riesce nel suo obiettivo con una frequenza sufficiente a renderlo un'esperienza consigliabile. Non è un capolavoro, né ambisce a esserlo: è una piccola opera autoriale che usa la musica come nessun altro titolo recente ha saputo fare, e che racconta l'adolescenza con una sincerità che molti giochi dal triplo del budget non raggiungono mai.
Le sue debolezze, la brevità, alcuni momenti di gameplay meccanicamente poco ispirati, la struttura che a tratti perde coesione, sono debolezze reali. Ma non annullano quello che funziona, e quello che funziona è abbastanza da lasciare il segno.
C'è chi misurerà Mixtape in ore di gioco e troverà il conto non tornare. A questi giocatori il titolo non ha nulla da dire, e probabilmente non ci tiene neanche. A tutti gli altri, a chi ha ancora da qualche parte una cassetta con una copertina disegnata a mano e i titoli scritti con la calligrafia di qualcuno che non c'è più, Mixtape parla direttamente. E sa esattamente come farlo.