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Recensione

Dishonored

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Avatar di Pregianza

a cura di Pregianza

Pubblicato il 09/10/2012 alle 00:00
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Il Verdetto di SpazioGames

9
Il gaming moderno è un microcosmo dove convivono case di sviluppo di ogni tipo: piccoli gruppi di amici che lavorano nei garage in notturna, gigantesche megacorporazioni a cui mancano solo dei mech di guardia alla porta, e colossi che riescono nonostante i milioni guadagnati a mantenere un’immagine casereccia e amichevole. Ci sono poi team come gli Arkane Studios, relativamente recenti e ricchi di potenzialità, che per un motivo o per un altro non sono mai riusciti ad esprimere totalmente il loro talento. 
Gli sviluppatori della sfotware house francese avevano già stupito la critica con Arx Fatalis e Dark Messiah of Might and Magic: titoli tutt’altro che perfetti, ma dotati di una scintilla che non si vedeva da tempo, una vitalità derivante dalla passione dei programmatori per le opere dei Looking Glass, e da una forte volontà di modernizzare e rimodellare meccaniche complesse che sembravano sparite in favore dell’accessibilità assoluta.
Due anni fa, dopo un lungo silenzio, gli Arkane sono stati acquisiti da Zenimax e finalmente è spuntato il loro nuovo progetto, una IP originale chiamata Dishonored, capace di far rizzare le orecchie di tutti coloro che avevano grosse aspettative per il team e attendevano con impazienza di vederli sfornare un prodotto all’altezza delle loro capacità. Sarà un lavoro degno di mostri sacri come Thief e Deus Ex oppure solo l’ennesima occasione sprecata?
Il corvo del benaugurio 
In Dishonored vestirete gli oscuri panni di Corvo, lord protettore dell’imperatrice Jessamine nella città di Dunwall, metropoli devastata da una terribile peste. Corvo all’inizio dell’avventura è appena tornato da una lunga missione diplomatica, partita con lo scopo di trovare aiuto o una cura per la malattia nelle regioni vicine. Le notizie che il lord riporta sono tutt’altro che positive, ma la situazione prende una piega ben peggiore quando il protagonista si ritrova improvvisamente coinvolto nell’omicidio della sua imperatrice e incolpato del fattaccio da alcuni corrotti nobili di corte che hanno chiaramente orchestrato il tutto. Fuggito dalla prigione grazie all’aiuto di un gruppo di ribelli fedeli alla corona, Corvo viene avvicinato da una misteriosa entità chiamata l’Esterno, che gli dona poteri sovrumani e afferma di volerlo osservare perché interessato alle sue azioni. Starà a lui decidere se usare queste abilità per vendicarsi in modo violento, o sfruttarle perché sia fatta giustizia. 
La premessa non è particolarmente originale, lo sappiamo, e Dishonored non è infatti un titolo che punta sulla narrativa per stupire il giocatore. Le vicende di Corvo non catturano più di tanto, e anche i pochi colpi di scena che si incontrano sono piuttosto prevedibili. Fortunatamente il background del lavoro di Arkane è di ben altra qualità. Dunwall riesce a colpire al cuore con il suo incredibile degrado e la sua atmosfera malsana a metà tra fantascienza e ottocento londinese. Ben presto vi curerete poco di trama e personaggi, troppo impegnati a fare vostro ogni angolo del mondo di gioco. 
Come un’ombra, più di un’ombra
Non abbiamo citato a caso due mostri sacri come Deus Ex e Thief a inizio articolo. Che i ragazzi di Arkane siano stati influenzati da quei capolavori appare abbastanza evidente giocando a Dishonored. Il fondamento del gameplay è la libertà d’azione, ogni luogo visibile è di solito raggiungibile ed è possibile affrontare quasi qualunque situazione in molti modi diversi. 
Non è una passeggiata sviluppare un titolo capace di dare totale autonomia al giocatore, ma Dishonored riesce a farlo grazie a una meccanica tanto semplice quanto poco sfruttata, il teletrasporto. Niente Enterprise, non preoccupatevi, si tratta solo di un potere chiamato traslazione che viene donato a Corvo dall’Esterno all’inizio dell’esperienza e permette di raggiungere zone ravvicinate istantaneamente con un semplice click. La traslazione consuma una barra del mana dedicata alle abilità speciali, ma ne usa una minima parte, può pertanto venir utilizzata a raffica fino quasi all’abuso. La naturalità con cui si diventa padroni della tecnica è incredibile, ci vuole pochissimo per iniziare a padroneggiarla a dovere, nonostante la distanza percorribile sia limitata. Estremamente curati poi il funzionamento e la precisione del potere: posizionare l’indicatore su un bordo permette di arrampicarsi automaticamente anche su superfici strettissime, caratteristica che conferisce a Corvo una manovrabilità senza precedenti. Ovviamente gli sviluppatori si sono resi conti di avere per le mani un cavallo di razza, e hanno giocato moltissimo sull’efficacia del teleport nella creazione delle mappe di gioco. Dunwall è un labirinto di vicoli, cunicoli, tubi e tetti, che può venir esplorato all’inverosimile ed è stato riempito di rune e segreti per la felicità di tutti i novelli vendicatori virtuali. 
Le rune appena citate non sono semplici collezionabili per i perfezionisti, ma rappresentano il fulcro dello sviluppo in salsa gdr del protagonista. Sono una moneta di scambio con l’Esterno, utilizzabili per ottenere nuovi interessanti poteri, ognuno dei quali in grado di aprire molteplici nuove opzioni durante lo svolgimento delle missioni. Avanzando nella campagna Corvo potrà evocare un gruppo di famelici ratti per divorare i nemici, vedere attraverso i muri, creare possenti onde d’urto per stordire le guardie o rimandare proiettili al mittente, rallentare il tempo, e persino possedere creature viventi. 
La possessione in particolare risulta estremamente brillante, e può venir sfruttata per superare blocchi sotto forma di topi, carpe, o persino di altre persone. 
Tanti trucchetti a disposizione rendono Corvo una macchina da guerra, con cui il giocatore può compiere veri e propri massacri per arrivare alla preda finale. La libertà di scelta che caratterizza l’opera non manca però di fare capolino anche una volta raggiunto l’obiettivo di ogni missione. Non sarete costretti a usare i poteri magici dell’Esterno per sterminare tutti gli antagonisti, anzi, è concesso di non fare vittime, persino di risparmiare ogni singolo traditore della corona disponendo dei colpevoli in modi alternativi.
Per assicurarsi che giocare in modo calcolato e discreto sia piacevole quanto farlo senza inibizioni, gli Arkane hanno inserito nel sistema meccaniche stealth affinatissime, basate principalmente sul rumore e sul campo visivo dei nemici. Corvo può utilizzare una meccanica sparita da anni dai titoli del genere, la “sbirciata”. Una volta nascosti dietro a una qualunque copertura, sarà possibile sporgersi leggermente in modo da avere visibilità del nemico senza essere scoperti. Incredibile come una capacità così basilare risulti efficace nel cambiare volto all’approccio silenzioso al gioco, aiutata da altre idee genuine quali la possibilità di spiare dalle serrature, o la mistica visuale a raggi x ottenibile a forza di rune. 
Non è tutto qui, i programmatori dopotutto hanno già dimostrato in passato di essere innovatori anche nelle meccaniche legate ai combattimenti, e in Dishonored non hanno mollato il colpo. Corvo è sempre armato di spada nella mano destra, ma può in qualunque momento cambiare strumento nella sinistra tramite una comoda ruota. L’assassino può acquistare e potenziare numerosi gadget, tra cui mine lama, una balestra con vari tipi di dardi, e una potente pistola. Il corpo a corpo non è da meno con tanto di attacchi potenti legati all’adrenalina, uccisioni in caduta libera, e contromosse dopo una parata istantanea. 
Tutte le idee sfornate dagli sviluppatori si sposano a meraviglia, donando al giocatore una miriade di strade da seguire e una indipendenza dallo script che non si vedeva da anni. Chapeau.
Non chiamatelo steampunk
L’art direction di Dishonored è stata affidata a Victor Antonov, che molti videogiocatori di vecchia data ricorderanno per aver creato la City 17 di Half Life 2. Si vede, Dunwall è un’opera d’arte del decadimento, una città in rovina popolata da più ratti che uomini, dove ogni moralità e rispetto per la vita umana sembrano essere spariti. La locazione ha un notevole impatto sul giocatore, reso ancor più viscerale notevolmente dallo stile grafico del gioco, peculiare e simile a tratti a un dipinto in movimento. Non tutto è perfetto, i modelli degli npc non sono sempre dettagliati in modo superbo, in particolare durante fasi in cui li si osserva molto da vicino e si nota qualche problema correlato al ragdoll e all’interpolazione poligonale, ma sono piccolezze in un videogame che ha stile e personalità a bizzeffe. Notevole anche il sonoro, con musiche rade ma azzeccate e un doppiaggio in inglese che vanta attori noti e abilissimi. Quello italiano è molto più altalenante, ma comunque di buon livello e la sua presenza è sempre apprezzabile. La principale mancanza di Dishonored risiede purtroppo nei contenuti. Il titolo è completabile in sole otto ore, una durata media al giorno d’oggi, ma corta per un’opera in grado di offrire così tanto, specie se si considera che la fase finale sembra fatta un po’ di corsa. Lo completerete, e in seguito lo rigiocherete più e più volte per svelarne ogni segreto, scoprire i finali multipli e superarlo in tutti i modi possibili, ma anche così facendo vorrete di più, specialmente se stanchi dei tanti giochi che ultimamente sembrano prendere per mano l’utente passo dopo passo. Un peccato, ma questa campagna da una decina di ore vale più di molti prodotti ben più imponenti.

– Gameplay fantastico

– Dunwall è un luogo cupo e ricco di atmosfera

– Libertà d’azione quasi totale

– Rigiocabilità lodevole

– Campagna piuttosto breve e niente contenuti extra

– Qualche bug legato a fisica e interpolazione poligonale

– La fase finale sembra un po’ affrettata

9.0

Dishonored è un minuto capolavoro di programmazione, una gemma così finemente intagliata e brillante da riuscire a distinguersi in un forziere pieno di dobloni e pietre ben più costose. Il suo unico vero neo è la durata, forse troppo corta per un titolo che molti di voi divoreranno, catturati dal gameplay magnifico e dalla cupa atmosfera di Dunwall.

L’opera di Arkane è nel suo piccolo uno dei lavori più curati e godibili del panorama, in grado di offrire una libertà d’azione che non si vedeva da anni. Finalmente questi ragazzi hanno avuto modo di dimostrare il loro valore, eppure Dishonored non sembra essere il loro limite. Speriamo abbiano modo di creare altri titoli di un tale livello in futuro, per il bene del gaming tutto.

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