La prima volta non si Stadia mai – Speciale

Il racconto dell'impatto iniziale con la piattaforma di cloud gaming di Google, e tutte le cose sull'installazione che non sapete

Speciale
A cura di Paolo Sirio - 28 Novembre 2019 - 10:54

Nei mesi trascorsi da marzo ad oggi, passando per il day one del 19 novembre, abbiamo parlato a più riprese di Google Stadia, piattaforma di cloud gaming targata Mountain View sulla quale abbiamo espresso molteplici dubbi e di cui abbiamo sottolineato le innegabili potenzialità – le stesse di un ramo, quello del gioco in streaming, che ricorrendo ad un’espressione abusata potremmo definire “il futuro dei videogiochi”.

Ci è capitato di essere particolarmente critici nei confronti di Stadia, in questa lunga marcia d’accompagnamento dal reveal al giorno del lancio, principalmente su tre fronti: il primo, il business model da console e non da servizio in abbonamento scelto dal team di Phil Harrison; il secondo, la comunicazione raffazzonata con cui è stata presentata e particolareggiata in un periodo di tempo anche piuttosto lungo la piattaforma, in ultimo le aggiunte last minute ai giochi disponibili all’uscita e a Stadia Pro; il terzo, i continui dietrofront e i caveat, pure questi svelati a ridosso del lancio, che hanno reso quest’ultimo un debutto in chiave assai minore sotto il profilo delle funzionalità (di quelle annunciate non ne abbiamo vista neppure una) e delle caratteristiche tecniche (i famosi 10.7 teraflop sono stati usati finora per semplici upscaling, così come le stime sulle connessioni richieste si sono rivelate leggermente ottimistiche).

Ciò non ha limitato né ridotto la nostra voglia di provare con mano la console-ammazza-console di Harrison e saperne di più prima di presentarvi un nostro giudizio autorevole e sfaccettato; ed è per questo motivo che ci siamo accaparrati una “copia” dell’edizione di lancio. E, al netto delle criticità di cui sopra e con un approccio a mente estremamente aperta, siamo rimasti molto sorpresi da com’è andata la nostra prima volta su Google Stadia.

La prima volta non si Stadia mai – Speciale

Il primo avvio: l’atto pratico

Abbiamo definito Stadia, con una terminologia un po’ truculenta ma che ci pare rifletta degnamente le intenzioni di Google, la “console-ammazza-console”. Perché, sì, questa non è una vera console e si fregia del fatto di non esserlo, fa un vanto di non avere ad esempio necessità di setup particolari né di installazioni, ma il primo avvio è comunque un momento fondamentale nell’avvicinamento a questa piattaforma.

Dal momento che non se n’è parlato troppo o in ogni caso non abbastanza, abbiamo pensato di raccontarvi com’è mettere le mani su qualcosa di realmente intangibile qual è il cloud gaming secondo Google. E l’atto pratico è uno step atipico almeno quanto impugnare un pad (uno qualunque, o quasi) e iniziare a giocare come se si stesse iniziando a guardare un video su YouTube, in maniera istantanea e totalmente indolore.

Il day one stesso di Stadia è stato atipico: il gigante delle ricerche online ha fatto sapere soltanto a ridosso del lancio che le spedizioni sarebbero partite un giorno prima della data del 19 novembre, falsando in molti paesi del mondo la data d’accesso a questo nuovo e (supposto) magico mondo. C’è stata però la trovata per provare ad aggirare il problema, sebbene questa sia riuscita soltanto in parte.

La trovata è stata inviare comunque gli inviti alla piattaforma, dei veri e propri codici da riscattare sul sito ufficiale, in modo tale da poter entrare in gioco fin da subito, senza aspettare che la Founder’s Edition o la Premiere Edition con controller, Chromecast Ultra e Buddy Pass venissero recapitate all’indirizzo indicato in fase di ordine.

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Una buona mossa, anche scontata se vogliamo, ma che si è scontrata con una procedura di ordinazione abbastanza controversa: su Google Store il denaro dalla carta di credito o debito (o PayPal, ma come vedremo soltanto per l’acquisto e non per il rinnovo degli abbonamenti) viene scalato soltanto quando l’ordine viene evaso, e i codici di Stadia sono stati recapitati soltanto all’evasione dell’ordine.

Ragion per cui noi che abbiamo effettuato l’ordine un giorno prima dell’uscita della piattaforma – un po’ tardino, ma pur sempre prima dell’uscita – non abbiamo potuto avere il nostro invito prima di lunedì 25, quasi una settimana dopo il day one. Eppure, per aggirare una sbavatura simile, sarebbe bastato prelevare subito i 129,99 euro della Founder’s o Premiere Edition e consegnare a tutti il 19 novembre un invito per avviare la propria esperienza di gioco in streaming a prescindere dal recapito del pacchetto con pad e amenità varie.

Detto delle diverse peripezie logistiche, abbastanza comprensibili per un platform owner che non ha una propria rete distributiva, passiamo all’esperienza di “installazione” vera e propria. Come saprete, Stadia è disponibile su TV tramite Chromecast Ultra, mobile tramite smartphone della linea proprietaria Pixel e PC tramite Google Chrome. Per il primo approccio ci siamo dovuti limitare al PC, che al lancio gira esclusivamente in 1080p, mentre per un approfondimento sulle prestazioni torneremo con un giudizio completo soltanto una volta in possesso di una Chromecast Ultra.

Per avviare l’avvicinamento a Stadia viene richiesto di scaricare e installare l’app omonima su smartphone – tranquilli, è disponibile sia per dispositivi Android che per iOS, tant’è vero che l’abbiamo installata su un iPhone 7. Sull’applicazione va inserito il codice dell’invio, inviato precedentemente da Google tramite l’email segnalata all’ordine.

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Sbrigato questo rapido passaggio, abbiamo due ulteriori step: il primo è sottoscrivere un abbonamento a Stadia Pro, incluso del resto nell’acquisto; il secondo è creare un proprio avatar con tanto di username unico (come su Discord e Xbox Live questo viene accompagnato da un numero utile in caso di doppioni) e collegarlo ad un indirizzo email, che può essere diverso da quello dell’ordine ma non si può modificare una volta creato l’account.

Il primo procedimento richiede una precisazione abbastanza importante. Stadia Pro è incluso per tre mesi nell’acquisto di Founder’s e Premiere Edition, per cui non viene richiesto un altro esborso se non temporaneo di un euro per registrare il metodo di pagamento, ma attenzione proprio al metodo: l’acquisto di Stadia è stato, anche se soltanto in una fase successiva, sbloccato pure in presenza di un account Paypal, mentre per l’abbonamento Pro è necessario inserire una carta di credito o debito compatibile e nient’altro.

Munitevi quindi della Mastercard o della Visa di turno dal momento che Maestro, uno dei circuiti più popolari tra le carte di debito in Italia, non è tra quelli riconosciuti da Mountain View (più o meno comprensibilmente). Nel nostro caso eravamo comunque muniti di Mastercard quindi abbiamo potuto aggirare il problema, ma cosa sarebbe successo se avessimo avuto soltanto l’account Paypal adoperato per l’acquisto?

Superato questo potenziale ostacolo, Google Stadia presenta lo store della piattaforma di cloud gaming in tutto il suo splendore tramite mobile. La procedura da smartphone può sembrare bizzarra ma, come del resto l’intera esperienza, è “seamless”, fluidissima: basta riscattare un gioco sul dispositivo portatile per vederlo istantaneamente comparire su PC, e da lì basta un click come in un player di YouTube per far partire il gioco scelto.

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Per avere accesso a Stadia su PC la prima volta basta andare su Stadia.com: entrando sul portale di Google viene chiesto di “installare” la console, ovvero un plugin che trasforma la finestra di Chrome in una sorta di app per Windows. In realtà è un semplice collegamento di quelli che si possono creare tutti i giorni da siti web sul proprio desktop, ma rende di più, evidentemente, l’idea di qualcosa di tangibile su PC e magari all’interno della barra delle applicazioni.

Trattandosi di un collegamento, non è possibile accedervi senza una connessione ad Internet. L’app è minimale ma costruita in maniera efficiente: abbiamo una dashboard che è possibile richiamare premendo il tasto Stadia in alto a sinistra, utile a tornare alla home; al centro l’ultimo gioco avviato, subito sotto gli altri che abbiamo riscattato tramite smartphone; a destra, i tastini per guardare la lista amici e aggiungere elementi, controllare il pad collegato e gestire l’account. Sull’app per PC non è possibile fare acquisti diretti.

Per quanto la massima semplicità di utilizzo sarà verificabile soltanto su TV con Chromecast Ultra, dove Stadia tenterà di replicare in toto l’esperienza console, va riconosciuto che tutti i passaggi di cui abbiamo parlato finora sono stati estremamente immediati e quasi naturali, per cui si può dire che sia stata l’installazione di una nuova console – sempre tra mille virgolette – più rapida che abbiamo provato.

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Il primo avvio: la magia dello streaming

Terminata questa fase di installazione, pur rapida ma sempre tale, siamo passati ad esperire il prodotto Google Stadia e, come accennato in fase di introduzione, le sensazioni iniziali sono state sorprendenti. Fin dal primo istante, Stadia si è mostrata come qualcosa di totalmente diverso, e superiore, rispetto a PlayStation Now, nostro precedente benchmark a livello di streaming limitato ad appena 720p (qui parliamo di 1080p su PC al lancio) e a prestazioni altalenanti.

Generalmente, lo streaming di prima generazione così come lo conosciamo differisce dal gioco in locale soprattutto per una questione di latenza, oltre che per la tralasciabile qualità visiva di un titolo su cui si tende a soprassedere specie quando si gioca su dispositivi che mai e poi mai avrebbero potuto reggerli con la loro potenza di calcolo reale.

Che sia ridotta o notevole, questa latenza, è una faccenda fisiologica legata al fatto che giocando in streaming si sta ricorrendo ad un videogioco che non risiede sulla nostra macchina ma su una a decine e decine di chilometri di distanza. Ebbene, la grossa sorpresa è che ad una prima prova con Stadia questa differenza tra cloud gaming e gioco in locale non l’abbiamo colta.

Utilizzando il controller di una Xbox 360 con cavo, in attesa del pad di Google, e muovendoci nei menu di Samurai Shodown, pensavamo che avremmo avuto un’esperienza del genere: abbassare lo sguardo sul controller, muovere la levetta analogica per selezionare la voce desiderata, alzare la testa per rivolgere lo sguardo allo schermo e notare con la coda dell’occhio il completamento di quel movimento, evidentemente non istantaneo.

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Su Stadia, invece, questo lasso di tempo, questa sfasatura non esiste: non ci sono passaggi intermedi, il movimento tra la voce e un’altra in un menu così come quello di un personaggio all’interno di un gioco – che sia Samurai Shodown o Destiny 2, per citare quelli compresi in Stadia Pro – è istantaneo. E potete immaginare la sorpresa nello scoprirlo.

L’esperienza su Samurai Shodown – scelta molto coraggiosa proporre un picchiaduro al day one di una piattaforma di streaming, che anzi abbiamo definito persino suicida quando ci è stata comunicata – è stata allo stesso modo sorprendente e molto buona; molto fluida e precisa, senza ricorrere a paroloni tecnici che probabilmente non renderebbero il feeling di questo approccio iniziale.

La qualità visiva del gioco non denota un degradamento rispetto alle altre piattaforme, presumibilmente per la “leggerezza” di un titolo in cui vengono caricati soltanto uno scenario perlopiù statico e due personaggi; tenendola così alta, però, Stadia incappa in qualche microscattino abbastanza evidente, sebbene non sia nulla di più di un breve calo di frame-rate in una sessione su console che non va ad inficiarne la bontà.

Quella del microscatto è una tecnica cui si fa ricorso anche su Destiny 2, dove anziché abbassare la risoluzione o rallentare come nell’avvicinamento ad un frangente di buffering si preferisce mantenere la resa immutata con lo scotto di percettibili ma comunque non penalizzanti, rapidi stutter. Sul titolo di Bungie la cosa si nota più che su Samurai Shodown principalmente per la natura sempre connessa del gioco e per le sollecitazioni maggiori in movimento di uno sparatutto in prima persona.

La prima volta non si Stadia mai – Speciale

La prima sensazione – ma ne parleremo meglio in un articolo dedicato in arrivo a strettissimo giro – è che il picchiaduro di SNK se la giochi alla pari con i concorrenti in locale, mentre Destiny 2 sia soltanto (e non è certo poco) un “ok, puoi giocarci anche su Stadia”: funziona tutto ma, tra un port molto conservativo per prestanza grafica e i suddetti microscatti, su console e PC le cose vanno distintamente meglio.

Ci teniamo a precisare che questa prova assolutamente preliminare si è svolta con una connessione a 200Mbps che siamo consapevoli non rappresentare un campione utile ai fini della fruizione sul territorio italiano; per il prossimo speciale, cui abbiamo accennato sopra, vi proporremo test in diverse configurazioni in modo da rendervi l’idea di come potrebbe girare Stadia a casa vostra.

La parola d’ordine per la prima manciata di ore su Google Stadia è “sorpresa”: eravamo molto scettici, e in parte lo siamo ancora per ragioni legate perlopiù al business model adottato da Mountain View, ma toccare con mano la piattaforma di streaming ci ha trasmesso sensazioni inaspettatamente positive. La piattaforma c’è, insomma; con tutte le sue potenzialità dettate dagli investimenti tecnologici all’avanguardia di Google, e con tutte le criticità connesse alla sua natura di servizio in streaming, ma indubbiamente c’è.




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