Nintendo of America ha portato il governo degli Stati Uniti in tribunale, chiedendo il rimborso dei dazi doganali pagati nell'ultimo anno. La causa, depositata presso la Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti e ottenuta dalla testata Aftermath, chiede la restituzione delle somme versate "con interessi" a partire dal momento in cui le misure sono entrate in vigore.
La mossa della casa di Kyoto si inserisce in un contesto legale sempre più affollato: oltre mille aziende americane e internazionali stanno percorrendo la stessa strada.
Secondo i legali di Nintendo, le agenzie federali coinvolte avrebbero raccolto oltre 200 miliardi di dollari in dazi su importazioni provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo.
Tra i soggetti citati nella causa figurano il Dipartimento del Tesoro, il Dipartimento della Sicurezza Interna, l'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, la Dogana e Protezione delle Frontiere e il Dipartimento del Commercio. Un fronte istituzionale ampio, a testimonianza della complessità della disputa legale in atto.
Nintendo produce la maggior parte del proprio hardware e dei relativi accessori in Vietnam e Cina, il che la rende direttamente esposta alle politiche tariffarie dell'amministrazione Trump.
I suoi avvocati hanno specificato che la società ha piena legittimità ad agire in giudizio in quanto "importatore di riferimento" per beni soggetti ai dazi imposti attraverso l'International Emergency Economic Powers Act. La società ha confermato la presentazione della causa, dichiarando però di non avere altro da aggiungere al momento.
Il contesto politico e giuridico in cui si inserisce questa vicenda è in rapida evoluzione. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito lo scorso mese che la maggior parte dei dazi globali introdotti dal presidente Donald Trump fossero illegittimi.
In risposta, l'amministrazione ha imposto una nuova tariffa del 10% basata su una norma raramente utilizzata, nota come Section 122, nel tentativo di aggirare la decisione della Corte.
Tra le altre grandi aziende che hanno avviato procedimenti simili figurano FedEx e Costco, il colosso della grande distribuzione all'ingrosso molto diffuso anche in Europa.
La questione ha avuto ricadute concrete sul mercato dei videogiochi già nella primavera scorsa, quando Nintendo si trovava a pochi mesi dal lancio della Switch 2, la sua nuova console attesa dopo otto anni dall'ultima uscita dedicata. I pre-ordini negli Stati Uniti, inizialmente fissati per il 9 aprile, furono posticipati al 24 aprile, sebbene la data di lancio ufficiale di giugno non subisse variazioni.
Sul versante dei prezzi, gli accessori della Switch 2 hanno subito rincari, mentre il prezzo della console è rimasto invariato a 449,49 dollari. Nintendo ha precisato che quel prezzo non includeva l'effetto dei dazi, lasciando tuttavia aperta la possibilità di future revisioni. Una posizione ambigua che riflette l'incertezza generale del mercato.
Il presidente di Nintendo, Shuntaro Furukawa, aveva spiegato la logica di fondo dell'azienda con parole dirette: in linea di principio, i dazi vengono considerati parte integrante dei costi e incorporati nei prezzi di vendita. Tuttavia, il lancio del 2025 rappresenta un caso eccezionale, data la natura straordinaria di un nuovo sistema dedicato ai videogiochi dopo quasi un decennio.
Per questo motivo, la priorità è stata quella di mantenere lo slancio commerciale della piattaforma, ritenuto fondamentale in una fase di rilancio.
Furukawa ha comunque lasciato intendere che la situazione potrebbe cambiare: qualora le condizioni sui dazi dovessero mutare, l'azienda valuterà le opportune correzioni di prezzo tenendo conto di diversi fattori, tra cui le dinamiche di mercato nei vari Paesi.