Oltre mille giochi spariti nel nulla dal PlayStation Store, rimossi in blocco come se non fossero mai esistiti. No, non è un bug, né una pulizia accidentale: è una scelta precisa. E, per una volta, viene da dire anche necessaria.
Sony ha infatti eliminato dal proprio store digitale l’intero catalogo di ThiGames, publisher tristemente noto per aver invaso PS4 e PS5 con una quantità imbarazzante di shovelware. Prima della rimozione, il conteggio parlava chiaro: 1.194 giochi pubblicati. Un numero grottesco, che da solo racconta più di mille comunicati stampa messi insieme.
Parliamo di titoli come The Jumping Taco, The Jumping Pizza, o le varie declinazioni della serie Quiz Thiz: prodotti costruiti al minimo sindacale, spesso indistinguibili l’uno dall’altro, progettati non per essere giocati ma per essere consumati. Platini facili, copertine acchiappa-click, meccaniche inesistenti. Il fast food del videogioco.
La reazione dell’utenza? Sorprendentemente unanime. Tra subreddit e commenti social, il sentimento dominante è uno solo: sollievo. Per molti giocatori, queste produzioni non erano solo un fastidio estetico, ma un vero problema strutturale. Occupavano spazio, visibilità, algoritmi. Spingevano verso il basso giochi indipendenti reali, sviluppati in anni di lavoro, soffocandoli sotto una valanga di cloni senz’anima.
Già nel 2025, un’inchiesta di IGN aveva messo nero su bianco come questo tipo di contenuti riesca a infiltrarsi nei negozi digitali: falle nei processi di certificazione, sistemi automatici aggirabili, e publisher che imparano a “giocare” con le regole meglio di chi prova a fare videogiochi sul serio. Il risultato? Un ecosistema drogato, dove la quantità divora la qualità.
Ed è qui che la mossa di Sony assume un peso specifico diverso. Perché non è solo una rimozione: è un segnale. Tardivo, certo. Forse persino imbarazzante per dimensioni. Ma necessario. Il PlayStation Store non può essere una discarica digitale in cui tutto vale allo stesso modo, perché quando tutto vale, nulla conta davvero.