Recensione 9 min

NBA 2K20, ball don’t lie – Recensione

La palla non mente mai. Nel bene e nel male

La free agency più pazza della storia ha consegnato agli appassionati una NBA completamente stravolta, e anche NBA 2K20 deve fare i conti con questa ondata di novità. Il testimonial della versione standard del gioco, infatti, è proprio quell’Anthony Davis protagonista per mesi di un caso di mercato, e poi finito (ovviamente) ai Lakers di LeBron James. Senza ulteriori indugi, allora, vediamo se anche il nuovo titolo di Visual Concepts abbraccia il vento di cambiamento e propone un gioco più curato, e meno schiavo delle microtransazioni.

NBA 2K20

Piattaforma:
PC, PS4, XONE
Genere:
sportivo
Data di uscita:
Sviluppatore:
Visual Concepts
Distributore:
Cidiverte

Le modalità di gioco di NBA 2K20

Come di consueto per la serie, anche NBA 2K20 si presenta con una quantità pressoché spropositata di modalità e contenuti. Cercando di fare un po’ di ordine, si può iniziare parlando di PlayNow, che a sua volta contiene sette tipologie diverse di sfide. E già arriva la prima novità: il basket femminile a stelle e strisce fa infatti la sua comparsa in NBA 2K20 dopo l’ingresso, lo scorso anno, in NBA Live 19. Sono presenti tutte le squadre comprese le giocatrici simbolo, da Elena Delle Donne a Diana Taurasi, compresa Candace Parker, volto noto anche agli appassionati di basket maschile grazie alla sua partecipazione ai programmi di NBA TV. Abbiamo poi la sezione dedicata a 2KTV, la serie di contributi video che quest’anno – e questo rientra tra i miei personali contro – non vede più il contributo della sempre ottima Rachel DeMita, ma della coppia Alexis Morgan e Chris Manning. Queste modalità, in ogni caso, fanno solo da contorno alle tre opzioni principali del gioco, che proveremo ad analizzare singolarmente prima di dedicarci al gameplay: parliamo di MyTeam, MyCareer e MyLeague.

MyTeam: il basket è un gioco (d’azzardo?)

Iniziamo dalla modalità MyTeam, una sorta di Ultimate Team dedicata alla palla a spicchi che nel corso degli anni si è trasformata sempre di più in un vero e proprio gioco a parte. Un gioco complesso, pieno di eventi e di regole e in cui il basket, a poco a poco, sembra perdere importanza. Lo scopo di tutto è ancora una volta costruire una squadra composta da giocatori del passato e del presente, per portarla alla vittoria nelle varie modalità previste. Sono presenti sia opzioni online che offline, sfide settimanali e obiettivi da raggiungere, al fine di ottenere giocatori sempre più forti per un certo periodo di tempo.

In ogni caso, tra le modalità online offerte ci sono sempre Triple Threat e MyTeam Unlimited. Concentriamoci sulla prima, che anche quest’anno consente di scontrarsi contro altri giocatori online in sfide tre contro tre. Durante le nostre prove non abbiamo riscontrato problemi evidenti di lag (tranne in un caso). Rimane sempre quel piccolo ritardo nella ricezione dei comandi, spesso fastidioso durante i tiri in sospensione, anche se la situazione non è così drammatica. D’altra parte, i problemi di questa modalità non riguardano tanto il gioco del basket in sé, quanto tutto il contorno.

E veniamo al lato economico della faccenda. Anche quest’anno è possibile acquistare pacchetti con valuta VC (ottenibile anche spendendo soldi veri) o MT, ottenibile giocando. In questo modo è possibile acquistare giocatori migliori, che tra l’altro quest’anno possono essere protagonisti in più occasioni con carte dal valore diverso. Ad esempio, all’inizio del gioco siamo stati omaggiati di una carta di Derrick Rose, che in sostanza può evolvere nel corso nel tempo. L’evoluzione, determinata dai risultati del giocatore, porta con sé un miglioramento degli attributi e dei badge.

Al di là di tutto, però, si rimane un po’ perplessi davanti a dinamiche che rasentano in tutto e per tutto il gioco d’azzardo in un titolo PEGI 3, e quindi in teoria adatto a bambini anche molto piccoli. Ci riferiamo soprattutto alle slot machine della già citata Triple Threat, che si affiancano alla modalità Drop the Ball dell’anno scorso, che in quanto ad aleatorietà della vincita (e perciò azzardo) non scherza nemmeno. Siamo al solito discorso: non puoi incassare soldi, e quindi legalmente non è gioco d’azzardo, ma li puoi spendere per ottenere una ricompensa non del tutto precisata.

La sensazione quindi è che, almeno in MyTeam, l’impatto delle microtransazioni sia semplicemente impossibile da arrestare, e può arrivare a limitare l’esperienza dei poveri diavoli che tentano di andare avanti a forza di grinding, soprattutto nella modalità Domination in single player.

MyPlayer: Che contro tutti

Passando invece alla modalità MyPlayer, il quadro è leggermente meno fosco. L’anno scorso non abbiamo faticato a definire la storia proposta dal gioco come la migliore della serie, e perciò le aspettative quest’anno erano alte. La vicenda di quest’anno si chiama When The Lights are Brightest, ed è prodotta nientemeno che da SpringHill Entertainment, compagnia di proprietà di LeBron James. Il protagonista è Che, giovane asso che incontrerà numerose difficoltà nel suo percorso dal college alla NBA.

Non ci dilunghiamo tanto sulla trama, che terrà impegnati per una cinquina di ore, ma diciamo solo questo: rispetto all’anno scorso abbiamo davanti una storia maggiormente incentrata su temi sociali, che include sfumature che verranno apprezzate bene soprattutto dagli appassionati di NBA. Nonostante ciò, le performance dei vari Idris Elba, Rosario Dawson e Thomas Middleditch sono sufficienti. In generale però, secondo noi, non si arriva ai livelli dell’anno scorso, vuoi per alcune scene totalmente votate al product placement e slegate dalla narrativa, vuoi per alcuni momenti anticlimatici che ci hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca.

In ogni caso, non mancano le note liete. Ad esempio, è possibile sostenere il Draft Combine e gareggiare nella Summer League, fino ad arrivare alla NBA.

Dal punto di vista pratico, MyPlayer si differenzia dal passato soprattutto per il processo di creazione del giocatore, e per il suo progredire. Quest’anno, infatti, è possibile scegliere tra alcune configurazioni base, legate sia alle abilità tecniche che fisiche. Partendo da questi modelli, è possibile poi agire più a fondo determinando il potenziale massimo raggiungibile nelle varie abilità. Il potenziale, a sua volta, determina la quantità e la tipologia di badge a disposizione. Questi, tanto per chiarire il quadro, danno accesso ad abilità specifiche nel corso delle partite.

La sensazione è che quest’anno NBA 2K20 voglia far provare al giocatore diverse build, prima di scegliere quella giusta. Prova ne è la presenza del MyPlayer Builder, sezione che consente proprio di creare il proprio giocatore e di testarlo in una partita di prova.

Anche qui, però, giunge il momento di parlare di microtransazioni. Da una parte, NBA 2K20 si dimostra più discreto rispetto all’anno scorso. The Neighbourhood, l’ambiente online dove giocare con altri giocatori e spendere i propri soldi (virtuali e reali), è meno collegato alla narrativa, ed è avviabile dall’apposita voce del menu MyPlayer. Possiamo dire che rispetto all’anno scorso non è cambiato praticamente nulla: le modalità di gioco sono le stesse, i negozi sono quelli già visti e in generale la sensazione è che non si sia voluto mettere le mani su questo aspetto del gioco.

D’altra parte, e qui forse c’è la notizia migliore di MyPlyer, quest’anno anche i comuni mortali possono far evolvere il proprio giocatore in tempi leggermente più umani, in modo da non soccombere a chi “livella” spendendo soldi reali. Per fare salire di livello le abilità del proprio giocatore, quindi, si ha bisogno di meno VC rispetto allo scorso anno. Non bisognerà “grindare” come pazzi, ma ciò non toglie che i giocatori disposti a spendere soldi hanno ancora un vantaggio più o meno ingiusto rispetto a chi non vuole usare le microtransazioni.

MyLeague: il basket torna basket

Passiamo poi alla modalità MyLeague, che ci consente di gestire gli aspetti manageriali di un team, oltre che di giocare le varie partite della stagione. Quest’anno una delle novità maggiori riguarda la possibilità di giocare la stagione WNBA, in modo del tutto simile a quanto accade nella modalità MyLeague della NBA. Attenzione, però: l’esperienza dura per una sola stagione, e non consente di andare avanti nel tempo ingaggiando giovani cestite o trasferendo la squadra. Si tratta, però, di un primo passo incoraggiante.

C’è poi la modalità MyGM, che quest’anno include maggiori elementi ruolistici. Ad esempio, ogni giorno avremo un numero di punti azione definiti, che potremo usare per eseguire i nostri compiti. Si potrà, come di consueto, parlare anche con staff e giocatori. Gli argomenti delle discussioni vanno ancora dallo strano all’imbarazzante, come se sia giusto investire o meno in criptovalute o riflessioni sul compleanno del nipote di un allenatore (anche in questi frangenti c’è spazio per un po’ di product placement, tanto per cambiare). Non manca, poi, l’albero delle abilità, che consente di sbloccare nuove opzioni man mano che si completano alcuni obiettivi prefissati. Tra questi ci può essere la cessione di un giocatore, l’acquisizione di una scelta al draft o la vittoria di determinate partite.

Tutto sommato, queste introduzioni non ci hanno scaldato il cuore più di tanto. In alcuni casi costituiscono dei giusti paletti, ma in generale la modalità sembra aver bisogno di una maggiore svecchiata, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche dei dialoghi, con caricamenti troppo lenti e frequenti.

E veniamo brevemente all’ultima modalità, la MyLeague, che rimane la nostra preferita. Semplice, senza microtransazioni, completamente personalizzabile e profonda il giusto. Si sceglie una squadra, se ne gestisce il roster, lo scouting, alcuni aspetti commerciali e le performance sul campo. Anche quest’anno la nostra missione sarà prendere una squadra disgraziata (gli Charlotte Hornets sono fortemente indiziati) per cercare di portarla alla ribalta. E siamo abbastanza sicuri che sarà una delle poche modalità che ci impegnerà anche nel lungo termine.

Fix this game!

Il gameplay di NBA 2K20 offre poche novità, alcune delle quali piuttosto gradite. La cosa che più ci ha colpito è la rinnovata sensazione di fisicità. La differenza tra il giocatore da noi creato (1,70 m per una sessantina di chili) e, facciamo un esempio, la versione primi anni ‘2000 di Derrick Rose è notevole, e più marcata che in passato. Tutto ciò cambia anche la dinamica delle penetrazioni, che appaiono più soddisfacenti, ma anche più difficili da contrastare. La sensazione è che se si sbaglia l’angolo iniziale la maggior parte degli attaccanti riesca a superare l’avversario già dal primo passo.

Vero è, però, che l’utilizzo sfrenato di dribbling e mosse varie porterà a una diminuzione molto più drastica della stamina. Per questo motivo, sarà importante gestire le forze, specie in fase di isolamento, perché altrimenti si potrebbe rimanere molto presto con la lingua di fuori e, di conseguenza, maggiormente esposti ai tentativi di rubare palla. Questa dinamica aggiunge un po’ più di profondità e tattica alle proprie azioni. Per quanto riguarda la IA, invece, abbiamo notato più o meno gli stessi pattern di comportamento visti in passato, specie in attacco, dove il classico schema di uscita dal blocco alto viene riproposto più volte.

Novità anche per quanto riguarda il sistema di ball handling, ora delegato maggiormente allo stick sinistro. In tutto, sono presenti 27 stili differenti di gestione della palla, personalizzati per il ruolo o il giocatore.

In ogni caso, con le regolazioni giuste degli slider e a difficoltà Hall of Fame, NBA 2K20 si conferma essere un gioco estremamente godibile e realizzato in modo coerente. È vero, alcuni specialisti da tre a volte sbagliano tiri che dovrebbero essere automatici e qualche layup a colpo sicuro va ancora fuori, ma nel complesso l’esperienza rimane positiva.

Vero è, purtroppo, che i problemi non mancano. Nei primi giorni, ad esempio, la modalità Triple Threat offline è rimasta sostanzialmente disabilitata per problemi tecnici (nel momento in cui scriviamo dovrebbe essere tutto risolto). In secondo luogo, anche la companion app sembra essere più schizzinosa degli scorsi anni, visto che non siamo stati in grado in nessun modo di importare il nostro viso nel gioco.

La cosa ancora più grave, però, è la presenza di bug e glitch. Si parte con i problemi di server che interrompono di netto le partite (è successo durante la nostra prima sfida online, e nelle seguenti no, a dire il vero). Abbiamo gli intoppi con la progressione dei giocatori, problematiche varie con il respec delle abilità del proprio atleta, e il famigerato glitch dei badge. Il team 2K sembra essersi già messo all’opera per sistemare il tutto, ma l’hashtag #fix2k20 è ancora piuttosto popolare su Twitter e Youtube.

Il punto su presentazione, sonoro e grafica di NBA 2K20

Dal punto di vista grafico, NBA 2K20 opera nel segno della continuità, potendo già contare su un livello di dettaglio particolarmente alto, specie per quanto riguarda la riproduzione di giocatori e arene. Non riusciamo a individuare un elemento che riesca a spiccare in più rispetto all’anno scorso, a meno di non considerare i nuovi menu e i popup visibili durante le partite. Qui, però, entriamo già nel campo della presentazione, e occorre fare qualche distinguo. Proprio dal punto di vista grafico, si rimane sempre nel capo dell’eccellenza, tra sovrimpressioni dal carattere televisivo ed esteticamente gradevoli.

Vero è che alcuni aspetti iniziano a essere un po’ troppo “riciclati”. È per questo che, ad esempio, si è deciso di eliminare il commento pre e post partita di Shaq, Kenny Smith ed Ernie Johnson, relegandolo solo all’half time show. E anche questo necessita di una bella svecchiata. Ancora, gli spettacoli tra un tempo e l’altro sono quasi del tutto mutuati dall’anno scorso (in alcuni casi forse da NBA 2K18), così come le grafiche legate alla gestione del roster (comode tanto quanto, specie per le sostituzioni al volo).

Ci spingiamo a dire che anche la telecronaca, che pure rimane su livelli di eccellenza ineguagliati da qualsiasi altro gioco sportivo, inizia a mostrare un po’ il segno dei tempi, specie se si escludono le nuove frasi associate al commento della passata stagione. A questo proposito, va segnalata l’introduzione di un secondo team di commentatori, dedicato alla WNBA e ad alcuni match giocabili durante le prime fasi della modalità MyCareer. La qualità non è forse quella del classico team capeggiato da Kevin Harlan, ma si tratta comunque di un buon diversivo.

+ Solita quantità ineguagliabile di contenuti
+ Gradevoli (ma piccole) migliorie al gameplay
+ La presentazione è ancora ai massimi livelli…
– … ma inizia a mostrare le prime crepe
– I primi giorni sono stati caratterizzati da alcuni bug e glitch
– Alcune opzioni di gioco sono infestate da microtransazioni

7.9

Se NBA 2K20 è uno dei giochi con le recensioni più negative di sempre su Steam, vuol dire che il cambio di percezione attorno al gioco c’è. Passare in pochi anni dall’essere definito universalmente un grande gioco di basket a diventare emblema di un sistema commerciale, fa passare in secondo piano i meriti del gioco. In certi casi è una cosa giusta, e in altri è un peccato. Perché quando NBA 2K20 si ricorda di essere un gioco di basket, come nella modalità MyLeague, è ancora un gran bell’andare, e merita tutta l’attenzione degli appassionati, grazie a una quantità smodata di contenuti e a piccole ma preziose aggiunte nel gameplay. Sono queste cose, quasi scontate, che tengono comunque alto il voto, e proprio per il loro essere scontate ci siamo concentrati maggiormente sugli aspetti negativi. E ce ne sono: si iniziano a intravvedere le prime crepe nella presentazione, i vari bug e glitch (in via di risoluzione, almeno alcuni) hanno fatto insorgere i fan, senza dimenticare la piaga delle microtransazioni che affligge alcune modalità. La sensazione è che NBA 2K20 sia un gioco arrivato alla fine di un’era, concentrato già sul futuro e sulle nuove console. Capire quale direzione prenderà il nuovo corso sembra essere allora il tema di maggiore interesse. E anche in questo caso, andrà come ha detto il mitico Rasheed Wallace: “Ball don’t lie”.