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Ghost of Tsushima è fedele a Storia e cultura giapponese? Risponde la prof. Virginia Sica

Abbiamo voluto approfondire la storia e la cultura del Giappone vista in Ghost of Tsushima chiedendo il parere di un'esperta

[Cover picture by Petri Levälahti]

Finalmente anche Ghost of Tsushima è arrivato a destinazione. L’ultima grande esclusiva di PlayStation 4 ha avuto il compito non facile di chiudere questa generazione in attesa dell’arrivo, a fine anno, della prossima console ammiraglia di Sony. Sucker Punch, tra alti e bassi, è riuscita a portare un convincente titolo dedicato al Giappone feudale, come descritto nella nostra recensione.

Quello che più colpisce di Ghost of Tsushima è la sua atmosfera, in grado di ammaliarci con dei paesaggi visivamente incredibili che riescono a rendere l’isola nipponica una gioia per gli occhi durante l’esplorazione. Non è un caso che le bacheche dei social siano invase da screenshot presi dal gioco e fatti con l’ottima photo mode. Sucker Punch ha più volte confermato che i film di Akira Kurosawa sono stati una delle fonti d’ispirazione principali: esiste persino una modalità dedicata proprio al grande regista, che permette di vivere la storia di Jin Sakai completamente nelle tonalità in bianco e nero.

L’ispirazione cinematografica è evidente sia nella caratterizzazione dei personaggi che nei temi trattati e nella regia di diverse scene, soprattutto quelle dei duelli. Quello che però mi premeva indagare è quanto gli sviluppatori di Sucker Punch si fossero ispirati ai reali eventi storici. Chiariamo subito: il personaggio di Jin Sakai e le vicende che lo coinvolgono sono inventate, se si esclude la reale invasione mongola, ma quanto del periodo storico preso in esame dal gioco è stato effettivamente traslato al suo interno?

Per comprendere meglio il periodo storico e gli aspetti culturali a questo legati, ho chiesto informazioni più dettagliate a un’esperta, Virginia Sica – professoressa di storia e letteratura giapponese presso l’Università degli Studi di Milano – che ha risposto ad alcune domande sull’invasione mongola, sul ruolo del samurai all’epoca e sul bushido, temi centrali di Ghost of Tsushima.

L’imponente invasione mongola

L’epica avventura di Sucker Punch è ambientata nell’autunno del 1274, quando le navi mongole arrivarono a Tsushima dando inizio all’invasione ai danni del paese nipponico. Questa, seguita dal ritorno delle forze di Kublai Khan nel 1281, fu l’unica incursione di popolazioni straniere sul territorio giapponese in epoca pre-moderna. Nel videogioco non vengono fornite spiegazioni approfondite sulle motivazioni di questa invasione, ma in nostro soccorso arriva la risposta della professoressa Sica:

«Sin dai tempi di Gengis Khan (1165 ca-1227), nonno di Kublai (1215-1294), per i mongoli la conquista e l’espansione erano un modello di vita. È tramandato che egli avrebbe dato queste indicazioni ai suoi figli: ‘Se il Cielo vi indicherà una strada, voi dovrete intraprendere campagne oltre il mare … sulle ali invierete vostre notizie.’ Perciò, non è sorprendente che i mongoli si spingessero fino alle ‘periferie’ dell’Asia orientale. Molti Paesi sottomessi erano quantomeno costretti al ruolo di Stati tributari e, per il Giappone, inizialmente era questa l’idea, non l’invasione dell’arcipelago» ha spiegato la professoressa. 

«Per istituire rapporti tributari, sin dal 1266 Kublai aveva inviato ambascerie presso la corte imperiale di Heiankyō (come si chiamava allora Kyōto), ma senza risultati. Per il ripetersi delle sollecitazioni mongole, la corte imperiale sprofondò nel panico, ma all’epoca il bakufu, il governo militare centrale, era nelle mani degli Hōjō. Era il casato di appartenenza di Masako, moglie di Minamoto no Yoritomo (1147-1199), il primo shōgun del Giappone, e fu Hōjō Tokimune (1251-1284) – che all’epoca era reggente dello shōgun – a imporre la decisione di non assecondare i mongoli. Fu dopo questo ennesimo rifiuto che Kublai, come primo imperatore della dinastia Yuan decise per l’azione militare del 1274.»

Kublai Khan volle dunque continuare con una politica aggressiva in una campagna di conquista infinita per espandere il suo già gigantesco impero. Sempre in quegli anni infatti, tentò anche l’invasione del Vietnam e dell’isola indonesiana di Giava. L’affronto subìto dalla corte imperiale giapponese lo mise sul piede di guerra.

«La spedizione, di 25.000 unità, partì dalle coste della Corea e i contingenti erano misti, coreani e mongoli. In un primo momento ebbero la meglio, perché annientarono le forze giapponesi a Tsushima e a Iki; solo dopo sbarcarono nella baia di Hakata, nel Kyūshū meridionale, dove subirono la prima sconfitta. Che fu sì dovuta alle abilità militari dei giapponesi, ma anche al fatto che durante la notte i mongoli salparono di nuovo nonostante le avverse condizioni meteorologiche. Tornarono in Corea con perdite gravissime.» continua a raccontarci la docente.

La potente macchina da guerra mongola, forgiata dalle lotte di espansione in Cina e nei Paesi confinanti era famosa e temuta per la sua cavalleria e per l’utilizzo in guerra della polvere da sparo tramite bombe rudimentali. Nonostante questi punti di forza, l’esercito mongolo venne sconfitto in ben due occasioni. La cosa sorprende, considerando l’inesperienza nell’affrontare altre popolazioni con tattiche molto diverse da quelle a cui i giapponesi erano abituati.

«Fra il primo e il secondo tentativo di invasione passarono quasi sette anni;» osserva la professoressa Sica, «dopo la disfatta del 1274, i mongoli avevano di nuovo avanzato la pretesa che il Giappone diventasse Stato tributario, ma Tokimune aveva fatto decapitare tutti i messi della delegazione. I giapponesi erano consapevoli, perciò, che ci sarebbe stata una reazione a un simile oltraggio. Per i cinque anni successivi si lavorò alla costruzione di un’enorme muraglia tutt’intorno alla baia di Hakata, nel Kyūshū. Quando nel 1281 dalla Cina e dalla Corea giunse l’armata mongola, stavolta di circa 140.000 unità, i giapponesi erano pronti. I mongoli riuscirono a invadere l’area settentrionale del Kyūshū, ma a Hakata la loro cavalleria rimase ingabbiata nella baia, circondata dalla muraglia, per ben due mesi. Sulle acque anguste della baia, intanto, i battelli giapponesi si rivelarono più funzionali delle giunche dei mongoli. Per finire, ci si mise il tifone. Pianificare un’invasione in estate, nella stagione dei taifū, fu una scelta improvvida dei mongoli.»

Risulta evidente quanto l’arrivo dei provvidenziali tifoni, ribattezzati “kamikaze”, fu un aiuto sì inaspettato, ma fondamentale, da parte della natura nei confronti dell’impero nipponico. Ma questi tifoni furono davvero la causa principale della vittoria dei giapponesi contro i mongoli? La docente viene in mio aiuto spiegando che «il vento degli dèi fu provvidenziale, è indubbio, soprattutto nel 1281 perché assestò gravi perdite alla flotta mongola, molte navi furono affondate, le superstiti si arenarono e furono assaltate e saccheggiate dai giapponesi. Però, gran parte dei risultati fu dovuta alla forte coesione militare dei giapponesi. Proprio perché in periodo Kamakura (1185-1333) la sintonia fra i vari casati militari al servizio dello shogunato era molto forte.» Il “vento degli dei” dunque intervenne ben due volte contro le armate mongole e per l’epoca sarà davvero sembrato un intervento divino al popolo giapponese. Quest’ultimo rimase per molti secoli ancora fermamente convinto della discendenza divina della dinastia dell’imperatore per parte di Amaterasu, la dea principale del pantheon shintoista.

«In quanto alla percezione dei giapponesi, l’intervento ‘divino’ confermava un loro già sviluppato senso di unicità fra i Paesi dell’Asia. È un aspetto che poi si è consolidato nel corso dei secoli, tanto è vero che il termine passò a indicare una forma peculiare di attacco giapponese, le missioni suicide durante la Seconda Guerra mondiale.» puntualizza più approfonditamente l’esperta.

La figura del samurai

Quando parliamo di samurai in ambito videoludico, o più in generale nel campo dell’intrattenimento, le figure che più di tutte risaltano sono quelle del famoso periodo Sengoku o degli Stati Combattenti, epoca che va dalla metà del XV alla metà circa del XVI Secolo. Queste figure sono spesso inserite in contesti storici contaminati dall’elemento fantastico e sovrannaturale, come ad esempio nel recente Nioh 2 o in Sekiro, oppure sono rese come personaggi eccentrici con caratteristiche esagerate per conquistare maggiormente l’interesse del pubblico: si pensi ai personaggi di Sengoku Basara, ispirati ai grandi condottieri del periodo.

Ghost of Tsushima è ambientato invece in un’epoca distante poco meno di cento anni dalla fondazione del primo shogunato di Kamakura a opera di Minamoto no Yoritomo, nel 1185. Questo ci potrebbe far pensare che il ceto dei samurai non fosse ancora ben definito a quell’epoca, ma la realtà è molto più complessa di come la si può immaginare, come mi spiega meglio la studiosa: «una risposta esaustiva meriterebbe tempi lunghi. Provo a proporre una sintesi. È inesatto credere che il ceto samurai sia emerso solo nella fase finale del periodo Heian (794-1185) e che abbia dato segnali di sé per l’azione decisiva di Yoritomo e la fondazione dello shogunato, come troppo spesso si legge navigando fra i siti internet o in alcuni compendi storici. Talvolta si parla persino di una repentina reazione al sontuoso modello civile della corte imperiale Heian e dell’irruzione nel Paese di un clima cavalleresco-militare, guidato dalle province. Ma la Storia è fatta di processi lunghi e, anche in questo caso, il corso delle cose era nato ben prima, lungo tutto il periodo Heian.»

«La questione è principalmente di natura economica. La maggioranza degli aristocratici titolari delle proprietà agricole viveva presso la capitale imperiale Heiankyō. A corte si conduceva una vita dispendiosa e di grande raffinatezza e, di fatto, la gestione delle tenute era delegata a soggetti dislocati nelle province, presso le proprietà. A loro era affidata la riscossione delle tasse e la sicurezza del territorio. Ma delegare non significa garantirsi il controllo della situazione. A corte, la piramide dei titoli nobiliari era complicatissima e, poiché si fondava su linee dinastiche di sangue, era l’arena di ascese politiche sancite da matrimoni concordati. In pratica, l’individuo era vincolato al proprio rango ed era impossibilitato a cambiarlo, se non in casi davvero eccezionali e riconosciuti dalla corte» ci spiega la prof.ssa Sica.

«I funzionari dislocati nelle province, anche quelli di nobili origini, non avevano alcuna speranza di un futuro a corte e per questo motivo, anche dopo aver terminato il loro mandato, continuavano a risiedere lì dove avevano prestato servizio temporaneo. Naturalmente, in quell’area acquisivano non solo un potere locale fuori dal protocollo di Stato, ma anche un peso economico e militare, mentre aumentavano indebitamente il loro controllo sulle terre, facendone possedimenti privati. Periodicamente, qualche funzionario o legislatore aveva anche tentato di attirare l’attenzione della corte sulla situazione dell’amministrazione fondiaria; nel 902 si emanò anche una legge che tentava di regolare lo sviluppo dei possedimenti privati; ma questi interventi rimasero per lo più inascoltati, non si trovarono, o non si vollero trovare soluzioni; e frattanto, nelle province si andavano formando nuove figure di potere, i bushi,  gli “uomini d’armi”, che quindi non erano più rappresentanti civili delle famiglie nobiliari della capitale. Erano i leader del ceto samurai, che lentamente, ma inesorabilmente, si era costituito nel corso del periodo Heian. Perciò, al tempo dei tentativi di invasione mongola, il ceto militare non era in fieri, ma una realtà consolidata nel Paese.» 

Una risposta esaustiva che ci illustra meglio le dinamiche che hanno portato alla nascita del ceto dei samurai, processo che ha richiesto molti secoli per consolidarsi. Mi viene dunque naturale chiedere se ci fossero grandi differenze tra i samurai dell’epoca delle invasioni mongole e quelli più famosi delle epoche successive dipinti in tante opere, in particolar modo quelli del già citato periodo Sengoku.

«Confesso la difficoltà di sintetizzare un confronto senza considerare i complessi sviluppi intermedi fra XIII e XV secolo. Perché il ceto militare non rimase perennemente legato a un modello delle origini; come ogni altro gruppo sociale, in Giappone o in altre aree geografiche, fu soggetto a trasformazioni imposte dai vari equilibri politici, dalle innovazioni istituzionali, dalle variabili economiche, dall’evoluzione sociale e culturale. Le scelte economiche dello shogunato e dell’aristocrazia militare in genere – che continuarono a intrattenere stretti rapporti commerciali con la Cina con la mediazione privilegiata del monachesimo zen – garantirono al Giappone uno sviluppo culturale, artistico, tecnologico di proporzioni enormi, di cui il Paese beneficia ancora oggi. Fra gli inizi del XIII e la metà del XV secolo, gli alti ranghi del ceto militare furono sì uomini d’armi, ma si trasformarono anche in uomini di cultura sempre più raffinata, assetati di arti e sapere.»

Anche in questo caso la professoressa Sica fa notare quanto certi processi siano figli del loro tempo e non immediati, nonostante la percezione che ne abbiamo con il senno di poi. Tornando però al periodo Sengoku spiega: «veniamo al periodo degli “Stati combattenti”. Abitualmente è considerato la naturale conseguenza degli Ōnin no ran, i violenti disordini che ebbero inizio nel 1467 e si protrassero fino al 1477, ufficialmente nati dalla disputa per la successione dinastica dello shōgun Ashikaga Yoshimasa (1435-1490); ma direi che tutti gli obiettivi di potere che alimentarono il periodo degli Stati combattenti fossero già in germe ben prima del decennio Ōnin. La successione dinastica non era che un pretesto.»

«Per la negligente gestione del Paese da parte dello shōgun, dedito solo alle arti e alla ricerca estetica, il malcontento era diffuso in tutti gli strati della popolazione e ogni potentato feudale ambiva a sovvertire lo stato delle cose e a riportare ordine sotto il proprio controllo personale. Quando le signorie rivali degli Hosokawa e degli Yamana e tutti i loro alleati si erano schierati su fronti opposti per la successione, infatti, avevano dato forma concreta a interessi e rancori che esistevano ormai da lungo tempo» racconta la professoressa.

«L’aspetto caratteristico degli Stati combattenti fu il sovvertimento dell’ordine gerarchico. Il termine per indicare questo processo è gekokujō, e cioè un rimescolamento dei vari gradini della scala militare con una completa redistribuzione del potere; grandi casati giunsero alla fine e oscure signorie ascesero, con nuovi leader militari che furono definiti Sengoku daimyō, I Signori degli Stati combattenti, appunto. Tutto questo avvenne perché le dinamiche risentivano di alleanze variabili e anche di tradimenti.» 

Un cambiamento davvero importante per un Paese che ha sempre avuto delle rigide regole sociali, spesso mantenute ancora oggi inconsciamente. La lotta per il potere del periodo degli Stati combattenti cambiò molto la mentalità dei samurai rispetto all’epoca in cui Ghost of Tsushima è ambientato, come continua a raccontarci la docente di storia e letteratura giapponese: «l’etica feudale del XIII secolo, oltre che alle virtù militari, attribuiva grande peso alla lealtà personale, superiore anche al coraggio in battaglia. La lealtà al proprio Signore doveva essere assoluta, mai messa in discussione e spingersi fino alla morte. Non si trattava di un vincolo contrattuale, ma di un principio morale che anteponeva gli interessi del superiore persino a quelli della famiglia d’origine del dipendente (che è il significato primo del termine samurai).»

«Due secoli dopo, la classe guerriera era radicalmente cambiata, benché non improvvisamente. Yoritomo e i suoi discendenti di periodo Kamakura avevano potuto contare sulla fedeltà di quasi duemila casati militari e fondare il proprio controllo sull’osservanza della rigida gerarchia, di obbedienza, onore, coraggio, frugalità di vita. Buona parte di questi principi si erano persi nel corso del tempo, messi alla prova dagli interessi personali.»

Il Bushido

Nella storia di Ghost of Tsushima possiamo vedere quanto siano importanti i principi a cui i samurai sono legati e come questi non li tradirebbero mai, a costo della vita stessa. Molta attenzione è infatti dedicata al momento in cui il protagonista Jin Sakai è costretto a ricorrere a metodi più subdoli, come ad esempio attaccare alle spalle i soldati mongoli, per riuscire a vincere. In questi momenti si percepisce la lotta interiore nella mente e nello spirito del protagonista, che è costretto a venir meno al suo essere samurai per poter vincere un nemico all’apparenza imbattibile. Questo è ciò che lo porterà poi a diventare “lo spettro di Tsushima.”

Quando si pensa al bushido, ossia la “via del bushi”, fondata su principi militari ed etici, viene subito in mente lo Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, testo noto a molti anche al di fuori del Giappone. In questo vennero trascritti diversi principi di epoche passate, le cui prime testimonianze scritte risalgono al 1616. Da molti lo Hagakure viene considerato come una sorta di manuale per i samurai del passato, ma la professoressa Sica interviene spiegandomi che in realtà non è affatto così e facendo un po’ d’ordine sui diversi codici del ceto militare nipponico.

«Prima di tutto, va precisato che il ceto militare conobbe vari codici, anche di molto precedenti lo Hagakure. Un esempio è il Bukehō (Norme della buke, l’aristocrazia militare) del 1232, che era contenuto nell’impianto legislativo dello shogunato Kamakura. In tempi più vicini, lo Hagakure era stato preceduto dal Bukejiki (Cronache dei casati militari), del 1673. Era addirittura in 58 libri e, oltre a ricostruire la storia della buke come si evince dal titolo, stabiliva norme di comportamento in ogni circostanza, in ambito militare come anche di etichetta, che si trattasse di situazioni pubbliche o private. Questi testi erano codici veri e propri ed avevano un peso istituzionale; lo Hagakure non è un codice, e non ebbe valore ufficiale, lo si intuisce anche dal titolo che, completo, è Hagakure kikigaki (Annotazioni su quel che si è udito all’ombra delle foglie); si tratta di glosse attribuite a Yamamoto Tsunetomo (Jōchō, 1659-1719), secondo la tradizione dettate all’allievo Tsuramoto Tashirō (1678-1748) fra il 1710 e il 1716.»

«Yamamoto percepiva i suoi tempi come fase di decadenza del ceto militare. Non c’è da sorprendersi: lo shogunato Tokugawa, che aveva consolidato il potere nel 1603 (e che durò in carica fino al 1867), dopo il lento processo di riunificazione del Paese fece di tutto per tenere sotto controllo i signori feudali, e impose leggi, pratiche e rituali perché la classe militare si burocratizzasse. Inoltre, vorrei sollevare una questione che, con tutta probabilità, dispiacerà a molti: un testo che miri al ‘risanamento’ di valori ideali nasce sempre in un periodo di crisi, quando, cioè, la trasmissione orale è andata affievolendosi di generazione in generazione e quando, evidentemente, si sente la necessità di correre ai ripari.» 

Un mito sfatato che, in realtà, come continua a spiegare la docente, non era nemmeno così famoso in Giappone quando finalmente se ne scrisse. «Il Giappone stesso conobbe lo Hagakure solo negli anni ’30 del 1900, quando se ne fece ampia strumentalizzazione politica, in patria e all’estero. È così che è uscito dai confini del Giappone. Come una buona parte degli aspetti culturali del Giappone, ha finito con il diventare un mito, decontestualizzato storicamente. Sarò franca: sono consapevole che la creazione di miti è inevitabile, fa parte della natura umana. Il mito può essere confortante sotto vari aspetti ma, quando contraddice o penalizza la Storia, mi sconcerta. Questo vale per lo Hagakure come per i samurai. L’immaginario collettivo, che insiste sull’inossidabilità di virtù ideali (l’onore, la disciplina, il senso della lealtà, la pietas filiale, l’imperturbabilità davanti alla morte), ha semplicemente cristallizzato un modello astratto. È implicito che in Giappone, come in qualunque altro Paese, siano esistiti uomini integerrimi con principi inamovibili, ma sono stati l’eccezione, non la norma. Il Sengoku è un esempio, e non è l’unico.» Come ci narra la professoressa Sica, storie e mito sono molto diversi e con il passare degli anni si tende a mitizzare facilmente epoche che non si sono vissute in prima persona: un insegnamento applicabile alla Storia tutta.

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Ghost of Tsushima è un videogioco che riesce a proporci in maniera appassionante una rivisitazione di un importante periodo storico giapponese senza la necessità di inserirvi elementi sovrannaturali o troppo sopra le righe. Ovviamente non si pretende una fedeltà assoluta, data anche l’ispirazione cinematografica ai temi di lealtà e onore tipici dei film dedicati ai samurai. È indubbio però che i Sucker Punch abbiano fatto un buon lavoro anche nella rappresentazione del passato, un lavoro che, anche se non è fedele in tutto e per tutto, sicuramente riuscirà a incuriosire i giocatori e li invoglierà ad informarsi sulla Storia e la cultura del Giappone.