Alita: Angelo della Battaglia Recensione

Dopo anni di attesa, Alita è finalmente arrivata al cinema nel film diretto da Robert Rodriguez e prodotto da James Cameron

RECENSIONE CINEMA
A cura di Marcello Paolillo - 11 Febbraio 2019 - 8:55

Di una trasposizione cinematografica di Alita, il film è tratto dal manga di Yukito Kishiro, si discute ormai da tantissimi anni. Circa 25, a essere precisi. Dopo aver scavalcato a piè pari gli anni ’00 e dopo che la tecnologia ha già permesso la trasposizione di opere analoghe (basti pensare al Ghost in the Shell con Scarlett Johansson, uscito ormai due anni fa), James Cameron e il regista Robert Rodriguez hanno ora deciso che i tempi sono finalmente maturi – e la tecnologia abbastanza all’avanguardia – per portare il celebre personaggio sul grande schermo, una volta per tutte.

Perché vuoi diventare un cacciatore di taglie?

Considerato a tutti gli effetti una pietra miliare nell’immaginario sci-fi anni ’90 (come vi abbiamo spiegato anche nel nostro recente speciale dedicato), Alita: Angelo della Battaglia è un manga – nonché una serie di OAV – ben più importante di quanto si possa credere. Questo non solo perché, assieme ad Akira, rappresenta la più grande fonte di ispirazione per film e videogame a tema (basti pensare a un’opera come Final Fantasy VII per rendersene facilmente conto da soli), bensì anche e soprattutto per una potenza narrativa davvero imponente, specie per alcune tematiche chiave dell’opera di Kishiro. Ora, a Rodriguez è stato affidato il delicato compito di “comprimere” l’intero arco narrativo di Alita (o quasi), adattandolo ai ritmi e alle regole del cinema hollywoodiano (ben distanti da quelle decisamente visionarie di una certa animazione nipponica). Il risultato, al netto di qualche passaggio piuttosto spigoloso, è quanto di meglio si potesse chiedere da un prodotto del genere.

La storia del film ricalca quasi pedissequamente quella del manga da cui trae ispirazione: siamo nel 26° secolo, Alita (Rosa Salazar) è un cyborg che viene presto recuperato in un deposito di rottami dal dottor Dyson Ido (Christoph Waltz). Senza alcun ricordo della sua vita precedente, fatta eccezione per dei brevi flashback che le fanno riemergere un’innata conoscenza nelle arti marziali, la ragazza cibernetica scopre ben presto di essere il bersaglio di una spietata organizzazione di cacciatori di taglie (capeggiati da Mahershala Ali). Starà a lei svelare il mistero dietro al suo passato, e per farlo chiederà aiuto anche al suo fedele amico umano di nome Hugo (Keean Johnson). Al netto quindi di un (ovvio) ridimensionamento dei tempi narrativi – ben diversi se confrontati a quelli di manga e OAV – Alita: Angelo della Battaglia è la miglior trasposizione possibile di un’opera di tale caratura. E, soprattutto, è un film decisamente godibile e divertente e scandito da momenti di ottimo cinema d’azione (in questo, la mano sapiente di Rodriguez non delude), incapaci di tradire anche alcune gustose citazioni videoludiche di genere (qualcuno ha forse detto Raiden da Metal Gear Rising: Revengeance?)

Da qui si ha la migliore vista su Salem

Che sia un combattimento tra le strade di Iron City, oppure un duello per decretare il campione di Motorball (violento e spettacolare sport nel quale dei cyborg dotati di rollerblade a reazione si contendono il possesso di una sfera metallica), la pellicola dal regista di Spy Kids e Desperado scorre piacevole dall’inizio alla fine, con qualche lieve tentennamento dovuto più che altro al fatto che si tratta di una storia scritta prendendo frammenti di un’opera ben più ampia di quanto si creda (e sì, meglio dirvelo subito: il finale lascia spazio a uno o più sequel). Così come il cast, più che ottimo, non poteva rendere in maniera migliore i personaggi nati dalla matita di Kishiro: il dottor Ido di Christoph Waltz, così come l’ambigua ex moglie interpretata da una bravissima Jennifer Connelly (chiamata Chiren), sino a Mahershala Ali (Vector), che con la sua oscura eleganza riesce ad essere un villain più che credibile. E poi c’è Alita, interpretata digitalmente dalla sinuosa Rosa Salazar: nonostante gli “occhioni” siano stati già fonte di critiche ai tempi del primo trailer, va detto che il risultato finale è assolutamente in linea con l’estetica cyberpunk voluta dalla produzione (oltre a donare quel leggero tocco “nipponico” che non guasta mai).

I 122 minuti necessari a giungere ai titoli di cosa sono quindi quanto di meglio si poteva fare sul grande schermo, dopo ben 25 anni trascorsi dall’idea originale. La speranza, quindi, è che il successo di Alita al botteghino permetta a Rodriguez e Cameron di continuare su questa strada, dando modo di narrare l’intera storia della giovane cyborg dotata di un cuore più umano di quanto si creda. Poiché lasciare tutto così, a metà dell’opera, sarebbe uno spreco inaudito.

+ Visivamente notevole
+ Non tradisce lo spirito dell'opera originale
- Ritmo non sempre perfetto
- Finale aperto

8

Alita: Angelo della Battaglia è la dimostrazione di come i tempi siano finalmente maturi per portare sul grande schermo un personaggio di peso come quello creato da Yukito Kishiro nel 1991. La pellicola di Rodriguez è infatti un’opera visivamente imponente, dal ritmo frenetico e piena di momenti di ottimo cinema, che pur non essendo perfetta – specie sul finale – non tradisce affatto lo spirito del manga originale. Insomma, lo strano cyborg dagli occhi grandi di Rodriguez e Cameron funziona.




TAG: Alita Angelo della Battaglia